«Nei prossimi anni ci auguriamo di vedere Spotify sempre di più al servizio degli ascoltatori, dei fan, degli artisti, dei creator, degli autori, di tutto l’ecosistema culturale. In modo sicuro, interattivo, personalizzato. Il tempo trascorso sulla piattaforma deve continuare ad essere di qualità, lontano dal doomscrolling (l’abitudine compulsiva di scorrere i contenuti, ndr) e dall’iperstimolazione». Il futuro dell’unica big tech europea è racchiuso nelle parole di Federica Tremolada, general manager Europe di Spotify, classe 1980 con un passato in Google per il lancio di YouTube nel Sud Europa.
Nata vent’anni fa a Stoccolma sotto forma di startup, una come tante, la creatura di Daniel Ek e Martin Lorentzon è emersa nel pieno dell’era dell’iPod e degli Mp3. Gli obiettivi: fruire in modo legale la musica online e accedervi con più immediatezza. Forse nessuno aveva intercettato che quel servizio streaming avrebbe innescato una rivoluzione nelle abitudini di ascolto delle canzoni (e poi dei podcast).
Oggi Spotify supera quota 760 milioni di utenti ed è presente in oltre 180 mercati del mondo. Ma le sfide non si fanno mancare. E «l’evoluzione» del settore, afferma Tremolada, verterà nel «tempo ben speso per il benessere personale e per nutrire cultura e passioni». Dalla sua, l’azienda sta «già intraprendendo una transizione da modalità statica ad adattiva, da single player a multiplayer, da un mondo in cui Spotify raccomanda cosa ascoltare a uno dove sono le persone che plasmano, guidano e interagiscono con la piattaforma per avere quello che cercano al momento giusto».
Com’è cambiata l’industria musicale mondiale in questi 20 anni?
«Vent’anni fa, il settore musicale viveva una significativa decrescita. Calo di vendite dei dischi, pirateria dilagante, pochi canali di distribuzione. Le ricette dei nostri fondatori erano facilità d’uso e nuove funzionalità, e un modello misto freemium e ad abbonamento che ha riportato valore economico alla musica. Per questo siamo orgogliosi di leggere dai dati che da 11 anni consecutivi il mercato musicale globale è in crescita».
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E l’Italia?
«Per il mercato italiano gli anni consecutivi di crescita sono dodici, dal 2013: esattamente l’anno in cui Spotify ha fatto il suo debutto in Italia. Che oggi è fra i Paesi musicalmente a maggiore progresso in Europa ed è aumentata la visibilità della musica italiana all’estero. Gli artisti italiani hanno generato oltre 165 milioni di euro in royalty su Spotify nel 2025, +10% rispetto all’anno precedente e quasi il triplo rispetto al 2019. C’è ancora tanta strada da fare per raggiungere i valori dei principali Paesi europei, ma la direzione è quella giusta».
Un mercato che avanza, insomma. Com’è cambiato in 13 anni?
«Se guardiamo indietro al 2013, sembra un’altra epoca musicale. Oggi l’Italia è fra i Paesi musicalmente a maggiore crescita in Europa, con un’identità locale molto radicata e una proiezione internazionale ampliata. Nel 2013, nella top 10 dei singoli più venduti, solo 1 era italiano: “L’Essenziale” di Marco Mengoni. Oggi gli equilibri si sono invertiti, lo scorso anno 8 singoli della top 10 erano di artisti italiani. Ed è aumentata anche la visibilità della musica italiana all’estero, con i Måneskin, Gabry Ponte, Ludovico Einaudi, Laura Pausini, Meduza, fra i più ascoltati del 2025».
Grandi manifestazioni come Sanremo sembrano spingere gli ascolti. È così?
«Sanremo continua a essere un centro culturale importantissimo. Basti pensare che la nostra playlist ufficiale dedicata al Festival è stata per diversi giorni la più ascoltata al mondo. Tutti i brani in gara hanno debuttato nella Top 50 italiana giornaliera di Spotify – quale altro festival nazionale nel mondo è capace di avere questo impatto sugli ascolti? E nei giorni successivi alla kermesse, ben il 10% degli ascolti del vincitore, Sal da Vinci, veniva dall’estero».
L’intelligenza artificiale può riprodurre la musica senza copyright. Qual è il vostro approccio all’AI e cosa ne pensate di questo fenomeno?
«Per artisti e ascoltatori, le opportunità dell’AI sono ingenti ma ci sono anche sfide rilevanti. Alcuni esponenti del settore tecnologico ritengono che il diritto d’autore debba essere abolito. Noi non siamo d’accordo. I diritti dei musicisti sono importanti. Il diritto d’autore è fondamentale. Oggi vediamo sempre più artisti utilizzare l’AI e pensiamo che l’industria debba agire in modo coordinato, difendendo la creatività e il diritto d’autore, da un lato, e favorendo l’innovazione, dall’altro. Bisogna evitare l’inondazione di contenuti non autentici o fraudolenti».
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Come?
«Siamo in prima linea perché questo non avvenga impunemente: in un anno abbiamo rimosso 75 milioni di tracce di spam, adottato strumenti di protezione del profilo dell’artista, e investito in tecnologie anti-frode e di trasparenza, oltre ad aver introdotto i crediti AI, per dare la possibilità a chi pubblica di segnalare se e come è stata usata AI nei brani. E siamo costantemente al lavoro per migliorare».
Nell’estate dell’anno scorso, alcuni artisti famosi hanno protestato contro Spotify, facendo appello al boicottaggio della piattaforma. Il motivo era l’investimento dell’ex ceo, Daniel Ek, in un’azienda tecnologica militare. Avete visto ripercussioni?
«Spotify non supporta alcun genere di violenza né offensiva militare. Non giudichiamo la libera scelta degli artisti e la nostra risposta è quella di restare a disposizione per fornire informazioni corrette su tutto ciò che ci riguarda e limitare la disinformazione. Daniel Ek ha scelto privatamente e senza coinvolgere Spotify di destinare miliardi di investimenti in diverse startup per la competitività tecnologica europea, fra cui una che sviluppa tecnologie di Difesa e deterrenza militare impiegate esclusivamente in Europa, e nello specifico in relazione alla difesa ucraina. Non c’è nessun coinvolgimento di Spotify o delle proprie tecnologie nel settore bellico».
Un trend in crescita sulla piattaforma?
«In Italia il video podcast sta diventando una nuova abitudine culturale. Nell’ultimo anno, le ore di visione su Spotify sono cresciute di oltre il 175%, spinte da un’audience aumentata dell’80%. Sempre più creator stanno adottando il formato, il 65% in più rispetto all’anno precedente. True crime, politica, attualità e intrattenimento sono i generi preferiti dal pubblico, con il format dell’intervista singola in grande ascesa negli ultimi tempi. Spotify ha la propria identità e resta primariamente una piattaforma di streaming audio, che si arricchisce di più formati e senza le dinamiche dei…
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Giovanni Turi
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