La crisi di Hormuz premia il petrolio americano, ma prepara anche il vantaggio tecnologico cinese


C’è una lezione utile nella tragica crisi dello Stretto di Hormuz. La capacità di sostituire rapidamente i barili sottratti al mercato conserva un enorme valore politico ed economico. È il vantaggio degli Stati Uniti, forse l’unico ottenuto finora, considerati i fallimenti negoziali di Donald Trump. Il rincaro dei combustibili spinge però governi e imprese ad accelerare gli investimenti nelle tecnologie che ne riducono il consumo, dalle auto elettriche agli impianti che producono elettricità senza gas. Su questo terreno domina la Cina. La stessa crisi crea così due mercati: quello dei combustibili necessari ad affrontare l’emergenza e quello delle tecnologie pensate per ridurre l’esposizione alla prossima.

È la tesi di Scott M. Moore, che in uno studio pubblicato dalla Brookings Institution ricostruisce i diversi vantaggi ottenuti dalle due potenze. Gli Stati Uniti vendono l’energia che manca oggi; la Cina vende gli strumenti per averne meno bisogno domani. Pechino infatti ha ridotto le importazioni di greggio attingendo alle scorte accumulate negli anni, mentre le sue imprese vendevano all’estero più tecnologie per l’elettrificazione. Il vantaggio americano durerà finché il mercato cerca nuovi combustibili. Quello cinese crescerà quando gli stessi compratori investono per dipenderne meno.

Per capire la portata dello shock basta guardare una carta. Lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Prima della guerra vi transitava un quarto del petrolio commerciato via mare. Da lì usciva anche gran parte del gas naturale liquefatto del Qatar, caricato sulle metaniere e diretto soprattutto in Asia e in Europa. Gli oleodotti possono deviare una parte del greggio. Per il gas qatariota non esiste una vera alternativa.

Il crollo del traffico ha quindi sottratto al mercato una quantità enorme di energia. Una parte del petrolio è ancora disponibile nei paesi del Golfo, ma non può raggiungere i compratori. I prezzi sono saliti e alcune economie hanno cominciato a consumare meno. L’Agenzia internazionale dell’energia, che a febbraio prevedeva un aumento della domanda mondiale nel 2026, ora si aspetta una contrazione a causa anche di una crescita economica globale più debole.

Gli Stati Uniti hanno potuto reagire rapidamente alla crisi perché producono circa 13,8 milioni di barili di greggio al giorno, più di qualsiasi altro paese, e dispongono dei terminali necessari per spedirne una parte verso i mercati costretti a sostituire le forniture del Golfo. A maggio le esportazioni hanno raggiunto il record di 5,7 milioni di barili al giorno: un volume equivalente a più di quattro barili ogni dieci estratti nel paese. Il picco si è poi ridimensionato a 3,8 milioni di barili al giorno, un dato comunque notevole. Le riserve strategiche hanno offerto un margine ulteriore nella prima fase della crisi. Per molti governi alla ricerca di carichi sostitutivi, Washington è diventata il fornitore privilegiato. Ma questo vantaggio resta legato all’emergenza. Se il traffico attraverso Hormuz riprenderà presto, il petrolio del Golfo tornerà sul mercato e il premio incassato dai produttori americani si ridurrà. Come in molti altri dossier, la Cina gioca una partita diversa, puntando sul lungo periodo.

Pechino sembrava destinata a pagare un prezzo alto in questa crisi perché nessun altro paese importa tanto petrolio e una parte rilevante dei suoi acquisti arriva dal Golfo. Invece nei primi mesi della crisi ha assorbito il colpo meglio di molte economie meno dipendenti. A darle respiro è stato soprattutto il carbone, che genera ancora circa metà dell’elettricità cinese. È una fonte inquinante, ma disponibile in patria e sostenuta da un’enorme rete di centrali già operative. Quando il gas trasportato via mare è diventato più raro e costoso, è bastato aumentare la produzione di quegli impianti. La rete elettrica ha retto e la domanda cinese di gas è rimasta sotto controllo.

Nei mesi precedenti alla guerra la Cina aveva comprato greggio in grandi quantità, accumulando scorte sufficienti a coprire diversi mesi di importazioni. Quando il traffico attraverso Hormuz è crollato, le raffinerie hanno attinto alle riserve. Pechino ha potuto ridurre gli acquisti all’estero senza imporre tagli altrettanto drastici ai trasporti e all’industria. Una parte delle forniture continuava inoltre ad arrivare dalla Russia. Quel petrolio viaggia attraverso oleodotti e porti del Pacifico, lontano dalle rotte del Golfo. Le sanzioni occidentali hanno ristretto il numero dei compratori disponibili per Mosca, rafforzando il potere contrattuale di Pechino. La Cina ha così mantenuto l’accesso a un fornitore stabile e spesso disposto a concedere sconti.

Certo, il solare e la mobilità elettrica continuano a crescere, ma sopra una base energetica ancora largamente fossile. Pechino ha sviluppato il nuovo sistema mantenendo operativo quello precedente, malgrado i pesanti costi ambientali. È stata proprio questa combinazione a offrirle, durante la crisi, un margine di sicurezza raro. All’interno del paese è servita a contenere i danni. Fuori dai confini cinesi si è trasformata in un vantaggio commerciale. Oltre nove moduli solari su dieci sono prodotti in Cina. Il dominio sulle batterie è quasi altrettanto esteso e le case automobilistiche cinesi conquistano quote crescenti nel mercato elettrico.

Questo primato precede di molto la crisi di Hormuz. Decenni di sussidi e credito agevolato hanno finanziato impianti enormi, abbassando i costi fino a espellere molti concorrenti stranieri dal mercato. Quando il rincaro dei combustibili del Golfo ha spinto governi e imprese ad accelerare la ricerca di alternative, i produttori cinesi disponevano già della capacità necessaria. Nei mesi successivi allo shock, le esportazioni di pannelli solari e veicoli elettrici hanno raggiunto nuovi record. La guerra spiega soltanto una parte dell’aumento. Le fabbriche producevano già più di quanto il mercato interno riuscisse ad assorbire e i prezzi erano in discesa. Il rincaro di petrolio e gas ha reso convenienti investimenti che, fino a pochi mesi prima, molti governi potevano ancora rinviare.

Il Pakistan è il primo mercato ad approfittare di questa svolta. Il suo sistema elettrico dipendeva in misura rilevante dal gas liquefatto del Qatar, che deve attraversare Hormuz per raggiungere il mare aperto. Negli anni precedenti, però, il paese aveva importato dalla Cina grandi quantità di pannelli solari. Quando le consegne di gas sono diminuite, gli impianti già installati hanno ridotto il combustibile necessario a produrre elettricità durante il giorno. Gli acquisti compiuti prima della guerra hanno reso meno grave la carenza. Per i paesi importatori cambia quindi la fonte della vulnerabilità. La dipendenza dal petrolio del Golfo può diminuire, mentre cresce quella dalle fabbriche cinesi. Pannelli e batterie richiedono componenti prodotti in pochi distretti industriali, molti dei quali si trovano in Cina. La sicurezza energetica riguarda ormai anche la disponibilità delle apparecchiature necessarie a consumare meno combustibili.

Lo studio osserva che Washington continua ad affrontare le crisi energetiche con strumenti ereditati dall’epoca del petrolio. La riserva strategica permette di compensare per qualche tempo un’interruzione delle forniture di greggio. Per una carenza di celle solari o trasformatori non esiste nulla di simile. Moore propone quindi di accumulare componenti sufficienti a sostenere da sei a dodici mesi di nuove installazioni. Un barile può restare a lungo in un deposito; le apparecchiature elettriche diventano obsolete e non sempre sono compatibili tra loro.

Più controversa è la proposta di ridurre i dazi sui prodotti cinesi in cambio di fabbriche negli Stati Uniti e trasferimenti di tecnologia. L’accordo abbasserebbe i prezzi e potrebbe aiutare le imprese americane a recuperare terreno, ma consegnerebbe al principale rivale strategico un ruolo diretto in settori sensibili. Finora i dazi hanno frenato le importazioni senza creare un’industria nazionale capace di competere sulla stessa scala. Finché quel divario resterà aperto, Washington potrà guadagnare vendendo i combustibili richiesti dall’emergenza. Gli investimenti decisi per evitare la crisi successiva continueranno invece a premiare la Cina.


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