Classe ’79, Luca Paiardi è un architetto e tennista agonistico che ha trasformato il limite in opportunità. Insieme all’amico Danilo Ragona ha ideato ‘Viaggio Italia‘, un format documentaristico che esplora “gioie e dolori” dei viaggi “in carrozza”, a seguito di un incidente che a 19 anni ne ha cambiato il percorso.
Qual è stata la tua reazione dopo l’incidente? Hai risposto subito in maniera combattiva oppure se ti sei lasciato andare allo sconforto?
“All’incidente ho reagito cercando di capire quali fossero le soluzioni e le possibilità che mi rimanevano. Ho affrontato la cosa giorno per giorno: ho compreso da subito che la mia situazione non era reversibile, avevo una mielolesione completa, non avrei più potuto avere il controllo nell’uso della parte inferiore del corpo. Ero cosciente del fatto che potevo anche non esserci più. Uscito dal coma farmacologico, ho cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: posso vivere, ho possibilità residue e quindi cerco di sfruttare appieno quello che mi è dato. Ho anche pensato che, in questa condizione, avrei potuto fare cose utili non solo per me ma anche per gli altri. Sono stato affiancato dal Servizio Sanitario Nazionale dell’epoca che mi ha salvato: per questo penso che il nostro SSN pubblico vada salvaguardato e sorretto dai nostri governanti di qualsiasi colore o bandiera siano perché prima o poi può tornare utile a chiunque. L’essere passati ad un concetto di Azienda Sanitaria mi preoccupa, anche perché siamo un esempio per il mondo. Oltre al SSN che mi ha curato e di cui sono grato al mio Paese, ho avuto intorno la mia famiglia, ed anche i veri amici, che sono stati presenti “al momento del bisogno”. E quindi è stato sicuramente una buona base per non sprofondare”.
Come sono nate la tua passione per l’architettura e quella per la musica?
“Già da bambino amavo la musica. Era una passione familiare, mia mamma suonava la pianola, a mio papà piaceva la musica, ed entrambi amavano molto anche ballare. Arrivato sui banchi delle superiori ho incrociato Francesco, con cui condivido tuttora il progetto della band Stearica. La musica è stata fondamentale per affrontare il trauma, mi è stato dato un permesso speciale per avere un walkman in rianimazione con le cuffiette, per corroborare il mio stato d’animo, il mio spirito.
L’architettura mi ha appassionato più in maniera razionale che non di pancia, come la musica. Agli inizi avevo deciso di fare Economia, un po’ perché di numeri ci capisco e poi perché poteva facilitarmi l’ingresso nel mondo del lavoro. Iniziai a frequentare Economia Aziendale, che a me non appassionava per nulla, anzi la trovavo arida. Decisi, nell’anno di riabilitazione, di trovare qualcosa che mi appassionasse e che mi consentisse di occuparmi di cose che mi erano direttamente connesse perché ovviamente le barriere architettoniche, la progettazione accessibile erano diventate connaturate alla mia situazione. In più Architettura era un ambiente aperto rispetto al Politecnico di 25 anni fa, più flessibile, si facevano i gruppi di progettazione in cui interagivi con altri studenti, poi era notoriamente piena di belle persone, specialmente belle ragazze, quindi mi sono fatto convincere che era la facoltà giusta”.
Ci parli della band musicale Stearica? Qual è lo scopo ed il messaggio che porta?
“Stearica nasce dall’incontro prima con Francesco sui banchi delle superiori, poi con Davide, il batterista col quale abbiamo fondato la band. Ci siamo ritrovati tutti insieme in un’unica scuola, l’Istituto Alessandro Volta di Torino, perché gli Istituti dove avevamo iniziato erano molto rigidi e col nostro spirito artistico ribelle andavamo a scontrarvici. Era un Liceo Scientifico politicamente molto vivo, abbiamo anche partecipato attivamente come studenti ed è stata una palestra di vita. Interessarsi alla politica in quanto cosa pubblica che riguarda qualsiasi cittadino è fondamentale per evitare derive e errori, ma soprattutto per cercare di migliorare la società e non pensare che sia tutto inutile e che non abbiamo nessuna capacità di influenza rispetto alla politica. Viviamo in una democrazia e abbiamo strumenti pacifici che repubblica e democrazia ci danno per poter influire. Certo bisogna darsi da fare, essere attivi per le proprie idee. Stearica ha un background di questo tipo, pur non avendo voci è sempre stata un diffusore di spirito critico”.
Come è nata la tua passione per il tennis? Quali sono le emozioni delle gare, delle vittorie? Sono rimaste le stesse o si sono evolute nel corso del tempo?
“Lo sport è stato fin da bambino una gioia. Ho fatto qualsiasi sport, non eccellevo in nessuno, ma ero mediamente bravo in ognuno di essi. Avrei voluto farne tanti, ma per motivi anche economici mi sono ritrovato a giocare a calcio. L’esperienza nel mondo giovanile in quello sport è stata deleteria al punto di farmi rigettare completamente il mondo sportivo. Ho smesso di giocare per episodi di bullismo anche se sentivo la necessità di continuare a fare attività sportiva, perché ovviamente in pubertà, in adolescenza si ha bisogno di sfoghi fisici e mentali.
Comunque ho seguito anche l’indicazione dei miei: studia, lascia stare lo sport. Così sono andato avanti e la mia valvola di sfogo è diventata la musica, poi ho ritrovato l’attività sportiva. Dopo lo scontro con la disabilità lo sport diventa uno strumento non solo di gioco ma anche di terapia fisica e mentale perché ti aiuta a affrontare i limiti e a migliorarli. Margherita Vigliano, colei che ha introdotto il tennis in carrozzina in Piemonte è quella che mi ha trasmesso la passione e l’amore per questa disciplina. Nonostante non fossi molto convinto fu l’incontro con Giuseppe Antonucci a spingermi a provare a fare una lezione gratuita con lei, che mi permise di frequentare il Circolo senza ulteriori oneri. Adesso sono 25 anni che gioco. Ho smesso di giocare dal 2018 al 2021/22 ed ho ricominciato grazie al Cus Torino e ad Andrea Saggion. Ho ottenuto risultati migliori ora tra i 40 e i 46 anni rispetto a quando ero più giovane ma questa è una particolarità del mondo paralimpico in cui la vita agonistica degli atleti è molto più lunga perché non è solo legata all’età ma anche al residuo fisico e muscolare”.
Come e quando nasce Viaggio Italia? A quale scopo? In che modo si è trasformato in attività documentaristica?
“L’idea di Viaggio Italia nasce sui campi da tennis perché conosco e stringo amicizia con Danilo. Iniziamo a fare i primi viaggi assieme per andare a giocare i tornei. Tutto questo grazie alla terapia occupazionale, una branca della fisioterapia che insegna tecniche che permettono di vivere una vita autonoma a seconda della disabilità. E’ fondamentale che questa si diffonda e ne venga data la possibilità di accesso ai bambini disabili. Con B-Free, l’associazione che abbiamo fondato per gestire Viaggio Italia, abbiamo attivato un progetto per far giocare i bambini a tennis e che desse loro anche la possibilità di fare terapia occupazionale per imparare ad essere autonomi, opportunità attualmente concessa solo a chi ha un evento traumatico, ma non a persone con una disabilità congenita. Questo cambia proprio l’approccio alla vita, il ruolo che si può vivere nella società. Ne parlo perché credo che sarebbe una battaglia giusta da portare avanti, basterebbe iniziare a parlarne di più anche con i decisori, sarebbe ottimo riuscire a farla…
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Federica De Castro
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