La visione di riforma di Merz: il bilancio “a prova di Draghi” come controproposta
In questo contesto, l’intervento di Merz ad Aquisgrana assume una rilevanza di politica economica che va ben oltre la mera atmosfera festiva. Il Cancelliere auspica una modernizzazione fondamentale e una struttura radicalmente snellita del bilancio dell’UE. Il fulcro della sua visione è la riallocazione dei fondi di redistribuzione verso investimenti nella competitività e nella difesa europea – quello che egli definisce, in termini programmatici, un bilancio “a prova di Draghi”: un bilancio, quindi, che integri strutturalmente l’agenda di riforme del Rapporto Draghi, anziché considerarla un semplice supplemento.
Nello specifico, ciò significa meno fondi per l’agricoltura e i programmi di finanziamento regionali, come quelli per la costruzione di infrastrutture con fondi UE, e più capitali per progetti europei comuni nei settori delle tecnologie del futuro, della difesa, della sicurezza energetica e della digitalizzazione. Merz definisce questo cambiamento una questione di priorità: le sfide del XXI secolo non possono essere affrontate con un bilancio del XX secolo. L’orientamento strategico è chiaro: allontanarsi da un’UE che funziona principalmente come meccanismo di distribuzione per orientarsi verso un’UE che agisca come spazio comune di investimento.
Allo stesso tempo, Merz adotta una posizione tattica: rifiuta un nuovo debito comune, anche per ragioni costituzionali, come ha sottolineato ad Aquisgrana. Si tratta di una risposta diretta alle richieste sempre più insistenti provenienti da Bruxelles, affinché l’UE segua nuovamente la strada del fondo NextGenerationEU del 2020 ed emetta obbligazioni comuni per finanziare le principali sfide. Il calcolo politico di Merz non si basa unicamente sul diritto costituzionale: data la forza dell’AfD in Germania, un nuovo dibattito sul debito europeo comporterebbe notevoli rischi politici a livello nazionale.
Anche la tempistica dell’intervento di Aquisgrana non è casuale. La presidenza cipriota del Consiglio dell’UE intende presentare la sua proposta di bilancio nel maggio 2026, entrando così in una fase cruciale dei negoziati. Merz punta a un accordo a livello di leadership europea entro la fine del 2026, prima che le elezioni parlamentari in Francia, Italia, Polonia e Spagna nel 2027 possano ridefinire gli equilibri politici in Europa. La pressione del tempo è reale: se non si raggiunge un accordo entro la fine del 2026, l’UE rischia una situazione di stallo sul bilancio nel 2027.
La contraddizione di Atene: le sfide comuni richiedono strumenti comuni
La reazione sostanziale dei partner europei è stata immediata. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, alleato di Merz e appartenente alla stessa famiglia politica europea, il PPE, lo ha contraddetto apertamente nel suo discorso programmatico ad Aquisgrana: di fronte a nuove sfide comuni come quelle energetiche e della difesa, bisogna essere aperti a modelli di finanziamento europei comuni, perché le sfide comuni richiedono strumenti comuni.
Questa affermazione riflette una logica economica che non dovrebbe essere liquidata con leggerezza nel dibattito. Il mercato unico dell’UE è caratterizzato da significative asimmetrie economiche: gli Stati membri fortemente indebitati si trovano di fronte al paradosso che, proprio a causa del loro debito, sono meno in grado di investire nel futuro. Un nuovo studio dello ZEW dimostra che i paesi dell’UE più indebitati spendono sistematicamente meno per gli investimenti futuri: la situazione in questi paesi è persino più grave di quanto suggeriscano le sole statistiche sul debito. In un contesto del genere, un programma di investimenti finanziato esclusivamente a livello nazionale potrebbe esacerbare gli squilibri economici esistenti all’interno dell’UE: gli Stati membri più ricchi investono, quelli più poveri no.
Nel suo discorso ad Aquisgrana, Draghi presenta un argomento correlato, senza affrontare direttamente la questione del debito. Critica la frammentazione degli investimenti nazionali che spinge gli Stati membri dell’UE in competizione tra loro anziché consentire loro di presentare un fronte unito e più forte sul mercato globale. La sua relazione dimostra chiaramente il fabbisogno di investimenti: 800 miliardi di euro all’anno, finanziati da capitali pubblici e privati – una cifra che supera di gran lunga l’intero bilancio settennale di 2.000 miliardi di euro, anche tenendo conto dei generosi effetti di leva finanziaria derivanti dai capitali privati. Un bilancio UE di 2.000 miliardi di euro in sette anni equivale a circa 285 miliardi di euro all’anno, meno del 36% del volume di investimenti annuali necessari.
Tra retorica riformista e inerzia istituzionale
La tensione emersa ad Aquisgrana tra gli interventi di Merz, Mitsotakis e Draghi è di natura strutturale: corrisponde al fondamentale conflitto di interessi tra gli Stati contributori netti e gli Stati beneficiari netti nell’UE, tra una visione di riforma che implica la definizione di priorità e quindi la rinuncia alla redistribuzione, e la realtà politica per cui proprio quegli Stati che beneficiano dei programmi di finanziamento esistenti hanno un forte interesse a mantenerli.
Inoltre, si verifica un effetto di inerzia istituzionale. Le strutture del bilancio dell’UE – in particolare la Politica Agricola Comune e la politica regionale – si sono consolidate nel corso dei decenni e sono profondamente radicate nei sistemi politici ed economici nazionali. Le associazioni di agricoltori, le amministrazioni regionali, i ministeri nazionali – tutti questi attori hanno un interesse vitale a non perdere il flusso di fondi. La reazione delle associazioni di agricoltori alla nuova proposta della Commissione lo dimostra chiaramente: nonostante la retorica generale di riforma, i responsabili delle politiche agricole si oppongono a qualsiasi riduzione del bilancio agricolo e a qualsiasi accorpamento dei programmi di finanziamento, che a loro avviso creerebbe incertezza nella pianificazione. Resta da vedere se in questo contesto politico sia possibile una reale riallocazione dei fondi verso investimenti in tecnologie future e competitività.
I risultati dell’attuazione del Rapporto Draghi parlano chiaro. A un anno e mezzo dalla sua pubblicazione, solo 43 delle 383 raccomandazioni sono state implementate. I settori in cui si sono registrati i maggiori progressi sono le materie prime critiche e i trasporti, ambiti con chiari interessi di sicurezza nazionale e orizzonti temporali ristretti. Si sono invece registrati pochi progressi in settori di importanza sistemica come l’intelligenza artificiale, la riforma del mercato energetico e l’integrazione del mercato dei capitali. Non si tratta di una coincidenza, ma piuttosto del riflesso del fatto che le riforme di vasta portata incidono sulla sovranità nazionale e sono quindi politicamente onerose.
La vera svolta: investimenti contro sussidi
Al di là delle cifre specifiche di bilancio, il dibattito ruota attorno a una questione di politica economica più fondamentale: quale modello di sviluppo perseguirà l’Europa nel XXI secolo? La politica fiscale dell’UE ha finora implicitamente risposto a questa domanda con l’obiettivo di garantire la prosperità attraverso la redistribuzione e l’equiparazione. Il principio di coesione – secondo il quale le regioni più povere recuperano terreno attraverso i sussidi – è un…
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Konrad Wolfenstein
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