Malagò è andato alla Federcalcio, Rampelli si candida se lo chiamano, Onorato costruisce la sua rete quartiere per quartiere. E Calenda aspetta di vedere le carte.
Manca circa un anno alle elezioni comunali di Roma, previste per la primavera del 2027, con il caveat che se si dovesse andare a elezioni politiche anticipate, il centrodestra spingerebbe per evitare l’election day e le amministrative slitterebbero, anche se di poco. Ma il cantiere politico è già in funzione da tempo, su entrambi i fronti, con dinamiche e problemi che sono però molto diversi.
Sul versante del centrosinistra, Roberto Gualtieri si ricandida, e nessuno sembra volerlo o poterlo impedire. Il vero nodo non è lui, ma chi gli starà intorno. La sinistra del campo progressista è frammentata: Roma Futura e Sinistra Civica Ecologista hanno già dichiarato fedeltà al sindaco uscente, Alleanza Verdi-Sinistra presenterà però una propria lista distinta. I motivi della rottura sono noti: lo stadio della Roma a Pietralata, il termovalorizzatore di Santa Palomba, le compensazioni urbanistiche, i grandi progetti di trasformazione urbana. Troppi punti di frizione per costruire un’alleanza credibile. A Roma il campo largo appare molto più fragile che altrove: e una parte del Pd romano, secondo Carlo Calenda, non ha nessuna intenzione di costruirlo.
Il partito di Calenda, Azione, nel frattempo osserva. Calenda non si candida – lo ha escluso esplicitamente – ma non dà nemmeno per scontato il sostegno a Gualtieri. Vuole vedere prima chi esprimerà il centrodestra: “Se tirano fuori una figura capace, competente, che fa piazza pulita della classe dirigente attuale, ci parlerei”, ha detto al podcast di RomaToday. Sul lavoro di Gualtieri ha un giudizio articolato: il primo anno fu “drammatico”, poi le cose sono migliorate, ma il centro storico resta “il peggiore d’Europa”: strade sfasciate, overtourism senza gestione, dehors senza criteri. Parole dure, dette da uno che nel centro ci vive.
C’è però un attore del centrosinistra che si sta muovendo con metodo: Alessandro Onorato, assessore capitolino a Sport, Grandi eventi, Turismo e Moda. Presentissimo sui social e indicato da Goffredo Bettini come uno dei giovani da valorizzare, Onorato ha costruito attorno a sé una nuova realtà civica chiamata “Viva Roma Sempre”, contenitore che sosterrà Gualtieri ma che servirà anche al suo salto nazionale. Il progetto si chiama ora Progetto Civico Italia e ha ambizioni che vanno ben oltre il Campidoglio: conta già 50 comitati locali e oltre 500 iscritti a Roma, con l’obiettivo dichiarato di aprirne 327, uno per ogni quartiere della città. Il traguardo elettorale è esplicito: far vincere Gualtieri al primo turno. Nel 2021, con tre mesi di lavoro, la lista civica di Onorato prese quasi il 6%. Stavolta ha un anno e mezzo di vantaggio.

Il nodo più intricato resta il Movimento 5 Stelle. La linea nazionale di Giuseppe Conte punta all’accordo con il Pd, ma a Roma il terreno è accidentato. All’assemblea romana dei grillini, la standing ovation non è andata a Conte – accolto comunque come una rockstar – ma a Virginia Raggi, che dal palco ha attaccato il suo successore e sbattuto in faccia ai colleghi la realtà di un movimento spaccato, con una base che ha poca voglia di farsi fagocitare dai dem. Il termovalorizzatore resta l’ostacolo principale: su stadio e compensazioni urbanistiche si può trattare, su quello no. Il nome che circola per una eventuale candidatura autonoma è quello di Linda Meleo, attuale capogruppo in Campidoglio. La domanda è se il M5S convergerà su Gualtieri fin dal primo turno o presenterà un proprio candidato per misurare le forze prima di un eventuale ballottaggio — una scelta che dipenderà anche da quanto Gualtieri sarà disposto a cedere sul programma.
Sul fronte del centrodestra, invece, regna l’incertezza. Il nome di Giovanni Malagò, a lungo considerato una possibile carta civica forte, sembra ormai tramontato dopo la sua candidatura ufficiale alla presidenza della Federcalcio, depositata il 14 maggio. Un’uscita di scena che ha costretto Fratelli d’Italia a rimettere mano al dossier con una certa urgenza. Dopo la delusione Malagò, da FdI spingono per una candidatura politica: basta civici, basta figure tecniche per strizzare l’occhio a tutti.

Il nome che circola con più insistenza è quello di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e cofondatore di FdI. Rampelli ha aperto alla possibilità: “Se qualcuno me lo chiedesse non potrei dire di no”, ha detto giorni fa ai microfoni di Radio Roma Sound. La sua base è il VI Municipio, il suo messaggio è costruito su sicurezza, decoro e periferie, esattamente i temi che FdI ha messo al centro della riunione del 25 maggio, convocata dal presidente della Federazione romana Marco Perissa e a cui ha partecipato anche Arianna Meloni. Rampelli non dispiacerebbe a molti in FdI, ma sarebbe un problema con Forza Italia: troppo identitario, troppo divisivo. Nel centrodestra il candidato nelle grandi città si decide ai tavoli nazionali, e lì gli equilibri di coalizione contano quanto i consensi locali. Il problema del centrodestra romano, poi,non è solo trovare un nome, ma costruire una candidatura credibile sul piano amministrativo dopo anni di opposizione frammentata in Campidoglio.
Sullo sfondo restano altri nomi – Andrea Abodi, ministro dello Sport, e in modo più pittoresco quello di Arianna Meloni, citato ciclicamente senza mai decollare – ma nessuno con la forza sufficiente per chiudere la partita. Il tempo stringe: arrivare senza candidato a fine 2026 sarebbe un errore difficile da recuperare. Nel 2021 andò esattamente così, con Enrico Michetti scelto troppo tardi e con risultati che Calenda ricorda con scarsa indulgenza: “Non ho mai incontrato uno più impreparato di lui”.
A un anno dal voto, la differenza è soprattutto questa: il centrosinistra discute già degli equilibri interni a una candidatura esistente; il centrodestra non ha ancora deciso nemmeno da dove partire.
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