“PER ESSERE CREDIBILI BISOGNA ESSERE AMMAZZATI”


RUBRICA, STORIE DI MAFIE

Questa frase viene pronunciata da Giovanni Falcone nell’intervista a Corrado Augias il 12 gennaio 1992, ascoltata alla luce degli eventi successivi suona oggi come un’amara profezia: illumina la parabola di delegittimazione e isolamento istituzionale che segna gli ultimi anni della vita del magistrato.

Giovanni Falcone muore nella comunemente detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Fu un attacco diretto allo Stato, pensato per colpire il magistrato che più di ogni altro aveva incrinato il potere di Cosa Nostra con il Maxiprocesso e con il metodo investigativo costruito insieme a Paolo Borsellino e al Pool Antimafia.

Falcone, stava tornando da Roma, come era solito fare nei fine settimana, solitamente rientrava il venerdì sera, ma quel fine settimana, aveva deciso di rientrare il sabato mattina. Il jet di servizio, partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16.45, arriva a Punta Raisi dopo un viaggio di cinquantatre minuti. Lo attendono quattro autovetture: tre Fiat Croma, il gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.

Appena sceso dall’aereo, Falcone che, ogni tanto guidava personalmente l’auto blindata, si sistema infatti alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prende posto la moglie Francesca Morvillo, mentre, l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo (poi risulteranno gli unici tre sopravvissuti).

La Croma marrone è in testa al gruppo, segue la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano i sicari che hanno già sistemato l’esplosivo per la strage, della partenza delle automobili.

I particolari sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese è il fatto che nell’aereo di Stato che lo riportava a Palermo avevano avuto un passaggio diversi “grandi elettori” (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani, reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma mai nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato ai mafiosi informazioni circa la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.

Ovviamente, gli spostamenti del Direttore Affari Penali del Ministero della Giustizia, erano a conoscenza dello stesso A. La Barbera, che proprio in questi ultimi mesi è al centro di un’inchiesta a Caltanissetta inerente alla possibile ed eventuale pista nera delle stragi 1992.

Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.

Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone nel mentre si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.

La seconda auto, la Croma bianca guidata dall’ex giudice Falcone, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio.

La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale, e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.

Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.

Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva. Alle 19.05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione Giovanni Falcone muore a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. La moglie – Francesca Morvillo – morirà anch’essa poche ore dopo.

Volantini recanti una citazione del giudice Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.

Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime, ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso.

I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza.

Nei miei ricordi è rimasto un grande dolore, un senso di vuoto, che ha saputo parzialmente colmare il Giudice Ferdinando Imposimato che mi è rimasto vicino in tutti questi anni, pagandomi anche i primi due anni di iscrizione all’Università.

Quel pomeriggio ero a casa a Roma, avevo la TV accesa, ho appreso subito la notizia. Un silenzio incredibile si è impossessato di me, ed il sentimento più forte che ho sentito è stata la grande delusione verso lo Stato, quel giorno è incancellabile.

Un aereo, un ultraleggero sorvolava Capaci proprio qualche minuto prima e dopo la strage, fuori dai radar, non verrà mai tracciato. Tuttavia, c’è da sapere che la base aerea più prossima. L’esplosivo utilizzato fu di tipo militare. Intervenne immediatamente l’FBI ma purtroppo, una pioggia torrenziale il giorno dopo il 24 maggio 1992 cancellò molte tracce utili alle indagini.

La strage arriva in un momento in cui la mafia, messa sotto pressione dalle condanne del Maxiprocesso e dalla conferma in Cassazione del 30 gennaio 1992, sceglie la strategia del terrore come risposta alla perdita di controllo.

Francesca Toto

Centro Studi Imposimato


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 Redazione OrticaWeb

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