Perché l’obesità infantile può lasciare un’impronta biologica


Capita sempre più spesso di ascoltare persone che, parlando delle proprie difficoltà nel mantenere il peso corporeo, raccontano: «Da piccolo ero già sovrappeso». Per molto tempo questa frase è stata interpretata quasi esclusivamente come un ricordo, un dettaglio della propria storia personale. Oggi però la letteratura scientifica suggerisce qualcosa di più complesso: l’obesità infantile potrebbe lasciare una vera e propria impronta biologica sul tessuto adiposo.

Questo non significa che il destino metabolico sia già scritto nei primi anni di vita, né che un bambino con obesità diventerà inevitabilmente un adulto obeso. Significa però riconoscere un principio importante: il corpo conserva memoria delle proprie fasi di sviluppo, soprattutto quando si parla di regolazione energetica e tessuto adiposo.

Oggi sappiamo che la vecchia descrizione del grasso corporeo come semplice deposito energetico è incompleta. Per anni l’equazione è stata semplice: si mangia troppo, si accumula grasso; si mangia meno, il grasso diminuisce. Ma il tessuto adiposo è molto più di questo. È un organo metabolicamente attivo che produce ormoni, molecole infiammatorie e segnali biologici in costante dialogo con cervello, fegato, muscoli e sistema endocrino.

Uno degli studi che ha cambiato il modo di osservare il grasso corporeo è stato pubblicato su Nature nel 2008: “Dynamics of Fat Cell Turnover in Humans” di Kirsty L. Spalding. La ricerca mostrava che negli adulti il numero di cellule adipose tende a rimanere relativamente stabile nel tempo. Quando una persona ingrassa in età adulta, nella maggior parte dei casi non crea enormi quantità di nuovi adipociti, ma aumenta soprattutto il volume delle cellule già esistenti.

Questo introduce una distinzione fondamentale. Il tessuto adiposo può espandersi in due modi: aumentando la dimensione delle cellule adipose già presenti – fenomeno chiamato ipertrofia – oppure aumentando il numero delle cellule adipose, cioè attraverso l’iperplasia. Ed è proprio quest’ultimo processo a essere particolarmente attivo durante infanzia e adolescenza.

Nelle prime fasi della vita il corpo non si limita quindi a riempire adipociti già esistenti, ma può crearne di nuovi. Dal punto di vista metabolico questo aspetto è particolarmente rilevante. Perdere peso significa soprattutto svuotare gli adipociti; eliminarli, invece, è estremamente difficile. Questo implica che un elevato numero di cellule adipose sviluppato durante l’infanzia potrebbe persistere anche in età adulta.

Una revisione pubblicata su Nutrients nel 2020 da Camila E. Orsso – “Adipose Tissue Development and Expansion from the Womb to Adolescence: An Overview” – approfondisce proprio questo aspetto. Lo sviluppo del tessuto adiposo inizia già durante la vita intrauterina e continua intensamente nei primi anni di vita e nell’adolescenza, fasi caratterizzate da una forte plasticità biologica. In quel periodo il corpo costruisce sistemi endocrini, meccanismi di regolazione energetica e capacità di accumulo. In presenza di un surplus energetico cronico, sedentarietà o alimentazione fortemente iperpalatabile, l’organismo potrebbe adattarsi aumentando il numero degli adipociti e quindi la capacità di immagazzinare energia.

Queste conoscenze modificano anche il modo in cui interpretiamo l’obesità. Per molto tempo si è pensato che l’aumento della massa grassa dipendesse quasi esclusivamente dall’ingrossamento delle cellule adipose. Oggi sappiamo che la situazione è più articolata: la massa adiposa dipende sia dalla dimensione sia dal numero degli adipociti. Alcuni dati suggeriscono che, superata una certa soglia, il corpo inizi a ristrutturare il tessuto adiposo creando nuove cellule, non soltanto ingrandendo quelle già presenti.

Paradossalmente questo meccanismo potrebbe rappresentare inizialmente un adattamento protettivo. Avere pochi adipociti molto grandi tende infatti a essere associato a maggiore infiammazione, ipossia del tessuto adiposo, insulino-resistenza e stress metabolico. Distribuire invece il grasso su un numero maggiore di adipociti più piccoli potrebbe ridurre temporaneamente questo sovraccarico biologico, come se il corpo cercasse nuovi spazi di deposito per gestire l’eccesso energetico.

Il problema è che questi adipociti tendono a rimanere nel tempo. Ed è qui che entra in gioco uno dei temi più delicati legati all’obesità infantile. Molte persone che hanno avuto una storia importante di sovrappeso nei primi anni di vita raccontano di percepire il mantenimento del peso come particolarmente difficile.

Un organismo caratterizzato da un elevato numero di adipociti potrebbe infatti presentare una maggiore capacità di accumulo energetico, una più forte predisposizione al recupero del grasso dopo un surplus calorico e risposte compensatorie più intense durante le diete ipocaloriche, come aumento della fame e riduzione del dispendio energetico. In altre parole, il corpo potrebbe tendere a difendere il proprio tessuto adiposo.

Lo studio di Frank Jochum pubblicato nel 2022 – “Burden of Early Life Obesity and Its Relationship with Protein Intake in Infancy: The Middle East Expert Consensus” – sottolinea quanto i primi anni di vita rappresentino una finestra estremamente sensibile per lo sviluppo metabolico. Velocità di crescita, alimentazione infantile, eccessi energetici precoci e, in alcuni casi, eccessivo introito proteico possono influenzare il rischio futuro e la predisposizione all’obesità.

Ma predisposizione non significa condanna. Significa semplicemente che non tutte le persone partono dallo stesso punto biologico. Due individui possono seguire strategie simili ma avere risposte completamente diverse. Uno potrebbe essere stato normopeso durante tutta l’infanzia, l’altro aver sviluppato una marcata iperplasia del tessuto adiposo nei primi anni di vita.

L’infanzia, dal punto di vista metabolico, rappresenta quindi una finestra biologica decisiva. In quei primi anni il corpo costruisce parte della propria regolazione futura, ed è anche per questo che oggi si parla sempre più di prevenzione precoce. Non per creare allarmismo o controllo ossessivo intorno al cibo, ma perché intervenire presto può influenzare profondamente la salute metabolica negli anni successivi.


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 Marco Perugini

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