Basterebbe soltanto non stupirsi poi del fatto che l’Italia è considerata un alleato poco affidabile sia dagli altri 26 Stati membri dell’Unione europea sia all’interno della Nato. E invece no, i governi italiani finiscono per battere i piedi per terra come i bambini capricciosi, manco i pugni sul tavolo ché quelli richiedono un minimo di fegato. Quello presieduto da Giorgia Meloni non fa certo eccezione.
Sarà che siamo entrati nella fase accelerata della campagna elettorale permanente che contraddistingue ormai da decenni il nostro Paese. E sarà che i partiti spendono molto tempo – troppo? – a compulsare i sondaggi: per esempio l’ultimo Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, che racconta che la maggioranza relativa degli italiani (il 44,2 per cento) considera le risorse destinate alla difesa un costo più che un investimento. E sarà pure che, più a che leader, siamo di fronte a follower incapaci di assumere decisioni per paura delle possibili conseguenze elettorali.
Ma ci sono cose scritte, che restano. Si chiamano impegni internazionali. E sono quelle cose con cui si fa anche la spesa. Sì, perché la credibilità di un Paese non è un concetto astratto da conferenza diplomatica: è un moltiplicatore economico. Determina quanto costano il debito, l’energia, le assicurazioni, gli investimenti. Determina se gli altri si fidano abbastanza da condividere tecnologie, intelligence, catene di approvvigionamento. E soprattutto determina se, quando arriva una crisi, qualcuno risponde al telefono dall’altra parte.
E va bene che quell’intesa sul 5 per cento del prodotto interno lordo investito in difesa entro il 2035 – il 3,5 per cento per i requisiti fondamentali della difesa in linea con gli obiettivi di capacità Nato e il restante 1,5 per cento per proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, garantire la preparazione e la resilienza civile, innovare e rafforzare la base industriale della difesa – è stata un accrocchio per placare Donald Trump che metteva e mette pressione sugli alleati arrivando a minacciare il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza atlantica.
Però la firma della presidente del Consiglio su quel documento c’è. Si guardino bene i suoi predecessori dal sentirsi assolti, ché le dichiarazioni alleate le hanno firmate in passato senza mantenere gli impegni. L’Italia è il dodicesimo Paese al mondo per spesa militare, con un aumento del 20 per cento della spesa tra il 2024 e il 2025 e un peso sul prodotto interno lordo in crescita; ma rimane sotto la soglia del 2 per cento del prodotto interno lordo, è 1,9 per cento. Lo racconta l’ultimo rapporto sulla spesa militare globale pubblicato a fine aprile dallo Stockholm International Peace Research Institute. E poi c’è la creatività contabile. Lo stesso documento, infatti, spiega che la «sfocatura dei confini tra le categorie delle spese militari essenziali e quelle correlate comporta il rischio di rendicontazioni incoerenti e di una ridotta trasparenza, limitando un efficace controllo pubblico. Potrebbe inoltre incentivare i membri della Nato a riclassificare attività non militari come militari per soddisfare obiettivi politicizzati, generando margini per una “contabilità creativa” e la militarizzazione di progetti civili, come il tentativo segnalato dall’Italia nel 2025 di includere i costi di costruzione di un ponte verso la Sicilia nelle proprie spese militari».
E dire che l’intesa sull’obiettivo precedente, quello del 2 per cento entro il decennio successivo, è datata 2014, quando i leader alleati si riunirono in Galles. Era dopo l’annessione illegale della Crimea da parte della Russia. Ma prima della Brexit e dell’arrivo del ciclone Donald Trump alla Casa Bianca e sullo scenario internazionale. Al Celtic Manor Resort c’erano il primo ministro britannico David Cameron, il presidente statunitense Barack Obama, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese François Hollande, il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e il premier spagnolo Mariano Rajoy. Un’altra era.
C’era anche Mark Rutte, oggi segretario generale della Nato, ma allora nelle vesti di primo ministro olandese. Certo, c’erano anche Viktor Orbán e Recep Tayyip Erdoğan, ma questa è un’altra storia.
In quei dieci anni la spesa militare italiana è passata dal’1,13 per cento all’1,5 per cento. Mancava uno 0,5 per cento, ovvero poco meno di 11 miliardi di euro.
Eppure, poco dopo aver finito i conti per rendersi conto di aver mancato l’obiettivo, Meloni ha firmato la dichiarazione Nato dell’Aia che alza la soglia al 5 per cento. Impegni «necessari» e «sostenibili», aveva detto la stessa presidente del Consiglio, assicurando che il governo aveva «fatto i suoi calcoli» e che «una parte importante di queste risorse, se siamo bravi, verrà utilizzata per rafforzare imprese italiane» e ciò creerà «una politica economica espansiva che produce risorse, e quindi è un circolo virtuoso, se lo sappiamo usare bene».
Senza dimenticare che pochi giorni prima l’Unione europea, e quindi anche l’Italia, avevano dato il via libera a Safe (Security Action for Europe), strumento di prestito finalizzato ad aiutare gli Stati membri a investire nei settori della difesa fino a 150 miliardi di euro chiedendo di riservare all’Italia quasi un decimo dell’importo totale, ovvero 14,9 miliardi.
Ma le urne si avvicinano (la prossima primavera, dicono molti), la maggioranza non è più tanto sicura di vincere, e così è tornata a cercare il nemico esterno: nell’assenza di un’opposizione credibile, ha virato nuovamente sull’Unione europea, legando a doppio filo energia e sicurezza inventandosi uno scontro con la Commissione europea e sperando nella flessibilità sul Patto di stabilità. Giovedì mattina su Canale 5, Meloni ha sostenuto che «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». In serata Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha spiegato che su Safe «chiederemo meno» dei 14,9 miliardi previsti (si parla di un terzo, 5 miliardi), «soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare». Il termine fissato per oggi per la sottoscrizione dell’accordo sul prestito necessario a dare piena esecuzione al piano di investimento presentato da ogni nazione sappiamo che non sarà rispettato. Certo, la scadenza non è perentoria.
Ma è un altro colpo alla credibilità internazionale dell’Italia. Senza dimenticare la zappa sui piedi, perché la mancata o minore partecipazione a Safe sarebbe una sconfitta per l’Italia in quanto il vantaggio principale dello strumento non è tanto avere più soldi, quanto avere debito a condizioni migliori.
Il summit dei leader Nato quest’anno si terrà ad Ankara il 7 e 8 luglio. C’è da scommettere che per allora il governo italiano proverà ancora una volta a guadagnare tempo, a rinviare, a spiegare che il contesto è cambiato, che ci sono altre priorità, che non è questo il momento. Ma il punto è proprio questo: nella politica internazionale il momento non arriva mai da solo, bisogna decidere di esserci.
E la differenza tra un Paese credibile e uno che non lo è sta tutta lì. Nella capacità di assumersi responsabilità anche quando sono impopolari. Nel mantenere gli impegni firmati invece di trattarli come volantini elettorali. Nel capire che sicurezza, economia e peso geopolitico non sono compartimenti stagni ma la stessa identica partita.
Perché si può anche continuare a raccontare agli italiani che la difesa è soltanto una spesa. Poi però non ci si lamenti se l’Italia viene trattata come un Paese che pretende protezione, flessibilità, solidarietà e ascolto senza voler pagare il prezzo politico delle proprie scelte. O, peggio, delle proprie non-scelte.
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Gabriele Carrer
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