“Abdico alla corona d’Italia in favore di mio figlio Umberto di Savoia, principe di Piemonte”. Con queste parole, il 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III si fece da parte dopo 46 anni di regno. Fu l’ultimo disperato tentativo di salvare la propria dinastia, ma non fu sufficiente a cancellare la memoria del coinvolgimento della monarchia con il fascismo e della fuga vergognosa da Roma dopo l’8 settembre 1943. Chissà: se Umberto si fosse ribellato al padre e si fosse messo a capo della Resistenza contro gli invasori tedeschi e i fascisti forse oggi avremmo ancora un re…
Roma, 25 aprile 2006, il cortile d’onore del Quirinale prima della consegna della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla città della Spezia (foto E. Amici – G. Atzeni).
La spaccatura al referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 fu drammatica, soprattutto tra il Centro e il Nord, che votarono a maggioranza per la Repubblica, e il Sud che appoggiò la monarchia. Il Sud non aveva conosciuto la Resistenza ma il governo dei partiti democratici grazie all’avanzata alleata. Poco però era cambiato, nel potere come nelle mentalità. Tuttavia diventammo Repubblica anche grazie al voto di tanti “cafoni” meridionali, che seppero rialzare la testa. Si votava per la prima volta dopo vent’anni di dittatura. Le donne votarono per la prima volta nella storia italiana. I giornali consigliarono loro di rinunciare al rossetto, per non macchiare la scheda elettorale. Anche le donne fecero la loro parte, dopo essere così tanto “maturate” durante la Resistenza: non solo con il sostegno ai partigiani, ma in generale assumendo su sé stesse la guida delle famiglie, perché gli uomini erano quasi tutti in guerra.
La campagna elettorale fu molto combattuta e partecipata. Era un’Italia ancora molto povera, molto disuguale, distrutta dalla guerra. Eppure quella fase fu contrassegnata da una vera e propria febbre di partecipazione politica, da un attivismo assolutamente inconsueto nella storia d’Italia. Si sprigionava – ha scritto lo storico Giovanni De Luna – “quel dinamismo che soltanto la Resistenza poteva avere inoculato in un paese […] prima così statico, così addormentato, così rassegnato”.
Leggiamo un articolo di Libero Bigiaretti:
Gli uomini gridavano per le strade costituente oppure gridavano repubblica o re, caricando in tali termini tutte le speranze e i desideri, e magari i rancori. Mai vedemmo le facce degli uomini vive ed espressive come in quei giorni, gli si leggeva finalmente la strana volontà di non affidare altro che a se stessi il diritto di decidere sulla propria sorte.
[…] Anche i bambini dei quartieri popolari giocavano alle elezioni tracciando simboli con il gesso e, come nel gioco della guerra, nessuno voleva fare il tedesco, così a tutti ripugnava fare la parte del monarchico. Similmente nei quartieri ricchi, si dava per burla la caccia al comunista.
Era un sogno. Non c’era mai stato nulla si simile. Si votava anche per la Costituente. Lo Statuto albertino era stato concesso dall’alto, dal re. Era la prima volta che si votava la forma dello stato; e si votava in prima persona, con un potere costituente totale. Di più. Lo ha scritto Piero Calamandrei:
Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà, che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta del popolo mentre era ancora sul trono il re.
Roma, 25 aprile 2006, la consegna della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla città della Spezia (foto E. Amici – G. Atzeni).
Un miracolo che ha le sue origini nella Resistenza.
Il 54,2% degli italiani votò per la repubblica, il 45,8% per la monarchia. Il re contestò, voleva ricontare le schede bianche e nulle. Alla fine, l’11 giugno, cedette. Si vociferò di un colpo di stato, ma Umberto non lo voleva. Partì per Lisbona e disse ai suoi collaboratori che vaneggiavano di riscossa monarchica: “Le monarchie sono come i sogni. O si ricordano subito, o non si ricordano più”.
Nel voto per l’Assemblea costituente i democratici cristiani ebbero il 35,2% dei voti, i socialisti il 20,7%, i comunisti il 19%. La situazione politica era dunque ancora equilibrata. Si tornò a un governo di coalizione con i principali partiti, come dopo il 25 aprile. Ma si capiva che non sarebbe durato a lungo: soprattutto per gli sviluppi della situazione internazionale. Più avanzava la guerra fredda, più aumentava la spinta degli americani perché la DC rompesse la collaborazione con comunisti e socialisti. Ciò avverrà nel 1947. E tuttavia, nonostante tutto, l’Assemblea costituente riuscì a consegnarci, unita, la Costituzione.
E La Spezia come votò? L’attenzione in città in quei giorni era rivolta anche ad altro: al processo contro la famigerata banda Gallo e alla partenza delle navi con gli ebrei verso la Palestina. La scelta degli spezzini fu netta: il 74,25% votò per la repubblica in provincia, il 76,31% nella città capoluogo. La nostra provincia fu la nona su 91 con le percentuali più alte per la repubblica. Il voto comunale era migliore ancora perché in quello provinciale pesò il fatto che in sette comuni della Val di Vara aveva prevalso la monarchia: Borghetto, Brugnato, Carro, Carrodano, Maissana, Pignone, Varese Ligure. Il PCI era il primo partito con il 35,1% dei voti, seguivano la DC con il 28,2% e il PSI con il 21,8%. Nel capoluogo il risultato fu ancora più netto: il PCI al 37,6%, la DC al 23,2%, il PSI al 19,8%. Si votava con le preferenze su base regionale – allora potevamo ancora scegliere i nostri candidati! – e la DC riuscì ad eleggere due deputati: Angela Gotelli e Filippo Guerrieri. Il PCI elesse Anelito Barontini.
Facemmo, allora, la scelta giusta: la repubblica costituisce la forma di governo più adatta a garantire la libertà dei cittadini perché permette loro di partecipare attivamente alle decisioni politiche cui si sentono coinvolti in ragione di una “virtù civica” volta ad assicurare il rispetto dei diritti e a impedire gli abusi del potere. Una rottura, un cambio d’epoca.
Roma, 25 aprile 2006 il sindaco con i messi comunali e, alle spalle, i partigiani Bruno Brizzi e Amelio Guerrieri.
In seguito abbiamo avuto due stagioni della vicenda repubblicana, quella della “repubblica dei partiti” e quella della “repubblica dell’antipolitica”, e una caduta dell’importanza della Festa della Repubblica.
Fu Carlo Azeglio Ciampi ad impegnarsi a dare un nuovo significato alla Festa in nome di un patriottismo costituzionale in linea con lo sforzo profuso per il recupero e la valorizzazione della memoria resistenziale. Era ed è l’unico modo per costruire un sentimento di appartenenza a una identità nazionale collettiva. Non è certamente facile: perché c’è un ritorno alla guerra e ai suoi orrori, e non in tutte le forze politiche vive il riconoscimento nella Costituzione che ripudia la guerra; perché perdura il dominio del modello neoliberista che produce diseguaglianze sociali e comprime lo sviluppo delle opportunità, e non in tutte le forze politiche vive il riconoscimento nella Repubblica fondata sul lavoro; perché c’è una democrazia più debole, con una deriva della politica che vede i partiti ridotti a formazioni senza popolo.
Come ha scritto lo storico Paolo Corsini:
Al 2 giugno 1946 – l’elezione di politici di alto profilo culturale e dalla indubbia eticità – si può fare riferimento come giudizio e sanzione nei confronti di un panorama oggi a dir poco deprimente, in cui latitano idealità e competenza, e la politica perde il proprio primato, trovandosi inabilitata a competere con poteri economici e finanziari, tecnocrazia, sistemi di informazione e soggetti extraistituzionali.
Dunque un 2 giugno da restituire compiutamente a quanto è stato e a quanto ha rappresentato: la premessa del patto costituzionale e la promessa di una nuova Italia.
Post scriptum
Le foto di oggi – scattate da Enrico Amici e Giampaolo Atzeni – non potevano non essere dedicate al Quirinale, dove deve sedere, oggi e sempre, il garante del patriottismo costituzionale. Ho scelto il giorno più bello per la nostra città al Quirinale: la consegna della Medaglia d’Oro al Merito Civile, il 25 aprile 2006, da parte del Presidente Ciampi.
Nella foto in alto vedete i tanti spezzini in coda per entrare al Quirinale quel giorno.
A seguire:
il cortile d’onore del Quirinale prima della consegna della Medaglia;
la consegna della Medaglia;
il sindaco con i messi comunali e, alle sue spalle, i partigiani Bruno Brizzi e Amelio Guerrieri, nel frattempo scomparsi.
Carissimi Bruno e Amelio, rivedendovi ancora, e pensando alla vostra vita, ho più fiducia. L’eredità della Resistenza, della Repubblica, della Costituzione, è legata fondamentalmente alla dimensione soggettiva, nella quale ogni individuo fa i conti con sé stesso e con la sua coscienza; e invece di rinchiudersi all’interno del suo destino individuale, mette a disposizione il proprio impegno per un progetto collettivo. E’ questa la vostra eredità, che ci dobbiamo tenere molto stretta anche oggi. Se lo faremo, il resto prima o poi forse verrà.
Buona Festa della Repubblica a tutte e a tutti
lucidellacitta2011@gmail.com
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Niccolò Re
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