La Dia e l’F.BI. indagarono sulla strage di Capaci
Le immediate conseguenze politiche
La strage di Capaci portò subito alla liquidazione di Giulio Andreotti come candidato al Quirinale e alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica nella persona di Oscar Luigi Scalfaro, Scalfaro era già collegato con i servizi segreti da cui aveva avuto, come capo del Viminale, 100 milioni di lire al mese per tre anni. (cit. Ferdinando Imposimato)
Per la strage di Capaci c’era stata anche un’altra strana coincidenza Il 2o maggio 1992, il CSM aveva nominato Giovanni Tinebra Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Celesti era stato trasferito a Palermo con una riesumazione di una sua domanda di trasferimento alla quale aveva di fatto però già rinunciato. Celesti era rimasto al suo posto in attesa dell’insediamento del Procuratore Tinebra, che avvenne in tempi rapidi. Tinebra si sarebbe occupato,poi, a Caltanissetta del processo che riguardava l’astro nascente della politica italiana: Silvio Berlusconi, e del suo braccio destro Marcello Dell’Utri, indagati addirittura della strage.
Il 6 giugno 1992 il Governo approvò il decreto Martelli che prevedeva varie misure antimafia tra cui il 41 bis che però non entrò subito in vigore.
Il movente principale: il dossier mafia appalti
I due magistrati Falcone e Borsellino portarono alle luce legami inimmaginabili tra Cosa Nostra, grandi imprese del Nord, come la Calcestruzzi di Ferruzzi e Gardini, ed enti pubblici privati, come l’IRI, con imprese che facevano da schermo, appalti irregolari per miliardi nelle grandi opere pubbliche, quali: Autostrada del Sole e Alta Velocità.
Il dossier mafia appalti preparato dai carabinieri del R.O.S. di Palemo era solo la punta, in realtà, di un sistema politico-mafioso che era già presente dalla metà degli anni ’80 nel Paese. I grandi appalti, poi sub e sub appaltati ad imprese con a capo boss mafiosi, servivano da riciclaggio del danaro sporco e per creare quella alleanza tra mafia/camorra e tessuto sociale a cui lo Stato neppure aveva pensato.
Così i criminali per attirare e creare un solido consenso assumevano cittadini ignari e pur sottopagandoli, garantendo loro un lavoro, crearono nei decenni un rapporto con questi finalizzato al voto di scambio.
Ecco perché alcuni candidati al Parlamento siciliano, Sindaci di comuni e Parlamento nazionale risultavano già compromessi.
Giovanni Falcone fu il primo a Palermo e poi a Roma ad aver compreso i legami tra Stato e Mafia.
Un giorno sulla sua scrivania nel mese di settembre 1991, il Giudice Imposimato, scorse una cartellina azzurro chiaro, il titolo era proprio questo: “rapporti tra Stato e Mafia”, all’interno la prima rogatoria ricevuta dai colleghi svizzeri, di cui i due parlarono anche nei giorni successivi. A novembre 1991 Falcone fece partire la seconda richiesta di rogatoria internazionale, grazie anche all’aiuto di Ferdinando Imposimato che mise a disposizione il suo fiuto e la sua competenza inerente i traffici romani da lui scoperti negli anni ’80.
Le indagini di Falcone, a capo della Direzione Affari Penali del Ministero di (Grazia e) Giustizia, allarmarono i grandi imprenditori privati e quelli di enti pubblici.
L’enorme prestigio, conquistato sul campo da Giovanni Falcone, candidato numero 1 alla guida della DNA, ma, secondo Martelli, anche alla guida del Viminale, incuteva terrore ed una preoccupazione altissima.
Emergevano poi in Sicilia, quasi contemporaneamente, i primi riscontri giudiziari importantissimi, legati ad alcune logge massoniche nelle province di Palermo e Trapani. A far parte delle logge massoniche erano capi mafia, imprenditori e politici locali. Nelle logge massoniche segrete l’apertura ed il dialogo, l’occasione di incontri, non erano trascurabili.
Ma c’è un altro scenario da tenere presente per capire i moventi. La strage del 23 maggio 1992 avvenne nel mezzo di una fase di transizione politica dall’esito incerto. All’epoca,Giulio Andreotti, fregandosene di Mani Pulite e dei processi di mafia, aveva in corso l’assalto al Quirinale. Quel giorno, però, egli ricevette nel suo studio di Piazza San Lorenzo in Lucina la visita di Claudio Martelli, Ministro della Giustizia, questi aveva nominato Giovanni Falcone direttore generale degli affari penali,Martelli disse che l’assassinio di Falcone imponeva ad Andreotti di ritirare la sua candidatura. Oggi possiamo fare qualche interessante ipotesi su ciò che spinse Claudio Martelli, socialista, a giungere a quella conclusione.
Fatto sta che Andreotti, già traumatizzato dall’uccisione di Salvo Lima, decise di ritirarsi dalla candidatura a Presidente della Repubblica.
Fu allora che Marco Pannella propose la candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, che subito dopo costrinse alle dimissioni il Ministro Scotti e il Ministro Martelli e nominò Mancino, numerose volte indagato e poi prosciolto durante il lungo (ed estenuante processo) della trattativa Stato Mafia, messo in piedi in primis dal PM Antonino Di Matteo.
Ma cosa indusse la mafia in quel drammatico 1992 a procedere all’eliminazione ed uccidereGiovanni Falcone?
Alla cena avvenuta il 22 maggio, il giorno prima, alla presenza di Peter Secchia e consorte, di Gianni De Gennaro e la moglie di Francesca Morvillo, a Roma presso Villa Taverna, quando De Gennaro stesso sollevò preoccupazioni inerenti al fatto che Falcone andasse di nuovo a Palermo, questi, rispose che quella era l’ultima volta.
Ad Onor del Vero, non dobbiamo ora tralasciare l’informazione che Giovanni Falcone non era in buoni rapporti con la sorella Maria, che non vedeva già da molto tempo. È quindi probabile che volesse recarsi a Palermo proprio per disporre il trasloco, dato che la moglie, Francesca Morvillo, aveva trovato impiego presso la magistratura romana. Insieme, sempre, loro vedevano il futuro a Roma, e ne parlano proprio quella sera a cena, precedente la strage.
Il mafioso Giovanni Brusca, colui che a Capaci aveva premuto il pulsante che fece saltare in aria la macchina di Falcone, dieci anni dopo il suo pentimento, indicò a Luca Tescaroli ed alla Corte di Assise di Caltanissetta, nelle indagini sul rapporto mafia appalti nelle grandi opere pubbliche,il movente principale delle stragi. A quest’accusa di mafia e poteri occulti contro il giudice Falcone se ne aggiunse l’altra: Falcone aveva impedito che i referenti politici – Giulio Andreotti e Salvo Lima – intervenissero sulla Cassazione per condizionare l’esito del maxiprocesso contro i capi storici di Cosa Nostra.
C’era, inoltre, la preoccupazione che Giovanni Falcone potesse imprimere un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti, Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia) disse al Pubblico Ministero Luca Tescaroli che “Falcone aveva la possibilità e la determinazione di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi andavano a trattare. In tal modo poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva instaurare con appartenenti alle istituzioni”.
Francesca Toto
Centro Studi Imposimato
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Redazione OrticaWeb
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