Quanto costa la Guerra in Medio Oriente a famiglie e imprese


Dopo tre mesi dallo scoppio della guerra in Medio Oriente, culminata con il conflitto in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, l’impatto su famiglie e imprese è già misurabile in miliardi di euro. Secondo le recenti analisi, l’effetto combinato di rincari energetici, impennata dei carburanti e pressione sui tassi di interesse rischia di frenare la crescita del PIL nazionale e di contrarre i consumi interni. La notizia che preoccupa di più, però, è che in alcuni comparti si prevede un nuovo rialzo dei prezzi.

Guerra in Medio Oriente e rincari: l’impatto sulle famiglie

Codacons ha parlato di uno tsunami sui prezzi al dettaglio, innescato dal conflitto, che si è tradotto in una maggiore spesa di circa 926 euro annui per una famiglia media. Complessivamente, nei primi due mesi di guerra, gli italiani hanno già sborsato 1,7 miliardi di euro in più.

Carburanti e trasporti: i settori più colpiti

La voce di spesa che ha registrato l’impennata maggiore è quella dei combustibili liquidi, aumentati del 38,4% in soli 60 giorni. Per un automobilista medio, la spesa per la benzina è cresciuta di circa 50 euro annui (+5%), mentre per chi possiede un veicolo a gasolio l’esborso extra è di ben 192 euro in un anno (+20%).

Anche i costi dei trasporti internazionali sono aumentati, con i biglietti aerei che hanno registrato un balzo del 18,2% e i traghetti una crescita del 6%. Infine, poiché il rincaro del 23% del gasolio ha reso molto più oneroso il trasporto delle merci, i costi logistici si sono trasferiti rapidamente sui listini finali, determinando prezzi al consumo più alti per i prodotti esposti sugli scaffali di negozi e supermercati.

Carrello della spesa e alimentari in aumento

La corsa dei prezzi energetici e alimentari si riflette direttamente anche sul tasso di inflazione. Secondo i dati ISTAT pubblicati a giugno 2026, il deflatore della spesa delle famiglie è atteso in forte risalita, con una media del 2,9% per l’anno in corso, per poi scendere al 2,0% nel 2027, una flessione legata alla progressiva normalizzazione delle tensioni internazionali.

Questa dinamica inflazionistica, unita all’attenuazione della crescita delle retribuzioni pro capite, esercita una pressione diretta sui consumi delle famiglie. Le previsioni (dopo il +1,1% registrato nel 2026) registrano una decelerazione, attestandosi al +0,6% nel 2026 e +0,7% nel 2027.

Le prospettive macroeconomiche: Pil in rallentamento e l’incognita geopolitica

Il quadro economico delineato dall’ISTAT nella nota sulle prospettive dell’economia italiana evidenzia come i rincari del comparto alimentare si inseriscano in un contesto di generale rallentamento. La crescita del PIL italiano per il 2026 e per il 2027 è stimata al +0,7%, sostenuta quasi interamente dalla domanda interna. Tuttavia, tale previsione resta subordinata a un’importante incognita geopolitica: la durata del conflitto tra Stati Uniti e Iran. La domanda estera netta, condizionata negativamente dagli effetti della crisi in Medio Oriente e dal conseguente aumento dei prezzi energetici, fornirà infatti un contributo negativo nel 2026 (-0,2 punti percentuali) e nullo nel 2027.

Le stime dell’Istat si inseriscono in un panorama internazionale caratterizzato da forte incertezza, come confermato dai dati Eurostat sul primo trimestre dell’anno, che certificano una contrazione del PIL destagionalizzato dello 0,2% nell’area euro e dello 0,1% nell’Unione Europea rispetto al trimestre precedente. Su base annua, il PIL del primo trimestre 2026 mostra un incremento dello 0,3% nell’eurozona e dello 0,7% nell’UE, in rallentamento rispetto al +1,2% e +1,4% registrati nel trimestre precedente.

Per questo motivo, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha sottolineato come lo shock sui prezzi derivi direttamente dal comparto energetico, suggerendo l’adozione di misure mirate per contrastare i rincari.

Crisi energetica: bollette in salita

La guerra in Medio Oriente ha invertito poi il trend delle quotazioni energetiche. Ad aprile 2026, il gas è costato alle famiglie il 13% in più rispetto a febbraio, mentre l’energia elettrica è salita del 5,2%. Per chi possiede contratti a prezzo indicizzato, il rincaro stimato tra marzo e aprile è di circa 40 euro a famiglia. In totale, il sistema Paese ha pagato 500 milioni di euro extra solo per luce e gas dall’inizio del conflitto.

I rincari per le imprese

I rincari, purtroppo, non si limitano ai mesi appena trascorsi. Soprattutto per le PMI italiane, secondo le stime diffuse da Confesercenti, l’aggravio per le sole forniture energetiche toccherà i 900 milioni di euro entro la fine del 2026.

Entrando nel dettaglio dei singoli comparti, l’impatto medio stimato per ogni attività delinea un quadro di forte sofferenza. Il settore della ristorazione dovrà sostenere un incremento di circa 1.830 euro, mentre per il comparto dell’ospitalità (prendendo come riferimento un hotel di 30 camere) il rincaro sale a 2.723 euro. In termini generali, la media nazionale dei costi energetici per le imprese registra un aumento di 1.500 euro per attività.

Comparto Rincaro medio stimato per attività (2026)
Ristorazione +1.830 €
Ospitalità (Hotel 30 camere) +2.723 €
Media generale imprese +1.500 €

Oltre all’onere immediato delle bollette, a preoccupare è il clima di incertezza e il conseguente calo della fiducia. Questo scenario rischia di generare una brusca frenata dello sviluppo, con una possibile riduzione degli investimenti stimata in 7,7 miliardi di euro.

Mutui e tassi, BCE pronta al rialzo dei tassi

L’incrocio tra tensioni geopolitiche in Medio Oriente e le fluttuazioni dei prezzi energetici sta portando la Banca centrale europea verso una linea restrittiva che influirà direttamente sul costo del denaro. Le analisi più recenti suggeriscono che la BCE sia orientata a un ritocco dei tassi di interesse nel corso dell’anno. Non si tratterebbe, però, di un evento isolato. Gli esperti ipotizzano che nel corso dell’intero 2026 possano verificarsi fino a tre aumenti complessivi, con l’obiettivo di riportare l’inflazione sotto controllo.

Secondo le ricerche degli economisti di Intesa Sanpaolo, è molto probabile un primo incremento di 25 punti base dei tassi (pari allo 0,25%) già nella riunione dell’11 giugno 2026 fissata dal Consiglio direttivo della BCE.

La prospettiva di una politica monetaria più rigida sta già producendo effetti sul mercato italiano, ancor prima delle decisioni ufficiali di Francoforte. Gli investitori finanziari hanno infatti già iniziato ad adeguare le aspettative future, provocando un incremento immediato dei tassi di mercato. E questo si riflette sui costi dei mutui in Italia.

Per chi ha già un mutuo a tasso fisso non cambia nulla. Le rate rimangono identiche e bloccate per tutta la durata del prestito, al riparo da qualsiasi oscillazione del mercato. Per chi chiede un nuovo mutuo a tasso fisso i costi stanno già iniziando a salire. Le banche, prevedendo la mossa della BCE, hanno aumentato fin da ora le tariffe per i nuovi clienti.

Anche chi ha un mutuo a tasso variabile rischia di vedere aumentare la rata nei prossimi mesi. L’indice Euribor si mantiene sensibile alle mosse della BCE, esponendo i mutuatari al rischio di ulteriori incrementi delle rate.


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