Quasi tutti noi siamo abituati a percepire le montagne dal di fuori, alla luce del sole, e infatti nel nostro immaginario queste sono fatte per lo più di boschi, rocce, laghi e ghiacciai, paesi e alpeggi, rifugi e piste da sci. Ma c’è dell’altro. Molte, molte montagne della Terra, Alpi e Appennini inclusi, possiedono un vasto e complesso mondo interiore rappresentato dai sistemi carsici – di cui le grotte fanno parte e sono l’elemento più noto al pubblico – un “universo” sotterraneo che lì per lì non vediamo e che tuttavia, oltre alla sua spettacolarità, ha un ruolo fondamentale nel ciclo e nelle dinamiche della stessa acqua che lo genera, nella conservazione di ecosistemi unici e nella comprensione di quanto ci circonda.
In un pianeta che con un po’ di presunzione possiamo considerare completamente esplorato in superficie, ecco che invece negli ambienti ipogei troviamo tuttora la frontiera dell’esplorazione geografica e anche scientifica, il confine tra il conosciuto e gli abissi dell’ignoto.
Quella linea effimera di “color bruno” che rappresenta l’istante della scoperta che avanza – come in un foglio che brucia – non più il bianco del territorio incognito, e non ancora il nero di quanto già percorso dalla specie umana, per citare un’espressione presa in prestito dalla Divina Commedia (Inferno, XXV, 64-66) dal fisico Giovanni Badino (1953-2017), che fu tra i migliori esponenti mondiali della speleologia e dell’esplorazione scientifica di mondi sotterranei a partire dalle “sue” Alpi Liguri. Tuttora non sappiamo quale sia lo sviluppo complessivo delle grotte della Terra – si parla di almeno cinquantamila chilometri di cavità mappate, forse meno di un decimo del totale – e ancora molto resta da scoprire dei processi biofisici che vi avvengono e delle specie viventi che ospitano.
A proposito di Alpi Liguri, risalendo la piccola e appartata Val Corsaglia, alle spalle di Mondovì (Cuneo), lì per lì non ci si rende conto di essere diretti verso un luogo speciale. Se dici grotta, in Italia pensi magari a Frasassi, Castellana, Toirano, o alla Grotta Gigante nel Carso, siti che primeggiano per notorietà e numero di visitatori.
Ma anche la grotta di Bossea – parte di un vasto complesso carsico che si estende a cavallo delle “Alpi del mare”, ben noto agli speleologi – è un luogo che merita grande considerazione, e che svetta sia per essere stata la prima grotta italiana aperta al pubblico, nel 1874, sia per ospitare il laboratorio di monitoraggio ambientale sotterraneo più attrezzato e di più longeva attività non solo in Italia ma a livello europeo, peraltro gestito da scienziati e speleologi su base volontaria.
Il Laboratorio Carsologico Sotterraneo di Bossea venne istituito nel 1969 dal Gruppo Speleologico Alpi Marittime del CAI di Cuneo, e nei decenni successivi crebbe costantemente sotto la direzione scientifica di Guido Peano, aggregando strada facendo nuove collaborazioni e unità di ricercatori a partire dal Dipartimento Georisorse e Territorio del Politecnico di Torino nel 1981 (l’attuale DIATI), poi il Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano (dal 2007 contitolare del laboratorio insieme alla Stazione Scientifica di Bossea, divenuta organismo autonomo nel 1991), le ARPA di Piemonte e Valle d’Aosta, l’Università Tecnica Ceca di Praga e il Centro Ricerche Ambiente Marino ENEA di Lerici.
Soggetti che, insieme, portano avanti una varietà di indagini nei settori dell’idrogeologia (la scienza che studia distribuzione, percorsi e qualità delle acque sotterranee), della meteorologia ipogea e del clima antico, della biologia ed ecologia delle grotte, fino alla radioattività naturale dovuta al radon prodotto dal decadimento dell’uranio-238 presente nelle rocce vulcaniche che circondano il sistema carsico.
Restando in ambito meteo-climatico, il monitoraggio (oggi continuo e automatizzato) di portata, temperatura e conducibilità elettrica delle acque di Bossea permette di studiarne le relazioni con le precipitazioni e le temperature esterne, che a loro volta influenzano la permanenza del manto nevoso e di conseguenza la stagionalità dell’alimentazione idrica del sistema carsico.
Si è visto, ad esempio, che con i più miti inverni recenti la fusione nivale rimane in parte attiva incrementando rispetto al passato le portate nella stagione “fredda” di magra dei deflussi. Non è un esercizio fine a se stesso, ma ricerca con ricadute pratiche: alle sorgenti carsiche negli immediati dintorni di Bossea (sorgenti Mondini, Borello), oltre ad altre delle Alpi Liguri, attinge l’ALAC – Acquedotto delle Langhe e Alpi Cuneesi, e le precipitazioni cadute lassù, nelle zone di infiltrazione in quota, presto o tardi alimenteranno per carico idraulico le vasche di distribuzione di Murazzano e Mombarcaro e i rubinetti di oltre 110 comuni tra le province di Cuneo, Asti e Savona.
Le misure della temperatura (stabile intorno a 8 °C tutto l’anno) e dei movimenti dell’aria in grotta, attualmente migliorate grazie alla collaborazione con l’INRiM, Istituto Nazionale per la Ricerca Metrologica (Torino), consentono poi di approfondire la conoscenza della meteorologia ipogea, esito di complesse interazioni non solo con quanto accade a breve termine nell’atmosfera esterna, ma anche con le variazioni climatiche passate a scala da secolare a millenaria, filtrate dalla grande inerzia termica degli ammassi rocciosi.
Oggi le rocce di Bossea sono circa 2 °C più fredde della temperatura media dell’aria in superficie a pari quota – in un clima stazionario a lungo i due valori dovrebbero essere circa uguali – in quanto portano ancora il segnale termico della Piccola Età Glaciale, terminata quasi due secoli fa! Inoltre le concrezioni minerali che si sviluppano in grotta (speleotemi), stalattiti ma soprattutto stalagmiti, registrano fedelmente proprio questi cambiamenti climatici, crescendo maggiormente nei periodi caldi e umidi, e la loro analisi permette così ricostruzioni del clima antico su scale temporali anche di decine o centinaia di migliaia di anni dal presente. Qui li studia il PaleoLab del Politecnico di Torino tramite il suo Centro Ricerche Climatologiche intitolato proprio al già citato Giovanni Badino.
La frequentazione di Bossea e di tutte le altre grotte turistiche al mondo costituisce una risorsa economica e un importante potenziale di divulgazione delle scienze naturali, ma al tempo stesso pone delle sfide in ambienti così delicati, regolati da equilibri millenari. Nei periodi di punta le persone arrivano a riscaldare l’aria anche di mezzo grado (un’enormità, di fronte alle oscillazioni di decimi-centesimi di grado tipici di questi luoghi), e l’illuminazione artificiale apre la strada all’insediamento di pellicole di alghe, ma anche di muschi e piante – la cosiddetta “lampenflora” – in grado di alterare la superficie delle rocce già nel giro di pochi anni.
Al buon funzionamento del laboratorio di Bossea contribuisce il lavoro di oltre quindici persone tra ricercatori e personale tecnico, tra tutti Bartolomeo Vigna, attuale direttore della stazione scientifica, geologo e già docente al DIATI del Politecnico di Torino. Oltre a sovrintendere alla rete di monitoraggio idrogeologico, con la sua conoscenza enciclopedica in decenni ha accompagnato nelle viscere della Val Corsaglia migliaia di persone alla scoperta di mondi altrimenti ignoti ai più, consapevole che oggi, per guardare avanti, occorre anche scrutare cosa accade sotto terra.
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Daniele Cat Berro
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