Il quadro completo: cosa succede quando si includono i servizi?
A questo punto, è opportuno adottare una prospettiva che è quasi sempre assente nel dibattito pubblico sul deficit commerciale statunitense: l’inclusione degli scambi di servizi. La retorica di Trump sui dazi si concentra esclusivamente sul deficit commerciale dei beni e, di conseguenza, offre un quadro fondamentalmente distorto delle reali relazioni commerciali, soprattutto con l’Unione Europea.
Nel 2023, l’UE ha esportato beni per un valore di 503 miliardi di euro verso gli Stati Uniti, importandone a sua volta per 347 miliardi di euro, con un surplus commerciale di 157 miliardi di euro. Tuttavia, se si considera il commercio di servizi, il quadro cambia: nel 2023, l’UE ha importato servizi dagli Stati Uniti per un valore di 427 miliardi di euro, esportandone per soli 319 miliardi di euro, con un deficit commerciale di 109 miliardi di euro. Considerando sia i beni che i servizi, il surplus commerciale dell’UE con gli Stati Uniti ammonta a soli 48 miliardi di euro, pari ad appena il 3% del volume totale degli scambi bilaterali, che si attesta a 1.600 miliardi di euro.
Per il 2025, la Camera di Commercio americana stima il deficit commerciale combinato degli Stati Uniti con l’UE intorno ai 150 miliardi di dollari: una cifra considerevole, ma significativamente inferiore al deficit commerciale isolato di 219 miliardi di dollari. È fondamentale sottolineare che il deficit commerciale dell’UE con gli Stati Uniti è cresciuto strutturalmente e, secondo i dati della Bundesbank, ha già raggiunto i 188 miliardi di euro per l’Eurozona nel 2025. Tale deficit è dovuto principalmente alle commissioni di licenza per la proprietà intellettuale, i servizi IT, il cloud computing e i servizi finanziari, in altre parole, al predominio di aziende tecnologiche americane come Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta nei mercati europei. Questo saldo commerciale digitale è assente dalla narrazione del deficit di Trump perché sconvolgerebbe il quadro politicamente desiderato.
La completezza dell’analisi è fondamentale anche a livello macroeconomico. La Banca Centrale Europea riporta che il surplus delle partite correnti dell’area euro è sceso a 255 miliardi di euro nel 2025, rispetto ai 407 miliardi di euro dell’anno precedente: un calo significativo attribuibile, tra l’altro, all’aumento dei disavanzi nelle tariffe di licenza della proprietà intellettuale negli Stati Uniti. In altre parole, le aziende e i consumatori europei pagano sempre di più per software, piattaforme e brevetti americani, aumentando così l’afflusso di ricavi dalle esportazioni di servizi statunitensi. Questi trasferimenti sono reali, statisticamente registrati e significativi dal punto di vista economico, eppure vengono sistematicamente omessi dal dibattito sui dazi.
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Le radici strutturali del deficit: perché i dazi doganali sono lo strumento sbagliato
Il deficit commerciale degli Stati Uniti non è un segno di debolezza, né un segno di sfruttamento da parte di altri paesi. È principalmente il riflesso di squilibri macroeconomici: gli Stati Uniti risparmiano meno di quanto investono e la differenza è finanziata da afflussi di capitali dall’estero. Il persistente deficit delle partite correnti è la logica conseguenza del persistente surplus del conto capitale, e questo afflusso di capitali riflette la fiducia globale nei mercati finanziari statunitensi, nel dollaro e nella certezza del diritto americano.
Diversi fattori strutturali di grande rilevanza entrano in gioco. In primo luogo, l’elevata crescita economica degli Stati Uniti attrae naturalmente le importazioni, poiché un’economia in crescita consuma di più, compresi i beni importati. In secondo luogo, i consumatori americani mostrano una forte preferenza per i prodotti esteri, in particolare veicoli, elettronica e beni di consumo, una preferenza che si è sviluppata storicamente e che può essere spiegata dai vantaggi di prezzo. In terzo luogo, il ruolo del dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale crea una valuta strutturalmente sopravvalutata, che rende le importazioni più economiche e le esportazioni più costose: un fenomeno noto agli economisti come “dilemma di Triffin”, che non può essere eliminato con i dazi doganali. In quarto luogo, il cronico deficit di bilancio degli Stati Uniti, il cosiddetto doppio deficit, contribuisce al divario commerciale perché la spesa pubblica riduce i tassi di risparmio sia privati che pubblici.
In questo contesto, la richiesta di colmare il deficit commerciale attraverso dazi all’importazione è economicamente ingenua. Anche se i dazi reindirizzano temporaneamente alcuni flussi di importazione, la compensazione avviene altrove: gli importatori cambiano fornitori, i consumatori pagano di più, l’inflazione aumenta, i salari reali diminuiscono e il deficit si sposta su altri partner. Le statistiche del 2025 lo dimostrano chiaramente: il deficit commerciale ha continuato ad aumentare nonostante i dazi senza precedenti. L’economista Bill Winegarden lo riassume in modo conciso: “A differenza del deficit di bilancio, il deficit commerciale è irrilevante. Non ha nulla a che vedere con la capacità di spesa e non ha nulla a che vedere con la crescita”
La geopolitica prevale sulla politica commerciale: il fattore Iran
Se l’aprile del 2026 ci ha insegnato qualcosa, è questo: gli eventi geopolitici possono ottenere in poche settimane ciò che anni di interventi di politica commerciale non sono riusciti a realizzare. La guerra in Iran ha ricalibrato i mercati energetici globali in un breve periodo e ha posto gli Stati Uniti in una posizione storicamente senza precedenti come fornitore mondiale di energia. L’enorme impennata dei prezzi del petrolio e della domanda di petrolio e gas americani ha catapultato le statistiche delle esportazioni a livelli record in un solo mese.
Questo sviluppo ha un costo. L’aumento dei prezzi del petrolio, conseguenza della guerra con l’Iran, sta esercitando una notevole pressione interna su Trump, poiché si ripercuote direttamente sui consumatori. Gli Stati Uniti hanno quindi iniziato a rilasciare 172 milioni di barili di riserve strategiche di petrolio per mitigare l’aumento dei prezzi. Allo stesso tempo, secondo i calcoli di Goldman Sachs, le scorte globali di petrolio visibili si stanno riducendo in media di 8,7 milioni di barili al giorno, quasi il doppio rispetto all’inizio del conflitto. Lo Stretto di Hormuz attualmente processa solo il 5% del suo normale flusso di petrolio, prolungando indefinitamente la carenza strutturale di approvvigionamento.
La politica commerciale statunitense si trova dunque seduta su un vulcano geopolitico: beneficia nel breve termine del boom delle esportazioni di energia legato alla guerra, ma allo stesso tempo contribuisce all’inflazione globale e alla destabilizzazione economica, che potrebbero frenare la domanda interna di esportazioni nel lungo periodo. Il deficit commerciale di aprile è quindi meno un segno di competenza in materia di politica economica e più un profitto inatteso derivante da una catastrofe umanitaria.
Ciò che resta: una valutazione obiettiva
La lieve diminuzione del deficit commerciale statunitense, sceso a 55,9 miliardi di dollari nell’aprile 2026, è reale, ma, se contestualizzata, non è rassicurante. È dovuta principalmente al boom delle esportazioni energetiche legate alla guerra, non ai presunti successi della politica tariffaria. Su base annua, l’amministrazione Trump ha ottenuto l’effetto opposto a quello dichiarato: il deficit commerciale del 2025 è stato il più alto nella storia degli Stati Uniti e l’architettura tariffaria prevista si trova in una situazione giuridica che ne sta erodendo le fondamenta istituzionali.
Invece di concentrarsi sui dazi, ciò che è economicamente necessario è un onesto dibattito socio-politico sulle vere cause del deficit: un basso tasso di risparmio nazionale, un persistente deficit di bilancio, la sopravvalutazione strutturale del dollaro e consumi interni cronicamente superiori alla media. Includere il commercio di servizi nell’analisi politica relativizzerebbe inoltre significativamente la narrazione dell'”America sfruttata”: la bilancia commerciale con l’UE, misurata in beni e servizi combinati, è quasi in pareggio, e le aziende tecnologiche americane guadagnano miliardi ogni giorno in diritti di licenza europei che non vengono mai menzionati nei tweet del presidente relativi ai dazi.
La frammentazione giuridica della politica tariffaria statunitense – sentenze dei tribunali a vari livelli, sospensioni temporanee e nuovi quadri giuridici che emergono settimanalmente – crea incertezza che grava su investitori, importatori e partner commerciali internazionali, danneggiando strutturalmente la fiducia nell’affidabilità del sistema giuridico commerciale americano. Ciò che era stato concepito come un punto di forza viene sempre più percepito come arbitrarietà, e l’arbitrarietà è la merce più costosa nel commercio globale.
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Konrad Wolfenstein
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