Perfino il fecondo inventore del campo largo è costretto a capitolare. Goffredo Bettini: fautore dell’alleanza tra Pd e 5 stelle, primo teorico del papocchio giallorosso. Proprio lui. Adesso propone di rivedere il nome dell’eterogenea coalizione. Suggerisce «campo dell’alternativa». Intento meritorio: meglio enfatizzare le differenze dagli altri che le incompatibilità tra di loro. La variante, però, sembra un po’ fumosetta. Meglio un’immaginifica alternativa, adeguata al momento: pantano largo. Del resto, lui stesso un mese fa aveva osato un’assonante metafora: «Per uscire dalla palude della premiership, non bisogna parlarne più».
Ecco: Elly e Giuseppi. Da lì si parte. E sempre lì si arriva. Schlein e Conte, i futuri contendenti alle primarie. Lei vuole la patrimoniale, lui mica tanto. Lei vuole armare Kiev, lui fa l’occhiolino a Mosca. Facciamola breve: non filano d’accordo quasi su niente. In assenza di spunti comuni, si animano solo sulla tenzone che decreterà l’aspirante premier. Problemino: dopo la vittoria al referendum sulla giustizia, pensavano di arrivare alle politiche in carrozza. Le amministrative, invece, hanno fortemente ridimensionato i loro prematuri sogni di gloria.
La scoppola a Venezia è stata leggendaria. «Da qui può arrivare un segnale forte fino a Roma», vagheggiava Elly. Difatti: Simone Venturini, civico di centrodestra, ha surclassato il senatore Andrea Martella, già funzionario di partito. Non solo: lo spudorato ricorso alle truppe cammellate bengalesi, che schieravano ben sette candidati nel Pd e volevano una mega moschea a Mestre, è stata per tanti detrattori ennesima riprova d’inadeguatezza. Mentre gli italiani sono terrorizzati dall’immigrazione incontrollata, la segretaria non disdegnava l’islamizzazione di Marghera per un pugno di voti.
Altra cocente delusione è stata il trionfo dei detestati cacicchi: Vincenzo De Luca a Salerno e Mirello Crisafulli a Enna. L’ex governatore campano e l’ex senatore siciliano hanno stravinto, nonostante l’ostilità del Nazareno. «Il Pd non ci ha dato il simbolo? Ha fatto benissimo, così abbiamo preso più voti». infierisce Mirello. Ma alle amministrative hanno prevalso anche baldi e pragmatici riformisti, lontanissimi dalle ubbie schleineiane. Come Matteo Biffoni a Prato, ex renziano rieletto con un plebiscito. Dopo il successo, ha inviato un eloquente messaggio alla segretaria: «Il Pd può contare non sul partito dei sindaci, ma sul loro ascolto. Dare per acquisito un risultato in questo momento alle politiche sarebbe un errore mortale».
Insomma, il vagheggiato popolo del No non si scapicollerà alle urne con la Costituzione in mano. Persino giornaloni e salottini, che già teorizzarono l’infallibile teorema, nutrono lancinanti dubbi. I sondaggi non sono il Vangelo, per carità. Ma se prima certificavano l’affanno della maggioranza, adesso affossano il campo, pardon pantano, largo. Il Pd è ai minimi da quando Elly fu eletta: appena il 20 per cento, quasi quattro punti in meno rispetto alle europee, assicurano autorevoli rilevazioni. Mezzo Pd, che già mal sopportava la troppo vaga e spudoratamente radicale, rievoca nei conciliaboli il solito teorema morettiano: «Con una segretaria così non vinceremo mai». Viste le funeste predizioni e le smaccate preferenze per i fedelissimi, sono cominciate anche le defezioni. Dopo l’eurodeputata Elisabetta Gualmini e l’ex ministra Marianna Madia, molti sarebbero pronti a lasciare.
La vendetta di riformisti e cattolici potrebbe essere ancora più subdola: rimestare nell’ombra, per farle perdere le primarie e poi il partito. D’altronde è al Nazareno da oltre tre anni. Ha già surclassato, per durata, gli ultimi predecessori. La nuova legge elettorale, che dovrebbe essere approvata entro l’estate, rischia di affossare i suoi residui sogni di gloria. La coalizione dovrà indicare programma condiviso e candidato premier. Non c’è né l’uno né l’altro. Potrebbe andare peggio: se tornassero le preferenze, per esempio. Gli ortodossi non sembrano degli acchiappavoti. Anzi: Igor Taruffi, Marta Bonafoni, Chiara Braga. I soliti ignoti.
Il dilemma che già serpeggiava tra i Dem, allora, diventa certezza: Giuseppi sarebbe un avversario più temibile per Giorgia Meloni. Ha guidato due governi. È meno divisivo. Qualora riuscisse a trionfare, sarebbe sostenuto da buona parte del Pd: per convinzione o ripicca. Al contrario, dopo un’eventuale vittoria di Elly, i 5 stelle potrebbero sfilarsi. Le ultime amministrative sono state l’ennesima riprova: mentre a Roma si cercava di mettere insieme l’alleanza, i militanti si ribellavano o disertavano. A Venezia metà degli elettori pentastellati ha scelto Venturini, risultando decisiva per il suo successo al primo turno. E a Pistoia, nonostante la vittoria, i Cinque stelle si sono fermati al due per cento.
Certo: altrove è andata meglio. Mica tanto, però: in media nemmeno il cinque per cento. E come può il leader di un partito con percentuali da prefisso ambire ancora a Palazzo Chigi? Audace, in effetti. Risposta: grazie al Pd, da sempre diviso in rivoli e correnti. Con un’aggravante: ai tempi gloriosi del francescanesimo i Dem erano uno degli bersagli prediletti di Beppe Grillo. Il fondatore cannoneggiava: «Pdmenoelle», «pidioti», «partito preferito dalla camorra». Se Giuseppi dovesse soccombere, la mai sopita diffidenza potrebbe nuovamente scatenarsi.
Poi c’è il terzo incomodo. Un altro contendente toglierà voti alla Schlein. Come Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli: governa in concordia con i pentastellati ed è in splendidi rapporti con Roberto Fico, governatore campano e storico leader del Movimento. Anche se la pretendente più insidiosa sarebbe Silvia Salis, sindaca di Genova, dotata di inarrivabile attrazione mediatica. Per questo l’avvocato di Volturara Appula vuole il turno secco: niente ballottaggio alle primarie. I voti dei candidati sconfitti, difatti, potrebbero andare a Elly. E poi chiede di aprire alla consultazione online, come nella migliore tradizione pentastellata, per evitare il predominio piddino nei gazebo.
Insomma, è il pantano largo. Bettini, liricamente, eccepisce: «Il centrosinistra è senz’anima, non accende ancora un lampo di speranza». Non è solo l’architetto giallorosso a mugugnare. Un altro glorioso veterano, l’ex senatore Luigi Zanda, ammette: «Il centro sinistra non è pronto governare». Aggiunge: sembra solo un cartello elettorale e quella consultazione sarebbe iattura. Pure Romano Prodi polemizza sia sulla segretaria, che fu una sua sfegatata sostenitrice, sia sul metodo, sebbene sia stato il primo vincitore delle primarie di coalizione. Tanto da aver deciso di spendersi per una candidatura moderata.
Altri strateghi in carriera pensano lo stesso, ma non osano dirlo temendo l’ira funesta di Elly. Ovvio: se poi dovesse farcela? L’eterno Dario Franceschini, per esempio: colui da cui ogni leader discende. Lei compresa, che appoggiò strenuamente in tempi non sospetti, dimostrando innegabile fiuto. O l’ex premier Paolo Gentiloni, soprannominato «Er moviola» per la sua strepitosa felpatezza. Confidavano nel solito pareggione. Ancora una volta, la riforma voluta da Giorgia rischia di infrangere i loro ecumenici progetti: l’abbondante premio di maggioranza renderebbe ardui gli inciucioni.
Dal 2011 al 2022 il centrosinistra non ha mai vinto un’elezione. Eppure, è sempre rimasto nei dintorni di Palazzo Chigi. La prova vivente resta Giuseppi. Nel 2018 venne pescato fra i pochi accademici disposti a dar credito al Movimento. È passato, senza sgualcire la pochette, da un’alleanza con la Lega a un’altra con il Pd. E adesso l’azzeccagarbugli foggiano si prepara alle primarie, a suon di deroghe e regole. Elly, la «testardamente unitaria», dovrà acconsentire.
Un duello senza esclusione di colpi: due pistoleri che si sfidano tra la nebbia, con gli stivali immersi nel pantano largo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Rossitto
Source link


