Storia di Silvio, dall’Argentina alle Cinque Terre e alla Val di Magra


Silvio Benedetto, da poco scomparso, è per noi spezzini “il muralista delle Cinque Terre”, l’autore del mosaico polimaterico che collega la stazione di Riomaggiore con il centro del borgo, un’opera lunga più di 200 metri, della piazza di Manarola dedicata a Dario Capellini e di tante opere raffiguranti le contadine e i contadini, i terrazzamenti, le vendemmie. Ma è stato molto di più: muralista, pittore, scultore, teatrante, autore di performance multimediali e di installazioni urbane. Uomo poliedrico e attivissimo fino all’ultimo, se ne è andato a 88 anni a Campobello di Licata, alla vigilia dello spettacolo “Ti ho visto sai”, suo e della moglie spezzina Silvia Lotti, con cui aveva dato vita a un bellissimo sodalizio, anche artistico. Quando scrivevano si firmavano “i Silvi”. Rileggo mentre scrivo i messaggi che Silvio mi ha inviato in questi anni, con le tante iniziative nella sua Sicilia. Si concludono sempre con un messaggio di fiducia e di speranza – Avanti – che uso spesso anch’io.
Silvio Benedicto Benedetto è stato in primo luogo un argentino, perché in Argentina era nato e aveva vissuto fino a 23 anni. Ecco il racconto della sua gioventù, della sua partenza per l’Italia e del suo incontro con le Cinque Terre, che ho raccolto per il libro “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”:

Sono nato a Buenos Aires il 21 marzo 1938. Mio padre e mia madre argentini figli di immigranti italiani: mio padre nato a Rosario de Santa Fe, figlio di piemontesi evangelisti, mia madre nata a Buenos Aires, figlia di siciliani cattolici. Ma nella mia vicenda italiana emerge soprattutto la figura di mio nonno siciliano (siamo negli anni Cinquanta) Benito Lucio Caldarella, pittore e fotografo, che in molte domeniche – di quelle speciali che soltanto nell’infanzia e nell’adolescenza si trascorrono (domingo!) – ci faceva visita sempre elegante, con papillon e doppio petto, con gli immancabili pasticcini (pasta di mandorla, mai, per lui, come quella dei suoi ricordi siciliani, e cubanitos con dulce de leche). Durante il pranzo, alla radio Formula Uno con Fangio e poi “La hora de la lírica”. Nel leggero sopore del dopopranzo si rivolgeva a me e a mio fratello Guglielmo (o forse a se stesso) con frasi nelle quali si infiltrava ogni tanto: “Ah! Il cielo dell’Italia è un’altra cosa…”, oppure “Le mandorle della mia terra!”, o ancora “Là… un paesaggio fatto di mare e montagna insieme…” e poi “Le feste parrocchiali!” e così via.
In un quartiere xeneize di Buenos Aires si decise la partenza per l’Italia.
Un giorno del 1960, mentre dipingevo insieme a mio nonno Caldarella uno scorcio del porto de La Boca (il quartiere xeneize multicolore creato dai genovesi a Buenos Aires) alternando pennellate con morsi alla fainá (farinata), dopo il suo solito ritornello “Il blu del cielo non è come quello dell’Italia…” gli dissi, un po’ per scherzo, “Mi hai convinto, andiamo” (pensavo ai musei, alle opere che all’Accademia di Belle Arti avevo visto solo in tristi immagini). E lui (forse non aspettava altro), “Andiamo”.
“Federico C” con sbarco a Genova completo di banda e strepiti di altrui ricongiungimenti parentali. Lui, mio nonno, andò in Sicilia; io verso i familiari di Luisa Racanelli, Marchini-Ricci della Colombiera (Castelnuovo Magra).
Poi l’incontro con le Cinque Terre.
Qualcuno, forse un giornale, diede notizia della Festa ai pittori di Manarola: pittura, vino e pesce… allettante. Andiamo Luisa! Con cartella, colori e treno. Stazione. Galleria. Era ormai l’imbrunire, mi fermarono: “Cos’hai in questa cartella?”. È così che feci conoscenza con il tonante maestro Dario Capellini (canottiera, pantaloncini e ciabatte) e il più controllato ma non meno accorato professor Aristide Rollandi (camicia, pantalone avana chiaro e mocassini). Disegni sullo sfruttamento dei peones e dei minatori argentini. Davanti al Circolo Curiel li stesi in fila per terra. Stupore. Sorpresa (loro e mia). Dario e Aristide ne acquistarono alcuni. Tripudio. Dario mi disse “Belìn, tu sei un pittore”, e io spavaldo “Lo so”. Tornammo il giorno dopo. Sotto il sole di un mezzogiorno estivo scendemmo verso la Marina di una Manarola non ancora “Parco”: attraverso il doppio filare di corde tese da cui pendevano opere ondeggianti che parevano echeggiare i panni variopinti stesi ai balconi, là in fondo, nel piazzale, grandi tavolate. Ci trovammo in mezzo ad un brulichio ancora di passioni, discussioni politiche e tendenze pittoriche.
Da lì in avanti lunga amicizia. Anche con Silvana e Bernardo. E con Giovanna [Silvana era la moglie di Dario, Bernardo il figlio, Giovanna la moglie di Bernardo]. Da lì in avanti baci e abbracci e lotte insieme per salvaguardare il territorio: l’avanzare della cementificazione e del turismo, il ripristino dei muretti, il lavoro giovanile ed il consolidamento delle identità.
Litografie e serigrafie a non finire, a tiratura popolare, per sostenere il Circolo Curiel di Manarola e la Casa del Popolo di Volastra e per tante cose. Chilometri: “Se mettiamo una accanto all’altra le lito donate da Benedetto che abbiamo venduto arriviamo in Toscana…” ammoniva Dario rivolto a un giovane pittore che si accaldava per la mia presenza alle Cinque Terre.
Nella mia pittura di quel periodo predominava il tema vino-vendemmia, a volte realisticamente rappresentato, altre volte trasfigurato in maniera poetica o rapportato ad altre culture (Borges, Baudelaire,
Neruda…).

Silvio Benedetto prima del’imbarco nella nave che nel 1961 da Buenos Aires lo condurrà a Genova (foto Archivio Benedetto)

 

A Manarola, Riomaggiore, Vernazza e Monterosso Silvio conobbe un po’ tutti. Leggete quanto è bella questa sua carrellata sui personaggi “più famosi”:

A Manarola e Vernazza tanti incontri. Attilio Del Santo mi regalava libri e ancora libri, e in corso Cavour alla Spezia esponeva anche miei disegni, lo trovavo spesso a torso nudo con un bianco asciugamano a fasciacollo diretto alla Marina di Manarola (“Vieni a tuffarti pure tu?” ed io “No, sto andando dallo Zio Bramante”). Luciano Barca sempre rideva in silenzio, Massimo D’Alema ragazzo salutava velocemente avviandosi alla barca, Bernardo Bertolucci mi interrogava ogni volta sull’Argentina (anche Eugenio Montale, citando le sue Cocoritas, era molto curioso della “mia” Argentina, ma lui lo incontrai a Velate a casa di Guttuso). Ornella Volta, con sguardo lontano, in una sorta di tra sé, trovava associazioni tra Arlecchino e il diavolo. Antonio Salines, su una panchina di Riomaggiore, mi raccontava della sua partecipazione a un film sul Che Guevara e mi invitava a realizzare una mostra dei miei disegni sull’erotismo al suo Teatro Belli di Roma. Gianni Amico mi parlava di Benigni e d’altro di cui non ricordo. Incontri con Aldo Trionfo nella sua casa di Vernazza per discutere di teatro e di Strindberg, incontri con Giorgio Amendola che mi raccontava amorevolmente di sua moglie pittrice francese. Con Tullio Cicciarelli che, a Monterosso, vicino alla statua di Garibaldi, criticava aspramente la realtà spezzina. In un bar con Bruno Della Rosa che mi invitava a leggere i suoi “Versi perversi”. Con Sergio Fregoso che spesso mi si avvicinava con un certo sguardo di stupore, con calma ma come se avesse sempre fretta e, fermi nella discesa di Manarola che conduce alla Marina, trattavamo il tema della fotografia e dell’immagine, ripetevamo che la memoria è futuro, mentre venivamo sorpassati da sua figlia che correva per tuffarsi tra gli scogli. Ogni tanto si soffermava André Leuba, per ricordarmi che sua moglie era brava a realizzare arazzi (quando si allontanava, non mancava chi mi ricordasse che Leuba era un bravo grafico svizzero), molto poco ho parlato con lui, soltanto qualche scambio di idee su come concepire un’etichetta per il vino. Tra i tanti, più a lungo, da allora fino ad oggi, mi trattenevo con l’amico medico Gianni Bordone il quale, prima di correre per una visita, tra una sigaretta e l’altra, tra una risata a scoppio intermittente e l’altra, mi parlava sempre d’arte e della scultura genovese medioevale.

Poi Silvio andò in giro per l’Italia e per il mondo:

Ma sempre, qua e là, nelle mie mostre dove raggruppavo artisti, ho incluso opere di Fregoso, Tedoldi, Marzulli, sempre ho testimoniato le lotte continue che in quegli anni le Cinque Terre stavano intraprendendo per non perdere l’identità, identità oggi pericolante.

Intenso è sempre stato anche il rapporto di Silvio con la Val di Magra, perché è lì – come abbiamo visto – che si stabilì appena arrivato dall’Argentina. Un rapporto che è rimasto fino alla fine, fino alla sua partecipazione lo scorso anno alla Calandriniana a Sarzana. Leggiamo ancora da “Un mondo nuovo, una speranza appena nata”:

[…] a Colombiera, Marinella, Bocca di Magra, all’inizio degli anni Sessanta.
Tutto è diverso. Diverso da Buenos Aires, da Tucumán, da Córdoba. La vegetazione, la luce. Il sole che tramonta sul mare non l’avevo mai visto. Di quest’epoca i miei dipinti di Tellaro, Lerici, Portovenere. Tante marine. Poi disegni e disegni e fotografie per ritrarre la gente. Da lì a poco si introduce prepotente nella mia pittura, direi massicciamente, il tema della vendemmia nelle Cinque Terre. Frequentazioni a Molino del Piano, alla Fiera del bestiame, a Castelnuovo Magra, a La Miniera, a Fosdinovo, a Luni. Animati incontri anche con Arrigo Petacco e con Mario Soldati (siamo stati insieme in giuria al Premio di Pittura di Castelnuovo Magra). Frequentazioni affettuose con le famiglie Nardi, Tognoni, Moracchioli, e forte amicizia tutt’oggi con la famiglia Tendola.

Non fu facile il rapporto di Silvio con la sua Argentina, nel frattempo diventata una dittatura militare. Ma fu in Messico e poi in Ecuador che rischiò l’arresto, nel 1968. In Messico lo aveva invitato il grande pittore e muralista messicano David Alfaro Siqueiros, artista del filone del realismo sociale, famoso per i suoi murales sulla storia del Messico:

Mi recai in Messico invitato da David Alfaro Siqueiros a metà anni Sessanta inoltrata.
Avevo guidato, nel mio studio di Roma, una riunione di presentazione alla stampa del pittore messicano, alla presenza di Luigi Longo, Cesare Zavattini, Dario Micacchi, Ennio Calabria e tanti altri nomi di personalità affini a questo mondo.
Per noi Siqueiros era un pittore rivoluzionario.
Arrivando in Messico trovai una realtà ben diversa: questo personaggio aveva vinto il premio Lenin ma era anche stato espulso dal Partito Comunista Messicano.
A suo tempo incarcerato con operai fu successivamente liberato per accordi governamentali (non così certamente il resto dei detenuti): dipinsi un grande mural su pannelli su questa tematica, in seguito misteriosamente distrutto nella notte. Dipinsi anche un mural che rappresentava il Che, all’Università di Guerrero: fu bruciato.
Per vie particolari appresi che Siqueiros mi aveva segnalato come “comunista” alla polizia militare.
Il mio amico giornalista argentino, Elías Condal, ospite da me in Messico, fu fermato a Vera Cruz.
Mi portarono in carcere, per accertamenti, causa aver portato “birre in macchina in orario notturno”. Fonti sicure mi dissero che a giorni sarei stato arrestato dalla polizia politica. Abbandonai tutte le mie opere e i miei oggetti e immediatamente partii per l’Ecuador, cogliendo un precedente invito di Oswaldo Guayasamin, noto pittore latinoamericano. Riuscii a inviare telegrammi di richiesta di solidarietà a diversi personaggi italiani come Guttuso e altri. Mi rispose soltanto, accoratamente, Carlo Levi. E Dario Micacchi, pubblicando l’articolo su “L’Unità” [novembre 1968, dal titolo “Scomparsi dopo l’arresto artisti latino-americani] cosa, malgrado le sue buone intenzioni, per noi pericolosa.
Recandomi a Quito appresi e non accettai il rapporto di Guayasamin con il potere: ben altro raffigurava, Guayasamin, retoricamente, nelle sue opere, apparendo a favore degli oppressi. In realtà egli era la massima autorità in Ecuador, molto benestante e collegato al mondo “che conta”, e Presidente della più alta istituzione d’arte di Quito.
Pubblicai un forte articolo contro il Presidente della Repubblica dell’Ecuador, contro l’istituzione
che Guayasamin rappresentava e contro il Cardinale nordamericano Spellman.
Nella notte successiva alla pubblicazione entrai in possesso di una registrazione di una conversazione telefonica tra Guayasamin e un interlocutore a me sconosciuto: si chiedeva la mia espulsione. Questo avrebbe significato per me essere rimpatriato, ossia consegnato non all’Italia ma alle Autorità argentine.
La stessa notte mi aiutarono a fuggire a Guayaquil, e da lì qui e là. Poi l’Europa.

“Certe lucciole sono particolarmente luminose e lasciano una scia più intensa” è il titolo che Silvia ha scelto per l’ultimo incontro dedicato a Silvio, nella saletta dove si incontrava ogni sabato con gli amici siciliani.
Avanti Silvio. Adelante juntos, avanti insieme!

Post scriptum
Dedico questo articolo a un altro amico da poco scomparso: Carlo Petrini, per tutti “Carlin”. Forse solo chi è stato almeno una volta a Terra Madre può capire la grandezza di quest’uomo “visionario”. La “visionarietà” è alla base dell’audacia che ha portato Carlin a istituire l’Università di Scienze Gastronomiche, della tenacia che gli ha consentito di realizzare mille orti in Africa, della forza con cui ha criticato il neoliberismo, dando atto – lui laico – che “questo lo dice chiaro solo il nostro amico argentino”, Francesco. Oggi sentiamo l’assenza di un progetto, culturale prima ancora che politico, di cambiamento, che abbia uno slancio d’amore verso le nuove generazioni. Ma nelle idee e nelle azioni di Carlin c’è già un pezzo importante di questo progetto.

La foto in alto ritrae Dario Capellini e Silvio Benedetto al Circolo Curiel di Manarola, all’inizio degli anni Settanta.
La foto in basso ritrae Silvio Benedetto prima dell’imbarco nella nave che nel 1961 da Buenos Aires lo condurrà a Genova.

lucidellacitta2011@gmail.com




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 Niccolò Re

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