Chi nasce in una famiglia confusiva, invischiata e invischiante, pensa che il disagio, la poca chiarezza dei ruoli e delle dinamiche sia la norma. Crede che la felicità non sia un diritto e nemmeno un dovere. Crede inoltre che farsi carico del proprio sentire, dei propri bisogni emotivi, di cosa sia giusto e cosa non lo sia per il proprio benessere sia utopistico e che sia cosa buona e giusta occuparsi dei bisogni degli altri componenti della famiglia o del partner.
Nei nuclei familiari invischiati, infatti, i confini tra i protagonisti della famiglia sono deboli o inesistenti. In questo contesto, l’amore non viene vissuto come un possibile spazio di crescita individuale, ma come una forma di fusione totale per diventare soffocante e confondente.
Quando i figli del partner diventano un problema per la nuova coppia
Gilda, la bambina madre di sua madre
Alcuni passaggi sono stati inventati o modificati per motivi creativi e di privacy.
In una famiglia ingarbugliata e infelice nasce Gilda, nome di fantasia. La piccola cresce senza essere troppo accudita e impara sin da subito a cavarsela da sola. La madre era un’alcolista e il padre un uomo tremendamente aggressivo e spesso altrove.
Gilda apprende precocemente come cucinare la pasta per la madre e per sé. A lavare i pavimenti dopo che la madre vomita per paura di scivolare e farsi male. A fare il bucato e a rifare i letti. Sin da piccolissima aveva automatizzato una sorta di rituale: si dava il turno con la madre nella gestione delle rispettive necessità. Quando la madre era sobria – cosa che nel tempo avveniva di rado -, il loro legame sembrava essere paritario, caratterizzato dalle solite, funzionali, dinamiche madre-figlia; quando era ubriaca, Gilda diventava la madre di sua madre.
Il padre era un uomo ruvido dal carattere burbero: non amava le smancerie, le sdolcinatezze e le parole. Era un uomo concreto. Portava i soldi a casa e pretendeva i pasti caldi e la casa pulita.
“Mamma, che cosa è l’amore sano?”
Del resto avrebbe dovuto occuparsene la moglie.
Il padre lavorava come muratore, andava via al mattino quando ancora era buio e rincasava nel tardo pomeriggio, esausto e impolverato.
Al suo rientro, in casa, si creava un clima di profonda tensione perché non c’era mai la cena pronta e nemmeno la casa pulita. Spesso il soggiorno puzzava di vomito e di tristezza.
La cucina era desolata e vuota, mentre la madre di Gilda dormiva sul divano come se non volesse più vivere e sperasse di non svegliarsi mai più.
Gilda, pur di non fare infuriare il padre, cercava di fare da ammortizzatore: difendeva la madre inventandosi qualche storia ben infarcita di bugie difensive e tentava come poteva di preparare la cena.
“Ci siamo lasciati dopo la terapia di coppia, ma come è possibile?”
Gilda e l’amore
Un imprinting familiare così disfunzionale ha segnato per sempre la piccola Gilda diventata adulta.
La tristezza e la disillusione facevano ormai parte del suo bagaglio a mano. Da appena maggiorenne è andata via di casa per tentare di avere una vita tutta sua, ma l’impronta affettiva nefasta le era rimasta appiccicata addosso e, in silenzio, muoveva le fila delle sue scelte o non scelte affettive.
Il tradimento, l’abbandono, il divorzio
Nelle terre paludose del suo inconscio ostile e irrisolto, Gilda incontra Giovanni, nome di fantasia, un uomo algido e austero che le ricorda il padre. Quando lo ha conosciuto è rimasta folgorata e ha subito pensato che un uomo così stabile e così serio avrebbe potuto accudirla, esattamente come aveva fatto lei con la madre. Gilda aveva scelto un uomo che sarebbe stato per lei i genitori che non aveva avuto.
In realtà Giovanni non era serio e nemmeno stabile, era un uomo che si era trincerato all’interno del suo silenzio difensivo perché in fondo non sapeva amare. Anche Giovanni proveniva da un’infanzia bucherellata e da ferite che non era riuscito a cicatrizzare e, come sempre accade, le ha riproposte all’interno del legame con Gilda.
L’incontro tra Gilda e Giovanni non accade per amore o per lo zampino del destino. Le due ferite si riconoscono, si innamorano e si incastrano, nella speranza illusoria e malsana di curarsi a vicenda.
Il loro matrimonio naufraga velocemente, perché Giovanni tradisce Gilda senza sosta.
Era un uomo che non sapeva amare e non sapeva andare in profondità e fermarsi, e la fede del dito non avrebbe di certo curato il suo passato dolente e irrisolto.
La triangolazione in famiglia non racconta un’alleanza, ma una manipolazione che danneggia i figli
La madre che c’è in lei: Gilda e i sintomi della madre
Dopo il divorzio, Gilda sprofonda in un quadro di depressione maggiore. Si chiude in casa, taglia i ponti con il mondo esterno, non si cura più e smette di mangiare. Pensa alla bottiglia come possibile anestetico per il suo dolore ma le torna in mente e nel cuore la puzza di vomito della madre che la fa desistere.
A fatica, Gilda mantiene soltanto il suo lavoro che le consente di pagare una stanza in affitto, ma quando smette di lavorare si chiude in camera, si mette a letto, al buio, e piange senza sosta sino alla mattina successiva.
Dinamiche pericolose e dolenti
Nelle famiglie confusive, l’amore viene letto con uno sguardo errato e miope che non aiuta l’amore stesso.
Si pensa, erroneamente, che non debbano esistere segreti e che i pensieri e le emozioni di uno appartengono a tutti. Senza confini, senza argini, senza quel faticoso processo che obbliga all’autonomia per non far ammalare gli altri componenti della famiglia.
Vige, inoltre, un quadro di reattività emotiva estrema. Quando un membro della famiglia invischiata è triste, tutti devono esserlo. Il dolore individuale viene vissuto come un attacco alla stabilità del gruppo-famiglia. Lettura che non aiuta chi soffre ad elaborare la sofferenza e a farsi carico, inconsciamente ed erroneamente, del benessere degli altri.
Un’altra caratteristica disfunzionale delle famiglie invischiate è credere che differenziarsi o individuarsi, o esprimere un’opinione contraria a quelle del clan familiare venga percepito come un atto di tradimento o una mancanza di amore (una mia paziente, da adulta, è diventata vegetariana. Questa sua scelta è stata letta dalla sua famiglia d’origine come un tradimento).
All’interno di queste famiglie, l’identità del singolo svanisce a favore della dimensione del gruppo famiglia.
“Mia figlia ha avuto il suo primo rapporto sessuale a 14 anni e ha chiesto aiuto a ChatGPT”
Non c’è quasi mai una netta e indispensabile distinzione di ruoli: genitori che si comportano come amici e figli che fanno da genitori ai propri genitori.
L’autonomia e la crescita psichica di un figlio o di un partner viene sempre letta come un pericolo imminente da neutralizzare.
Una famiglia che non funziona parla in silenzio, con i commenti, il sarcasmo, i silenzi che puniscono. È come se dicesse di continuo che fuori casa c’è un costante pericolo in agguato e soltanto dentro, al riparo dal mondo, esiste la protezione e la sicurezza.
Crescere in un clima di amore confusivo diventa dispensatore di più difficoltà nell’età adulta.
Un figlio fatica a lasciare la casa genitoriale o a costruire relazioni amorose stabili all’esterno perché si sente in colpa, come se tradisse il mandato familiare.
Un mio paziente, per esempio, sceglieva sempre donne sbagliate per rimanere inconsciamente fedele alla madre: donne che gli avrebbero poi spezzato il cuore.
Nelle relazioni di coppia, chi nasce e cresce nutrito da confusione e manipolazione, oscilla tra il bisogno di fusione totale e il terrore di essere inghiottito dall’altro. In questo cammino da funambolo del cuore, l’ansia e l’insicurezza regnano sovrane e muovono le fila invisibili delle relazioni e delle fughe.
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Dinamiche ingarbugliate e guai del cuore
Chi cresce in famiglie poco nutrienti pensa che non si debba chiedere.
Che i silenzi alternati alle parole a metà, giudicanti e ambivalenti, siano da meritare e che non si possa ambire ad altro (verrà poi riproposto lo stesso modus operandi amoroso all’interno delle relazioni che si vivranno da adulti). Che un genitore debba capire, sentite, comprendere – richieste che in seguito verranno fatte a un partner -, senza farsi carico della fatica di voler cambiare.
Questo non accade per magia. Spesso le emozioni e i disagi dei genitori diventano dei figli e i figli credono che quelle sono le loro emozioni.
Poi, dolore dopo dolore, inciampo della vita dopo inciampo della vita, il figlio diventa adulto (di cuore, non di anni) e diventa genitore di sé stesso.
Si perdona, perdona e va avanti ringraziando per quanto comunque ha ricevuto.
Antidoto
Per tentare di mettersi in salvo da un amore che inghiotte e da una dinamica confusiva, la psicologia punta sulla differenziazione del Sé. Questo non significa smettere di amare la propria famiglia d’origine, ma passare da un amore che annulla a un amore che riconosce l’altro come individuo diverso e autonomo.
Questo articolo è stato scritto in esclusiva per La Stampa da Valeria Randone, psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”
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di Valeria Randone
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