La difficoltà denunciata dagli stabilimenti balneari nel reperire assistenti bagnanti non è un fulmine a ciel sereno. È il risultato prevedibile di una riforma del salvamento acquatico nata con l’obiettivo dichiarato di mettere ordine nel settore, ma che nella pratica ha finito per irrigidire il sistema formativo, ridurre la capacità di erogare corsi e aggravare una carenza professionale già evidente da anni.
Il tema non può più essere liquidato con spiegazioni comode o slogan di stagione. Per troppo tempo si è provato a ricondurre la mancanza di bagnini al disinteresse dei giovani, al reddito di cittadinanza o a una generica difficoltà nel trovare personale stagionale. La realtà è più complessa e molto più concreta: la figura dell’assistente bagnanti è caricata di responsabilità elevate, spesso non sostenute da un adeguato riconoscimento economico e professionale, con impieghi concentrati in tre o quattro mesi l’anno e un livello di esposizione operativa, civile e penale che non ha nulla a che vedere con l’immagine romantica del “lavoro estivo”, come più volte denunciata a più riprese dall’Associazione nazionale assistenti bagnanti (ANAB).
A questo scenario si è aggiunto il decreto ministeriale 85/2024, che ha introdotto nuove regole per la formazione e il rilascio dei brevetti di assistente bagnanti. Una riforma che, sul piano teorico, avrebbe potuto rappresentare l’occasione per aggiornare davvero il sistema alle necessità operative del soccorso in mare, in piscina e nelle acque interne. Nella pratica, invece, ha prodotto un effetto di contrazione: meno soggetti realmente in grado di organizzare corsi, meno sezioni territoriali operative, meno candidati formati, meno assistenti bagnanti disponibili per la stagione.
Già nei mesi scorsi era stato evidenziato il rischio di un blocco della formazione. Il TAR Lazio aveva annullato alcune delle disposizioni più controverse del decreto, ma la successiva sospensione della sentenza da parte del Consiglio di Stato ha di fatto ripristinato l’applicazione delle regole fino alla decisione di merito attesa per ottobre. La motivazione, in estrema sintesi, è che alcuni soggetti risultano oggi accreditati e sarebbero quindi in condizione di erogare i corsi. Ma questo ragionamento rischia di fermarsi al livello formale, senza guardare alla reale capacità organizzativa del territorio.
Essere accreditati a livello nazionale non significa automaticamente poter garantire corsi in modo capillare, tempestivo e sufficiente rispetto al fabbisogno delle località balneari italiane. Il punto critico non è solo l’esistenza di enti autorizzati, ma la loro concreta possibilità di attivare corsi, disporre di sezioni operative, personale docente idoneo, calendari sostenibili, sedi, piscine, prove pratiche, commissioni e procedure amministrative compatibili con i tempi della stagione.
Uno degli elementi più problematici introdotti dal decreto riguarda il requisito dell’allenatore di nuoto per salvamento inquadrato nel sistema SNaQ di secondo o terzo livello FIN. Questo requisito, pensato probabilmente per innalzare il livello tecnico della formazione, ha però creato un collo di bottiglia evidente. Non tutte le sezioni territoriali dispongono di queste figure, non tutte possono reperirle con facilità e non tutte sono quindi nelle condizioni di organizzare corsi con continuità. Il risultato è stato un drastico ridimensionamento della rete formativa effettivamente operativa, con conseguenze dirette sulla disponibilità di nuovi assistenti bagnanti.
Il caso della Società Nazionale di Salvamento è emblematico. Parliamo di uno dei soggetti storici del settore, con una presenza territoriale tradizionalmente ampia, che a seguito del nuovo quadro normativo ha dovuto affrontare una fase di forte riduzione e riorganizzazione delle sezioni abilitate alla formazione. Per gran parte del 2025, in attesa del nuovo accreditamento, il sistema ha subito un rallentamento significativo. Pretendere che tutto ciò non abbia inciso sul numero di corsi e, quindi, sul numero di bagnini formati, significa ignorare la realtà operativa del settore.
C’è poi un ulteriore elemento che il dibattito pubblico sembra trascurare. Non esistono soltanto SNS e FISA. Nel sistema risultano presenti anche altri soggetti autorizzati, tra cui FIPSAS e CSI. Proprio il caso del CSI merita attenzione, perché dimostra quanto la fase applicativa della riforma sia stata tutt’altro che lineare e quanto il sistema, tra autorizzazioni, deroghe, requisiti tecnici e sospensioni giudiziarie, rischi di produrre disparità applicative difficilmente comprensibili dagli operatori del settore. Infatti, il CSI è stato autorizzato in deroga agli articoli che prevedevano la figura dell’allenatore SNAQ e il numero delle sezioni, come aveva sentenziato il Tar del Lazio.
Il decreto ha poi introdotto un altro tema delicato: l’età. Portare il limite per l’effettivo svolgimento dell’attività di assistente bagnanti a 18 anni può essere una scelta condivisibile sul piano della responsabilità professionale. Ma se, subito dopo, il sistema è costretto a ricorrere a deroghe per consentire anche ai minorenni di lavorare durante la stagione balneare, significa che la norma non è stata costruita tenendo conto del fabbisogno reale del comparto. La deroga non risolve il problema: lo certifica.
Anche su questo punto si nota una contraddizione evidente. Da una parte si innalza formalmente il requisito anagrafico per rafforzare la responsabilità della figura. Dall’altra, sotto la pressione delle associazioni di categoria che non riescono a reperire personale, si riapre temporaneamente ai minorenni. Ma se il problema fosse davvero solo l’età, la deroga avrebbe dovuto produrre un miglioramento immediato e significativo. Così non sembra essere stato. Gli stabilimenti continuano a denunciare difficoltà, segno che la carenza ha radici più profonde.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è l’obbligo del brevetto BLSD. Che l’assistente bagnanti debba conoscere la rianimazione cardiopolmonare e l’uso del defibrillatore è non solo corretto, ma indispensabile. Tuttavia, anche qui, il decreto sembra non aver considerato fino in fondo le conseguenze pratiche. In alcune realtà regionali, l’autorizzazione all’utilizzo del DAE da parte di minorenni può incontrare limiti, prassi o interpretazioni differenti. Il rischio è di autorizzare formalmente il lavoro di giovani assistenti bagnanti, senza però garantire una piena coerenza con il sistema delle abilitazioni BLSD e DAE.
Ma il limite più grave è un altro: il decreto parla di BLSD, ma non valorizza in modo adeguato la formazione sull’ossigeno di primo soccorso. Nel soccorso all’annegato, l’arresto cardiaco è spesso la conseguenza finale di un processo ipossico. In altre parole, il problema primario non nasce necessariamente dal cuore, ma dalla mancanza di ossigeno. Questo non riduce l’importanza del defibrillatore, che deve essere presente e utilizzato quando indicato, ma rende evidente che l’assistente bagnanti deve essere formato anche alla gestione dell’ossigenazione, della ventilazione e della somministrazione di ossigeno in emergenza.
In un contesto acquatico, il BLSD da solo non basta a rappresentare l’intero fabbisogno operativo. Il bagnino non è chiamato soltanto a premere un pulsante su un DAE. È chiamato a riconoscere un annegamento, intervenire in sicurezza, estrarre una persona dall’acqua, valutare respirazione e coscienza, iniziare ventilazioni efficaci, utilizzare correttamente l’ossigeno, collaborare con il sistema 112-118 e gestire una scena spesso complessa, rumorosa, affollata e ad alto stress. Per questo Salvamento Academy ha sviluppato un corso di addestramento specifico il Rescue Water First Aid Responder che tiene conto di tutte queste competenze necessarie a chi è chiamato al delicato compito di operare nel salvataggio in acqua.
A tutto ciò si somma la disomogeneità delle ordinanze balneari. In molte realtà continuano a comparire dotazioni superate o quantomeno discutibili, come apribocca, tiralingua o bombole di ossigeno monouso, mentre manca una visione realmente uniforme e aggiornata delle necessità del soccorso moderno. È paradossale pretendere una riforma nazionale della formazione e poi lasciare che le dotazioni operative siano ancora condizionate da ordinanze locali non sempre allineate alle evidenze, alle linee guida internazionali e alla pratica reale del salvataggio.
Il quadro che emerge è preoccupante. Da una parte abbiamo stabilimenti balneari che non trovano personale. Dall’altra abbiamo una riforma che ha ridotto la capacità formativa proprio nel momento in cui il settore avrebbe avuto bisogno di ampliare l’accesso, aumentare la qualità e rendere più attrattiva la professione. In mezzo ci sono gli assistenti bagnanti, ai quali si chiedono sempre più competenze e responsabilità, senza però costruire un sistema che li formi, li valorizzi e li remuneri in modo proporzionato.
Servirebbe un intervento urgente, ma non l’ennesima deroga tampone. Il settore ha bisogno di una revisione seria del decreto, costruita con chi il salvamento lo conosce davvero: enti formatori, operatori balneari, Guardia Costiera, personale sanitario esperto in emergenza, associazioni di categoria e professionisti del soccorso acquatico.
Le priorità sono chiare. Occorre rimuovere i colli di bottiglia formativi non necessari, garantire pluralità reale tra gli enti autorizzati, definire standard di competenza verificabili senza trasformare la formazione in un percorso burocraticamente impraticabile, uniformare le ordinanze balneari, aggiornare le dotazioni di soccorso, integrare seriamente la formazione su ossigeno e ventilazione, chiarire il rapporto tra minorenni, BLSD e utilizzo del DAE, e soprattutto riconoscere all’assistente bagnanti un ruolo professionale coerente con le responsabilità che gli vengono attribuite.
La sicurezza in mare non si garantisce con decreti scritti lontano dalla spiaggia. Si garantisce con persone formate, disponibili, motivate e presenti sul territorio. Se il sistema rende più difficile formarle, se riduce i corsi, se crea incertezze applicative e se continua a trattare il bagnino come una figura stagionale marginale, non possiamo stupirci se poi gli stabilimenti non trovano personale.
La carenza di assistenti bagnanti non è un incidente di percorso. È il sintomo di una riforma che ha guardato più alla forma che alla funzione. E quando la forma prevale sulla realtà operativa, il prezzo non lo pagano solo gli operatori balneari: lo paga la sicurezza dei cittadini.
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Stefano Mazzei
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