#Finsubito news dalla rete – David Rossi, ecco cosa c’è nella perizia integrale


Su Affaritaliani le 217 pagine della relazione Genovese-Manghi sulla morte di David Rossi, pubblicata integralmente. Amici, familiari e colleghi raccontano chi era, poi arrivano le perquisizioni del 19 febbraio, la paura, la famosa mail “help”, i bigliettini nel cestino e l’analisi della grafia. Fino alle conclusioni dei due consulenti sull’ipotesi suicidaria: “tecnicamente e scientificamente insostenibile”.

Chi era davvero David Rossi negli ultimi mesi e, soprattutto, negli ultimi giorni della sua vita? È da questa domanda che parte la relazione di 217 pagine firmata da Edoardo Genovese, psicologo forense, criminologo e grafologo, e Robbi Manghi, medico chirurgo, consulenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’ex responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena.

Affaritaliani pubblica integralmente il documento. Prima delle mail, dei bigliettini e delle conclusioni medico-forensi, la relazione prova a ricostruire l’uomo attraverso chi gli stava accanto: amici, moglie, colleghi, vertici della banca. Poi arriva il febbraio 2013 e qualcosa, secondo numerosi testimoni, cambia.

Per capire quei giorni bisogna tornare alla crisi che aveva travolto Monte dei Paschi di Siena. Nel 2008 la banca aveva acquistato Antonveneta per circa 9 miliardi di euro; negli anni successivi erano esplose le questioni legate ai derivati Santorini e Alexandria e diverse indagini avevano coinvolto i precedenti vertici. Nel 2012 alla guida di Mps erano arrivati Alessandro Profumo come presidente e Fabrizio Viola come amministratore delegato. Rossi era rimasto al suo posto, responsabile della comunicazione esterna, mentre sulla banca si concentravano crisi finanziaria, inchieste giudiziarie e una pressione mediatica enorme.

Dagli amici al 19 febbraio: ecco come i consulenti ricostruiscono gli ultimi giorni di Rossi

“Quando ci siamo visti la prima volta mi rimase subito antipatico a pelle. Parlava senza guardarti, formale, poche parole, faccia che non tradiva alcuna espressione”. A raccontarlo è David Taddei, giornalista e amico storico di Rossi, che lo conobbe nel 1993 nella redazione de Il Cittadino e in seguito fondò con lui e Maurizio Bologni l’agenzia Freelance. La relazione riprende anche un lungo ricordo pubblicato da Taddei su Siena News. Dietro quella prima impressione racconta però un altro David: “umorista dallo stile tipicamente inglese capace di spellarti con due parole, sempre con garbo ed educazione”.Gli piacevano “la sobrietà, la sua conoscenza a 360 gradi, l’auto ironia e anche l’intransigenza sulle cose che reputava importanti senza timore di andare contro gli altri”. Taddei lo chiamava anche “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Nelle pagine dedicate al profilo personale compaiono anche Giancarlo Filippone, amico storico di Rossi, che lo descrive come molto riservato e poco incline a mostrare le emozioni; Fulvio Muzzi, altro amico di lunga data, che ricorda la sua introversione; Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps e prima ancora presidente della Fondazione Mps, che parla di un legame quasi fraterno; Fabrizio Viola, amministratore delegato della banca, che ne sottolinea l’onestà intellettuale; e Chiara Galgani, responsabile delle Relazioni Media di Mps e stretta collaboratrice di Rossi, che lo definisce un professionista scrupoloso e un grande lavoratore. C’è poi Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi. Una sua frase, pronunciata quando ancora non erano legati, sintetizza bene il carattere che emerge dalle testimonianze: “Parli più di quello che sai che di quello che sei”. Secondo la moglie, Rossi era una persona molto riservata e non amava mostrare le proprie debolezze.

La relazione insiste anche sulla considerazione professionale di cui Rossi continuava a godere nella nuova gestione della banca. Viola e Profumo lo avevano confermato nel suo incarico dopo il cambio ai vertici. L’11 febbraio 2013, meno di un mese prima della morte, Viola lo nominò “invitato stabile” alle riunioni del Comitato Direttivo, una decisione che lo stesso amministratore delegato descrisse come espressione di una “fiducia fortissima”. Rossi, secondo Viola, aveva apprezzato soprattutto il significato di quella scelta.

La pressione lavorativa era però molto alta. Nel novembre 2012 Mps aveva coinvolto Carla Lucia Ciani, consulente aziendale e formatrice con il ruolo di coach, per lavorare con il management. Viola la descrisse così: “Non era una vera e propria psicologa, ma tecnicamente era una coach con l’obiettivo di rafforzare quelle competenze non specialistiche e in capo a tutte le persone che erano oggetto di questo lavoro per fare in modo che potessero gestire al meglio i problemi e tenere sotto controllo lo stress che derivava da essi”. La relazione rileva però che l’incarico formalmente descritto dalla stessa Ciani riguardava soprattutto coaching e integrazione comportamentale tra vecchi e nuovi manager.

Quel 19 febbraio e il cambiamento descritto dai testimoni

Il 19 febbraio 2013 Rossi subisce due perquisizioni: una nel suo ufficio a Palazzo Salimbeni e una nella sua abitazione. Per Chiara Galgani quella data rappresentò “uno spartiacque del comportamento di David tra il prima e il dopo”.

Viola raccontò di averlo trovato, dopo la perquisizione, “molto, molto colpito, toccato da un punto di vista psicologico”. Antonella Tognazzi parlò invece di una paura che nei giorni successivi sarebbe cresciuta fino a trasformarsi, nella sua percezione, in vero terrore. La relazione colloca proprio in quelle due settimane il cambiamento più evidente. Genovese interpreta quel periodo come compatibile con una reazione ansiosa acuta e situazionale, non con una patologia depressiva strutturata o un disturbo d’ansia generalizzato.

Anche Taddei racconta un Rossi che non riconosce più del tutto. Prima teme che possano essere ascoltati in ufficio, poi rifiuta perfino l’idea di parlare in un bar perché “mezza frase fuori dal contesto, uno può pensare chissà che cosa”. Quando finalmente si incontrano, Taddei ricorda: “(…) mettendoci a parlare, trovo una persona che quasi non sembrava lui, perché lui è sempre stato una persona molto corretta ed educata, non alzava mai la voce, era sempre molto determinato e molto forte. Trovo una persona quasi un po’ assente che mi dice: ‘Mi vorrei far cambiare ruolo, così è troppo un lavoro faticoso’, (…) ‘Mi piacerebbe andare a lavorare la terra’”. Rossi gli disse anche di voler parlare con i magistrati: “Ho lavorato con tutti, posso ricostruire lo scenario politico di Siena”.

Il 5 marzo Carolina Orlandi, figlia acquisita di Rossi, raccontò di aver notato alcuni piccoli tagli sull’avambraccio. Secondo la sua testimonianza, Rossi avrebbe spiegato: “Sai, quando uno è tanto in tensione, ha bisogno di sentire dolore per tornare alla realtà”. La relazione precisa però che non può essere stabilito con certezza che quei tagli fossero autoinferti. Nell’ipotesi che lo fossero, vengono interpretati come possibile condotta autolesiva non suicidaria.

Nelle testimonianze compare anche la convinzione di Rossi di poter essere ascoltato. Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi raccontano l’episodio di un foglio utilizzato per comunicare in casa perché Rossi temeva la presenza di microspie. Tognazzi disse inoltre che il marito appariva convinto di correre un pericolo, senza riuscire a spiegare con precisione quale.

Su questo punto si inseriscono anche le parole di Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, che ad Affaritaliani ha commentato proprio gli elementi emersi dalla relazione e dagli ultimi accertamenti. Secondo Vinci, l’azione contro Rossi potrebbe essere iniziata con l’obiettivo di minacciarlo, intimidirlo o costringerlo a fare qualcosa. “La nostra ipotesi”, ha spiegato, “è che nel suo ufficio non sia entrato qualcuno con l’obiettivo iniziale di ucciderlo, ma persone intenzionate a minacciarlo, estorcergli qualcosa o intimidirlo”. L’aggressione, nella ricostruzione illustrata da Vinci, sarebbe poi degenerata fino alla morte di Rossi.

Il 6 marzo è il fratello Ranieri Rossi a incontrarlo a pranzo, dopo una telefonata preoccupata di Antonella. Ranieri raccontò che David guardava ripetutamente gli specchietti dell’auto e, una volta al ristorante, gli chiedeva di “parlare piano”, come se temesse di essere ascoltato. Ma lo stesso Ranieri aggiunse un elemento importante: non gli sembrava “fuori di testa”. Lo descrisse anzi come “assolutamente normale” e spiegò che, se avesse percepito un rischio grave, lo avrebbe portato via dal lavoro.

Quella stessa mattina Rossi aveva incontrato per circa due ore Carla Lucia Ciani. La coach lo descrisse come apparentemente calmo ma in realtà molto agitato, molto attento al cellulare e preoccupato per la moglie. Rossi le parlò della perquisizione come di “un dramma”, della paura di essere arrestato e del timore di perdere il lavoro. Ciani gli ricordò però che non risultava indagato e che continuava ad avere la fiducia di Viola e Profumo. Rossi arrivò a dirle di aver pensato che fosse stata mandata da lui per aiutarlo a comunicare le dimissioni.

La mail “help” e il passaggio dello scambio con Viola

Uno dei capitoli più importanti della relazione riguarda lo scambio di mail del 4 marzo 2013 tra Rossi e Fabrizio Viola. Il documento ricostruisce l’intera sequenza della giornata.

Ore 09:25 – Da Viola a Rossi: “Parliamo della vicenda mutui prato”

Ore 09:30 – Da Rossi a Viola: “Ma non eri a dubai?”

Ore 09:32 – Da Viola a Rossi: “Si ma c’è il telefono”

Ore 10:13 – Da Rossi a Viola – Oggetto: help: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”

Ore 13:09 – Da Rossi a Viola: “Ti posso mandare una mail su quel tema di stamani? È urgente. Domani potrebbe già essere troppo tardi.”

Ore 13:45 – Da Viola a Rossi: “Mandami la mail”

Ore 14:12 – Da Rossi a Viola: “Ho bisogno di un contatto con questi signori perché temo che mi abbiano male inquadrato come elemento di un sistema e di un giro sbagliati. Capisco che il mio rapporto con certe persone possa farglielo pensare ma non è così. Se mi avessero chiamato a testimoniare glielo avrei spiegato, invece mi hanno messo nel mirino come se fossi chissà cosa. Almeno è l’impressione che ne ho ricavato. Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano. Però vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Non ho contatti con loro ma lo farei molto volentieri se questo può servire a tutti. mi puoi aiutare?”

Ore 14:12 – Da Viola a Rossi: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere”

Ore 14.28 – Da Rossi a Viola: “Non so nemmeno io. Ma almeno si può provare a vedere se hanno interesse a parlare con me stasera, vedo che hanno cercato di ricostruire gli scenari politici ed i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini, Mussari, come fondazione, banca. Magari gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli scrive. L’avrei fatto anche prima ma nessuno me lo ha chiesto.”

Ore 14.40 – Da Viola a Rossi: “Ho riflettuto. Essendo la cosa molto delicata credo che la cosa migliore sia quella che tu alzi il telefono e chiami uno dei pm per chiedere un appuntamento urgente. Qualsiasi altra soluzione potrebbe essere mal interpretata. Oltretutto mi sembrano persone molte equilibrate”.

Ore 15.11 – Da Rossi a Viola: “Hai ragione, sono io che mi agito e mi sono spaventato dopo l’altro giorno.”

Ore 15.40 – Da Rossi a Viola: “In effetti, ripensandoci, sembro pazzo a farmi tutti questi problemi. Scusa la rottura…” C.T. DAVID ROSSI revisionata al…

Secondo Genovese, il messaggio delle 10.13 deve essere letto nella totalità delle comunicazioni e non singolarmente. Il consulente lo considera maggiormente compatibile con un “grido d’aiuto iperbolico” legato a un momento di forte angoscia che con l’espressione di un proposito suicidario strutturato. Nello stesso giorno la relazione conta almeno 47 contatti: 33 telefonate e 14 mail. Per i consulenti, quella intensa attività relazionale indica una continua ricerca di interlocutori e di possibili soluzioni.

È anche il passaggio che si incrocia con quanto detto ad Affaritaliani dall’avvocato Carmelo Miceli. Miceli mantiene infatti aperta un’altra questione: prima ancora dell’interpretazione del contenuto, il legale sostiene che vadano approfondite origine, autenticità e collocazione temporale delle mail.

I bigliettini e il cestino già “toccato” prima delle foto

Tre bigliettini indirizzati alla moglie furono ritrovati nel cestino dell’ufficio: uno parzialmente strappato, uno integro e uno completamente strappato. Le fotografie e i testi sono riprodotti nella relazione.

Per Genovese conta anche come furono trovati e documentati. Secondo la ricostruzione contenuta nella consulenza, quando l’assistente capo coordinatore Federica Romano della Polizia Scientifica entrò nell’ufficio, una prima ispezione era già avvenuta. Il cestino era stato svuotato sulla scrivania, il contenuto esaminato, i bigliettini prelevati e collocati in un libro o catalogo; uno era stato ricomposto con nastro adesivo. I fazzolettini con macchie ritenute verosimilmente ematiche rimasero invece nel cestino e furono repertati successivamente.

Da qui la contestazione dei consulenti: la disposizione fotografata dalla Scientifica non rappresenterebbe necessariamente la collocazione originaria degli oggetti. Per questo la relazione invita alla cautela nel ricavare dalla posizione dei biglietti e dei fazzolettini una cronologia precisa. C’è poi la grafia. Una precedente consulenza grafologica, affidata dalla famiglia a due esperti, aveva attribuito a David Rossi la paternità dei tre manoscritti, ritenendoli quindi autografi. L’approfondimento contenuto nella relazione parla di una grafia “in conflitto con se stessa”, con alternanza tra tratti fluidi e movimenti definiti spasmodici o stentati. I consulenti la associano a un forte travaglio emotivo e affermano di non rilevare elementi indicativi di coercizione fisica o dettatura forzata nel momento della scrittura.

La conclusione dei consulenti sull’ipotesi suicidaria

Nelle conclusioni Genovese e Manghi richiamano anche la vita quotidiana di Rossi nelle ore e nei giorni precedenti: il sostegno alla moglie malata, alla quale ogni sera praticava un’iniezione, alcuni lavori programmati per una nuova abitazione, un impegno a Firenze per il giorno successivo e una vita professionale ancora pienamente attiva. Secondo i consulenti, questi elementi sarebbero scarsamente compatibili con una volontà suicidaria stabile e pianificata.

A questa analisi psicologico-forense si aggiungono gli accertamenti sulla dinamica fisica della morte. Una diversa perizia esaminata dalla Commissione ha indicato, secondo le prime valutazioni tecniche riportate in quell’elaborato, l’ipotesi di un’aggressione da parte di più persone prima della precipitazione e ha affrontato anche lo stato di coscienza di Rossi durante la caduta.

La relazione Genovese-Manghi si concentra invece anche sulle lesioni ante-mortem. I consulenti sostengono che alcune lesioni riscontrate su volto, zigomo, labbro, braccia e addome presentino caratteristiche che, secondo la loro analisi, non sarebbero compatibili con la sola precipitazione o con una caduta accidentale.

La conclusione è formulata in termini molto netti dai due consulenti: “Pertanto, l’ipotesi di una morte per suicidio appare tecnicamente e scientificamente insostenibile e priva di riscontri oggettivamente cristallizzati, risultando parimenti escluso qualunque tentativo di attribuire ad accidentale causalità il complesso delle lesioni somatiche ante-mortem riscontrate sulla salma”.

Bisogna ricordare che questa è la conclusione tecnica di Genovese e Manghi sulla documentazione esaminata, non una sentenza e non un accertamento giudiziario definitivo sulle cause e sulle eventuali responsabilità per la morte di David Rossi.


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