Tra Timor Est e Ovest, le voci della periferia indonesiana tornano al centro


Lisbona, 1974 

Júlio Craveiro dos Santos aveva appena festeggiato il dodicesimo compleanno della sua unica figlia, Laura, quando il telefono squillò e la notizia lo raggiunse. Stava per essere spedito a Timor per assistere Mário Lemos Pires nel processo di decolonizzazione del paese. «Te l’ho detto, Dio non dorme mai», gli disse Lena, sua moglie. Sei mesi prima, quando un gruppo di soldati in Portogallo aveva organizzato un colpo di stato contro il regime al potere, Júlio aveva deciso di stare dalla parte di Marcelo Caetano. Ma dopo che l’ex primo ministro fu preso sotto custodia militare e mandato sull’isola di Madeira, Júlio iniziò a temere per il proprio destino. La rivoluzione era scoppiata. Se anche non l’avessero processato, avrebbe comunque perso il lavoro. Soldati che amavano definirsi rivoluzionari sarebbero stati mandati nel suo ufficio e gli avrebbero indirizzato un’occhiata scettica prima di rimpiazzarlo rapidamente con qualche altro burocrate che, guarda caso, si definiva a sua volta rivoluzionario. Ma se anche non l’avessero licenziato (ipotesi piuttosto improbabile) sarebbe comunque stato costretto a lavorare con un gruppo di rivoluzionari ostili, che lo avrebbero sempre considerato un nemico. In sostanza, dopo la rivoluzione, non importava in quale direzione Júlio avesse cercato di orientare il corso della propria vita, perché si rendeva conto che tutte le strade gli erano precluse, tutto portava in un vicolo cieco e miserabile. 

Per questo, quando il nuovo governo si orientò verso una politica di decolonizzazione, Júlio pregò alcuni suoi conoscenti perché gli accordassero la trasferta in una delle colonie africane, permettendogli così di allontanarsi dai guai senza perdere il posto. Avrebbe lavorato come meglio poteva e, con un po’ di fortuna, al termine del processo di decolonizzazione, sarebbe perfino tornato a Lisbona con un grado superiore. Si viene promossi più facilmente al ritorno da una colonia, non funziona così? Quella notte fece l’amore con sua moglie con grande passione, come un adolescente che incontra una donna su cui ha fantasticato a lungo. La signora, che in quel periodo era tutta dedita alla novena per la vergine Maria, perché Dio aiutasse il marito, era eccitata e lo baciava incessantemente, mordendo e lacerandogli la pelle. Solo quando Júlio crollò per la stanchezza, sua moglie alzò gli occhi al soffitto e realizzò che le preghiere erano state effettivamente esaudite, ma questo non significava forse che presto sarebbe rimasta sola? Le lacrime iniziarono a scorrerle in silenzio. Cercò di non emettere alcun suono, ma un timido singhiozzo le sfuggì dalla gola: i pensieri negativi le entravano lentamente nella testa. Conosceva fin troppi ufficiali e governatori che erano vissuti con donne del posto, nelle colonie, o che erano morti uccisi dai fendenti dei ribelli. «Ne abbiamo già parlato, no?», disse Júlio, quando la sentì singhiozzare. 

La donna prese fiato, si asciugò le lacrime, si girò e gli baciò le labbra. Le guance. Gli occhi. «Meno di cinque anni», continuò Júlio. «Se fila tutto liscio, potrebbero anche essere due o tre, noi saremo lì solo per supervisionare le elezioni». Il rombo dei treni vibrava in lontananza e la gente si animava per le strade. I cittadini avevano bevuto nei bar fino a notte fonda ed erano tornati a casa discutendo delle sorti del paese, cosa che non sarebbe mai accaduta se la PIDE fosse stata ancora lì a sorvegliarli. «Perché gli africani non possono badare a se stessi?», mormorò la moglie dopo un lungo silenzio. «Timor non è in Africa. È un piccolo paese vicino all’Australia», la corresse Júlio. «Questi nomi sembrano tutti uguali». Júlio rise. «È la colonia più sicura. Non c’è guerra, lì. Dovresti essere grata che mi abbiano dato un incarico così, bello lontano dall’Africa». La moglie gli posò il viso sulla spalla, Júlio le diede un bacio, spense la luce, l’avvolse con le braccia e chiuse gli occhi per addormentarsi. Ma la donna non fece lo stesso: molti pensieri continuarono a balenarle ancora per la testa, pensieri buoni e cattivi, semplici e pesanti, fino a quando non toccò la spalla di Júlio e domandò: «Se questo paese è sicuro, perché non possiamo venire con te?». Lo ripeté tre volte, come non fosse solo una richiesta per il marito, ma anche un modo per convincere se stessa. «Perché dobbiamo rimanere qui da sole?». Júlio aprì gli occhi e riaccese la luce della camera da letto. Guardò sua moglie in viso, il lungo naso di cui si era innamorato, le labbra sottili e i capelli ricci, e intanto pensava a tante cose, dalle più piccole alle più grandi, e pochi istanti dopo disse: «In effetti, perché dovreste? Tu potresti insegnare nelle scuole. O in casa, come preferisci». 

Alla loro bambina piaceva l’idea di andare in una colonia remota, una terra circoscritta ed esotica dove poter continuare gli studi in pace e lontano dai rumori della rivoluzione. Così, un mese dopo, Júlio e la sua famiglia misero per la prima volta piede a Timor. Sbarcarono a Baucau e raggiunsero Dili in un convoglio di jeep e unimog. Lungo la strada videro una città mezzo abbandonata, piena di mucche e di bufali. L’aria era calda e polverosa e la gente camminava con le sopracciglia aggrottate. Le case degli ufficiali erano maestose e il mercato sudicio. Su alcuni muri c’erano i graffiti rivoluzionari lasciati dai militanti dei vari partiti. Per la politica coloniale dell’Estado Novo, i partiti erano banditi a Timor, e alla PIDE era stato affidato il compito di sopprimere qualunque movimento indipendentista. 

Dopo la caduta della dittatura portoghese, gli ufficiali coloniali che pattugliavano le strade rimasero esattamente gli stessi, ma senza il mandato di reprimere l’attività politica. Il popolo timorese era stato oppresso per molto tempo, e adesso che aveva ottenuto la libertà aveva fame di giustizia. I partiti politici erano in feroce competizione: battevano tutto il paese in cerca di sostegno, passando dalle sane campagne elettorali a ben più subdoli intrighi. Ogni partito aveva sostenitori fanatici e milizie pronte a sacrificarsi per la causa e, con il passare del tempo, non era più così insolito sentire di qualcuno che era stato ferito per le sue opinioni politiche. Una certa atmosfera frizzante si percepiva anche all’ufficio del governo coloniale portoghese. Molti colleghi di Júlio non potevano astenersi dal favorire l’uno o l’altro partito. 

C’era qualcuno che si era perfino tesserato, decidendo di mollare il lavoro, e qualcuno che continuava a lavorare pur incontrando segretamente i militanti. Júlio, però, deciso a rimanere fuori dalla politica dopo la rivoluzione dei Garofani, che gli era quasi costata la vita, scelse di restare neutrale. Arrivava in ufficio puntuale, faceva quello che doveva fare e tornava a casa alla fine del turno di lavoro. Sua figlia aveva acquistato un tordo a cui bisognava insegnare a fischiare e sua moglie curava il giardino, dove c’era un piccolo gazebo sotto il quale leggere e assaporare un calice di vino. Stare con la sua famiglia era un intrattenimento totalizzante, e dunque, sebbene molti dei suoi colleghi fossero coinvolti nella politica locale, Júlio riusciva sempre a evitarla.

Gente di Timor, Cover

Tratto da “Gente di Timor”, Felix Nesi, traduzione dall’indonesiano di Elena Ricchitelli,Utopia Editore, 2026, 19€, 216 pagine


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 Felix Nesi

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