Ponte sullo Stretto. Ingegneria e ipercasta


Mentre il cittadino comune scorre la sua solita vita senza piena consapevolezza delle dinamiche che regolano i grandi appalti, il…

Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina rappresenta da decenni uno dei temi più divisivi e dibattuti nel panorama delle grandi opere pubbliche italiane. Più che una sfida puramente ingegneristica, l’infrastruttura si è trasformata nel tempo in un caso emblematico di complessa ingegneria finanziaria e amministrativa, i cui costi – diretti e indiretti – continuano a ricadere interamente sulla collettività.

Mentre il cittadino comune scorre la sua solita vita senza piena consapevolezza delle dinamiche che regolano i grandi appalti, il perdurare dello stallo progettuale alimenta lo scetticismo di chi ritiene che il ponte, nelle forme attuali, rischi di non essere mai realizzato. Un dubbio che investe persino i suoi più accesi sostenitori politici, passati nel corso degli anni da una radicale contrarietà a un convinto e quasi fideistico sostegno dell’opera.

Analisi dei costi di struttura: segui il denaro

Per comprendere le ragioni della straordinaria resilienza di questo progetto, è utile applicare il principio anglosassone del follow the money. Il primo elemento concreto di analisi emerge dai costi di struttura della società concessionaria.

Mentre i cantieri faticano a partire, la macchina amministrativa viaggia a pieno regime. I compensi annuali lordi per i soli 21 dirigenti di Stretto di Messina S.p.A. ammontano complessivamente a 3.704.039,67 euro. Di seguito viene riportato lo spaccato dettagliato estratto dagli ultimi dati disponibili:

Dirigente Compenso Annuale Lordo (€)
Andrea Parrella 357.890,00
Francesco Parlato 319.450,00
Eugenio Fedeli 268.917,00
Valerio Mele 265.457,36
Edgardo Ugo Stefano Greco 239.425,00
Giorgio Zavadini 212.342,41
Ilaria Maria Coppa 199.576,49
Maria Francesca Mattei 197.062,50
Stefano Caroselli 191.760,25
Achille Devitofranceschi 167.661,04
Lorenzo Falciai 166.550,46
Andrea Stefanoni 161.168,21
Alessandro Micheli 154.825,36
Agnese Leofreddi 149.502,02
Omar Mandosi 122.706,47
Marco Cerullo 110.080,00
Pietro La Barbera 101.111,08
Antonella Sannicandro 92.630,00
Giorgio Micolitti 90.040,00
Alberto Bitossi 57.500,00
Raffaele Celia 53.888,58
TOTALE 3.704.039,67 €

Di fronte a queste cifre, la domanda sorge legittima: quali attività concrete giustificano tali retribuzioni in assenza di un effettivo avvio dei lavori di costruzione?

Attualmente non è in corso una nuova gara d’appalto, poiché l’affidamento originario risale al 2005 ed è saldamente in mano al consorzio Eurolink (guidato da Webuild, ex Salini Impregilo). La funzione odierna della società appare dunque prevalentemente legata alla gestione burocratica delle infinite fasi preparatorie, sollevando seri interrogativi sull’efficienza di un simile carrozzone parastatale.

I rilievi tecnici della Corte dei Conti

Le critiche sulla gestione non provengono solo dagli osservatori indipendenti, ma dalle massime istituzioni di controllo dello Stato. La Corte dei Conti ha più volte sollevato rilievi critici sulla documentazione progettuale e finanziaria della Stretto di Messina S.p.A.

I magistrati contabili hanno evidenziato:

  • Lacune documentali importanti, con l’invio di relazioni incomplete o parziali
  • Conti sfarinati e utilizzo di dati di impatto ambientale e flussi di traffico risalenti a oltre vent’anni fa
  • Un generale giudizio di inadeguatezza tecnico-economica rispetto ai parametri aggiornati richiesti dall’Unione Europea

Il cortocircuito politico e le priorità nazionali

A fronte di questi rilievi, lo scontro politico si fa aspro. Se da un lato il Ministero delle Infrastrutture difende l’opera considerandola un volano strategico irrinunciabile per l’economia del Mezzogiorno e per l’occupazione, dall’altro emergono forti dubbi sulla ripartizione delle risorse pubbliche.

Il budget complessivo stimato per l’opera oscilla tra i 15 e i 18 miliardi di euro. Una cifra monumentale che l’attuale leadership della Lega blinda con fermezza, resistendo a qualsiasi tentativo di rimodulazione finanziaria. Molti analisti fanno notare il paradosso: quelle stesse risorse farebbero comodo a Palazzo Chigi per far quadrare i conti della legge di bilancio, gestire i vincoli del Patto di Stabilità europeo o rispondere a emergenze sociali urgenti (come le storiche carenze infrastrutturali e sanitarie dei territori siciliani e calabresi, si veda l’emblematico caso delle tutele per la comunità di Niscemi).

I detrattori leggono in questa ostinazione la necessità di tutelare un sistema di rapporti consolidati con i grandi gruppi industriali del Paese, che storicamente intrattengono relazioni trasversali con la politica. Al di là delle accuse non verificabili di favoritismi, resta il dato oggettivo: si preferisce finanziare un’opera futura e incerta piuttosto che sanare le crisi strutturali del presente.

Lo specchio delle disuguaglianze: la nuova stratificazione sociale

La gestione delle grandi opere e la distribuzione del denaro pubblico aprono una riflessione più profonda sulla struttura delle disuguaglianze in Italia. La storica “casta” si è evoluta, iper-specializzandosi nei gangli della burocrazia statale e lasciando spazio a una stratificazione sociale non ufficiale ma drammaticamente reale, che ricorda la divisione in caste del sistema asiatico:

  • I Ricchi: Grandi investitori, azionisti e titolari dei principali gruppi industriali
  • L’Ipercasta: Dirigenti d’oro, alti burocrati e amministratori di partecipate pubbliche che hanno preso il posto della vecchia borghesia produttiva
  • I Resistenti: L’ex ceto medio che cerca disperatamente di mantenere il vecchio stile di vita, ma che si ritrova impoverito dall’inflazione e costretto a fare i conti con la perdita del potere d’acquisto
  • I Poveri: L’ex proletariato industriale e dei servizi
  • I Molto Poveri: Il vecchio sottoproletariato escluso dalle tutele sociali
  • Gli Invisibili: Circa 4 milioni di persone che hanno rinunciato a curarsi per motivi economici e 6 milioni di lavoratori poveri che non arrivano alla fine del mese nonostante un impiego regolare

La distanza tra la base del Paese e i vertici dell’ipercasta è diventata talmente dissonante da evocare il cinico e storico spettro del “Se non hanno pane, che mangino brioche”. In un Paese che storicamente evita le rivoluzioni grazie alle reti di protezione familiare, il rischio di una rottura del patto sociale non è più così remoto. Quando ampie fasce di popolazione smettono di essere consumatori attivi per mancanza di salario, l’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese (PMI) – è destinato al collasso.

Conclusione: per una vera democrazia economica

Il caso della Stretto di Messina S.p.A. costringe i contribuenti a porsi una domanda più ampia: quanti altri enti parastatali, scatole vuote o agenzie inutili affollano la complessa struttura burocratica dello Stato italiano? Quanti milioni di euro vengono drenati quotidianamente dalle casse pubbliche per alimentare la spesa corrente di queste strutture, sottraendo risorse vitali alla sanità, alla scuola e al welfare?

La risposta non arriverà dai programmi dei partiti politici. Spetta ai cittadini, attraverso un’informazione trasparente, un rigoroso spirito critico e la lettura attenta dei dati reali, pretendere il conto dell’utilizzo del denaro pubblico. La democrazia economica non si fa con i proclami nei talk-show, ma inizia con la trasparenza dei bilanci.

Follow the money, sempre.

Fonti e Sitografia:

Marco Monetini (L’unico che legge i bilanci così non dovete farlo voi.)


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