Ci sono artisti che scolpiscono la materia e artisti che, invece, sembrano scolpire ciò che normalmente sfugge allo sguardo: il vento, l’acqua, la gravità, il respiro invisibile del mondo. Susumu Shingu appartiene a questa seconda famiglia, rarissima e necessaria, quella degli autori capaci di trasformare le forze naturali in linguaggio, la tecnologia in poesia, il movimento in una forma di meditazione. Dal 17 giugno al 14 ottobre 2026, la Fabbrica del Vapore di Milano dedica all’artista giapponese una grande mostra personale, Il cosmo, ospitata negli spazi monumentali della Cattedrale, dove le sue opere trovano una dimensione quasi naturale, sospese tra architettura industriale, luce, aria e stupore.
La mostra arriva in un momento simbolico: l’anno in cui si celebrano i 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone e i 45 anni del gemellaggio tra Osaka e Milano, due città che, in modi diversi, raccontano la capacità dell’arte di attraversare confini, epoche e geografie. Shingu, nato a Osaka nel 1937 e legato all’Italia fin dagli anni Sessanta, porta a Milano un percorso che riunisce oltre sessant’anni di ricerca, memoria e visione: nove sculture fondamentali del suo cammino creativo e un gruppo di ventuno sculture di vento del progetto Windcaravan, viaggio artistico cominciato nel 2000 nelle risaie del Giappone e poi approdato in luoghi estremi e remoti, dalle terre della Nuova Zelanda al lago ghiacciato della Finlandia, fino alle steppe della Mongolia.
Una vita in dialogo con il vento
«Sono molto felice e onorato di esporre per la prima volta in Italia 9 sculture fondamentali del mio percorso insieme ad un gruppo di 21 sculture di vento del progetto “Windcaravan” che ha girato il mondo», racconta Susumu Shingu, restituendo immediatamente il senso profondo di una mostra che non è soltanto antologica, ma quasi autobiografica. Le sue opere, mosse dal vento e pensate per dialogare con l’ambiente, non sono oggetti chiusi in sé stessi, ma presenze vive, organismi sensibili che reagiscono all’aria, alla luce, all’acqua e alla gravità.
È proprio questo il cuore del lavoro di Shingu: non rappresentare la natura, ma lasciarla agire. Le sue sculture non imitano il vento, lo ascoltano. Non descrivono il movimento, lo accolgono. Non cercano di dominare la materia, ma di metterla in relazione con ciò che la attraversa. In un tempo in cui l’arte contemporanea spesso procede per sovraccarico, accumulo, dichiarazione e urgenza concettuale, Shingu sceglie da sempre una strada più sottile e più radicale: fare spazio all’invisibile.
Le sue forme leggere, mobili, colorate, costruite con rigore progettuale e sensibilità quasi infantile, sembrano appartenere a un punto di incontro tra ingegneria e fiaba, tra precisione meccanica e incanto naturale. Sono macchine, certo, ma macchine che non hanno nulla di freddo. Sono congegni, ma congegni poetici. Sono sculture cinetiche, ma anche strumenti di percezione, perché costringono chi guarda a rallentare, ad aspettare, a osservare un cambiamento minimo, un’inclinazione, una rotazione, una vibrazione, un gesto dell’aria.
La Fabbrica del Vapore diventa una cattedrale del movimento
Gli spazi della Cattedrale della Fabbrica del Vapore sembrano costruiti apposta per accogliere questo universo. Ampi, verticali, attraversati dalla memoria industriale e da una fisicità potente, diventano il luogo ideale per opere che hanno bisogno di respirare, di muoversi, di trovare una relazione diretta con il vuoto. Qui il percorso espositivo amplifica la natura immersiva del lavoro di Shingu, permettendo al pubblico di entrare in un paesaggio in cui materia, energia e architettura non sono più elementi separati, ma parti di un unico sistema.
Il titolo, Il cosmo, non va letto come una semplice immagine poetica, ma come una chiave di accesso alla visione dell’artista. Per Shingu, la Terra non è un corpo isolato, ma parte di un organismo più grande, attraversato da relazioni, correnti, forze e fragilità. Ogni opera sembra ricordare che il mondo non è fermo, che nulla è davvero immobile, che anche ciò che appare stabile vive in una trama continua di spinte, attriti, equilibri e trasformazioni.
In questa prospettiva, il movimento non è un effetto scenico, ma una forma di conoscenza. Guardare una scultura di Shingu significa percepire il mondo mentre accade. Significa vedere l’aria, dare forma all’energia, riconoscere che la natura non è sfondo, ma protagonista. La mostra invita così a una postura diversa dello sguardo: meno rapida, meno consumistica, più attenta alla relazione tra l’essere umano e il pianeta che abita.
Dall’Italia degli anni Sessanta al dialogo con Renzo Piano
Il legame di Susumu Shingu con l’Italia è profondo e strutturale. Arrivato nel nostro Paese nel 1960 grazie a una borsa di studio del Governo italiano, l’artista si forma a Roma, dove incontra Franco Gentilini all’Accademia di Belle Arti e dove inizia quel passaggio decisivo dalla pittura alla scultura che lo porterà, negli anni, a fare del movimento il centro del proprio linguaggio. L’Italia non è dunque una tappa occasionale, ma uno dei luoghi originari della sua trasformazione artistica.
Nel tempo Shingu ha realizzato nel nostro Paese importanti opere pubbliche, tra cui Il vento di Colombo nel porto di Genova, Il luogo della pioggia al Lingotto di Torino e Dialogo con le nuvole a Lecco. Interventi che testimoniano una ricerca sempre in ascolto del paesaggio, della città e degli elementi naturali, ma anche una lunga amicizia e collaborazione professionale con Renzo Piano, con cui condivide una certa idea di leggerezza, di intelligenza costruttiva, di progresso non arrogante.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più attuali del lavoro di Shingu. In un’epoca in cui la parola progresso viene spesso associata all’accelerazione, alla prestazione e alla conquista tecnologica, le sue opere sembrano restituirle una dignità più antica e più umana. Come sottolinea Maria Fratelli, direttrice di Fabbrica del Vapore, Shingu ha «restituito al progresso la dignità che si trova nella sua finalità originaria: migliorare le condizioni di vita della comunità, liberandola dalla fatica e dalla sofferenza condividendo il sapere e i benefici della modernità».
Le opere come vele, onde e messaggeri del pianeta
La definizione di Maria Fratelli coglie perfettamente il punto: le opere di Shingu sono «congegni che abitano il tempo, contingente ed eterno», presenze che sembrano oscillare tra fragilità e potenza, tra gioco e monumentalità. Possono ricordare vele che solcano un cielo limpido, onde sospese, petali in volo, aquiloni che hanno dimenticato il filo, creature leggere capaci di colorare lo spazio senza possederlo mai davvero.
Non è un’arte che impone una risposta, ma che apre una domanda. Che cosa significa abitare il pianeta senza dominarlo? Che cosa può fare la tecnologia quando smette di essere soltanto strumento di controllo e diventa occasione di armonia? Che cosa resta dello stupore in una società che vede tutto, consuma tutto, archivia tutto troppo in fretta?
La forza di Shingu sta proprio nel non trasformare queste domande in slogan. Il suo lavoro parla di ambiente, ma non lo fa con il linguaggio dell’allarme. Parla di coesistenza, ma senza moralismi. Parla di fragilità, ma senza retorica della catastrofe. Le sue sculture mostrano, più che spiegare, e in questo mostrarsi riescono a essere profondamente contemporanee, perché riportano al centro un’urgenza silenziosa: imparare di nuovo ad ascoltare ciò che muove il mondo.
Windcaravan, il viaggio delle sculture che attraversano culture e paesaggi
Uno dei nuclei più significativi della mostra è il progetto Windcaravan, nato nel 2000 e pensato come un viaggio globale attraverso luoghi in cui il rapporto tra uomo e natura conserva ancora una forza essenziale. Le sculture mosse dal vento hanno attraversato risaie, paesaggi ghiacciati, steppe e territori lontani, diventando non solo opere d’arte, ma strumenti di connessione tra popoli, culture e ambienti.
In questo progetto emerge con particolare chiarezza la vocazione internazionale di Shingu, un artista che non costruisce ponti in senso metaforico, ma crea dispositivi capaci di esistere davvero dentro paesaggi diversi, mettendo in relazione corpi, comunità e atmosfere. Le sue sculture non arrivano in un luogo come presenze estranee, ma sembrano cercare un accordo con ciò che trovano: il vento locale, la luce, il suolo, la temperatura, il modo in cui le persone si fermano a guardarle.
Portare Windcaravan dentro la Cattedrale della Fabbrica del Vapore significa riunire idealmente un viaggio planetario in uno spazio urbano, trasformando Milano in un punto di convergenza tra Giappone, Europa, Oceania e Asia centrale. È una geografia dell’aria, più che della mappa. Una cartografia poetica costruita non sulle frontiere, ma sulle correnti.
Sandalino, il piccolo viaggiatore che guarda la Terra da lontano
All’interno del percorso espositivo trova spazio anche Sandalino, il personaggio immaginario ideato da Shingu negli ultimi anni: un piccolo viaggiatore proveniente da un altro pianeta, capace di osservare la Terra con uno sguardo insieme innocente e inquieto. La sua presenza aggiunge alla mostra una dimensione narrativa e quasi favolistica, ma non per questo meno profonda. Anzi, Sandalino rappresenta forse una delle chiavi più delicate per comprendere il pensiero dell’artista.
Guardare la Terra da lontano significa sottrarsi all’abitudine. Significa accorgersi della sua bellezza, ma anche della sua vulnerabilità. Significa riconoscere che ciò che sembra scontato, l’aria che respiriamo, l’acqua, la luce, il vento, è in realtà parte di un equilibrio sottile e prezioso. Pubblicato anche in versione pop-up in lingua italiana nel 2019, Sandalino incarna lo sguardo dell’infanzia, non come ingenuità, ma come capacità di meraviglia, empatia e attenzione.
In una mostra dedicata al cosmo, questo piccolo personaggio funziona come una lente tenera e spiazzante. Ricorda che per capire il mondo, a volte, bisogna fingere di arrivarci per la prima volta.
Una mostra tra Oriente e Occidente, natura e tecnologia
Curata da Shingu Atelier, lo studio dell’artista, Il cosmo è coprodotta dal Comune di Milano – Fabbrica del Vapore, con il contributo di Videomobile srl per la produzione, dello Studio Origoni Steiner per il progetto di graphic design, di Studio Azzurro per la realizzazione dei contenuti multimediali presenti nel percorso espositivo e di ARTantide Gallery per la gestione della biglietteria e del bookshop.
Il risultato è un percorso che non si limita a esporre opere, ma costruisce un ambiente di pensiero, un attraversamento in cui sculture cinetiche, modelli, materiali documentari e contenuti multimediali restituiscono la complessità di una pratica artistica fondata sull’equilibrio tra rigore e leggerezza. Shingu appartiene a quella categoria di artisti per cui la semplicità apparente è il risultato di una disciplina estrema, di una conoscenza tecnica profonda, di una fiducia quasi filosofica nella possibilità che arte e natura possano ancora parlarsi.
In questo senso, Il cosmo non è soltanto una mostra da vedere, ma una mostra da attraversare fisicamente, con il tempo necessario perché le opere cambino, rispondano, si muovano, rivelino qualcosa. È un invito a uscire dalla logica dello sguardo immediato e a ritrovare una relazione più lenta con ciò che accade davanti agli occhi.
A Milano, dentro la Fabbrica del Vapore, Susumu Shingu porta un’intera vita di ricerca e un’idea di arte che non separa mai bellezza e responsabilità, invenzione e natura, tecnologia e umanesimo. Il suo cosmo non è lontano, astratto, irraggiungibile. È qui, nell’aria che muove una scultura, nella luce che cambia una superficie, nel vento che attraversa lo spazio e ricorda, con dolcezza e precisione, che il mondo è vivo anche quando non lo guardiamo.
Informazioni
Mostra: Susumu Shingu, Il cosmo
Sede: Fabbrica del Vapore – Cattedrale, Milano
Date: dal 17 giugno al 14 ottobre 2026
Orari: lunedì chiuso; dal martedì alla domenica dalle ore 11.00 alle ore 19.00
Ultimo ingresso: 30 minuti prima della chiusura
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Marianna Baroli
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