La Cultura ora è una leva per lo sviluppo economico



La cultura è una leva dello sviluppo economico e non può essere separata dalla crescita del Paese, ma anzi ne rappresenta una componente strutturale. In Italia contribuisce per oltre il 5% al Pil e incide direttamente sulla competitività del sistema produttivo, dalla capacità di innovare fino all’attrattività dei territori. Il turismo culturale vale circa il 60% della spesa turistica complessiva e cresce a un ritmo doppio rispetto alle altre componenti del settore, confermandosi uno dei principali moltiplicatori dell’economia nazionale.

Sono i messaggi principali emersi dal convegno “Cultura, leva per una crescita sostenibile”, ospitato ieri a Roma dall’Accademia Nazionale di San Luca e promosso dall’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito (Anspc), con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Un confronto che ha attraversato economia, politiche pubbliche e gestione del patrimonio culturale, con un punto fermo condiviso: la cultura agisce sempre più come infrastruttura immateriale della crescita.

Gli interventi

Tra gli interventi, Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha richiamato il legame diretto tra livelli di istruzione, lettura e sviluppo economico. «Cultura e sviluppo vanno insieme – ha spiegato – I Paesi con redditi pro capite più elevati hanno anche livelli più alti di lettura e partecipazione culturale».

Ha quindi aggiunto una serie di dati sul caso italiano: «In Italia si vendono circa 100 milioni di libri l’anno, meno di due libri per abitante». E ancora: «Fra i giovani tra 11 e 14 anni il 79% ha letto almeno un libro non scolastico, mentre la percentuale scende al 58% nella popolazione fino ai 50 anni e al 35% sopra i 70 anni». Cipolletta ha poi sottolineato come anche tra le fasce più istruite il dato resti critico: «Il 19% dei laureati non ha letto nemmeno un libro nell’ultimo anno, così come il 28% di professionisti e dirigenti». E ha concluso: «La scuola resta il principale motore della cultura di un Paese». Il quadro, ha aggiunto, è aggravato dal ritardo nei livelli di istruzione: «L’Italia è stabilmente nelle ultime posizioni europee per diplomati e laureati». Enrico Giovannini, direttore scientifico di Asvis, ha posto invece l’accento sulla necessità di ripensare il rapporto con il futuro. «Serve cambiare il nostro modo di rapportarci al futuro» ha detto. In questa direzione si inserisce la “future literacy”, definita come la capacità di leggere e costruire scenari futuri. «Deve diventare – ha argomentato – una competenza stabile nei percorsi formativi scolastici». Dal prossimo anno scolastico il nuovo insegnamento entrerà progressivamente nei programmi degli istituti, con l’obiettivo di rafforzare gli strumenti con cui studenti e cittadini interpretano le trasformazioni in corso.

Per Francesco Rutelli, presidente del Soft Power Club ed ex sindaco di Roma, la cultura è già oggi una leva concreta di sviluppo urbano. «È un fattore diretto di sviluppo economico». La sua incidenza riguarda la capacità delle città di attrarre investimenti, turismo qualificato e competenze, incidendo così sulle politiche di competitività territoriale.

L’economista Salvatore Rossi ha inquadrato il tema dentro la trasformazione delle economie avanzate. «La cultura non è un costo o un lusso – ha detto – ma una componente essenziale dello sviluppo economico di lungo periodo». Nelle economie della conoscenza, ha spiegato, il vantaggio competitivo dipende sempre più da capitale umano, innovazione e circolazione delle idee. Antonella Baldino, amministratrice delegata dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, ha poi evidenziato la dimensione economica degli investimenti nel settore. «Coesione e competitività sono un binomio inscindibile» ha detto. Secondo le analisi dell’Istituto, ogni euro investito in cultura può generare fino a tre euro di benefici sociali. Un impatto che si estende anche ai processi di innovazione tecnologica e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture di Deloitte, ha invece sottolineato il cambiamento di approccio nella valutazione dei progetti culturali. «La domanda – ha spiegato – non è più se investire in cultura, ma come farlo in modo efficace e misurabile». Centrale diventa la capacità di costruire modelli di collaborazione tra pubblico e privato orientati all’impatto e alla sostenibilità degli interventi.

Le conclusioni

Tra gli interventi, poi, anche quello di Simonetta Giordani, segretaria generale dell’Associazione Civita, che ha richiamato il quadro internazionale di riferimento: «L’Agenda 2030 ha definito un terreno comune: la sfida è rendere strutturale la collaborazione tra pubblico e privato», in una logica di integrazione tra politiche culturali e obiettivi di sviluppo sostenibile. Dal sistema bancario è arrivata quindi la testimonianza di Francesco Manganaro, direttore generale della Bcc dei Castelli Romani e Tuscolo. «La cultura – ha spiegato – deve essere una leva dello sviluppo economico, capace di generare ricadute stabili sui territori». Le banche possono svolgere una funzione di piattaforma neutrale tra soggetti pubblici e privati, sostenendo progetti culturali con effetti duraturi sulle comunità locali. Sul fronte tecnologico, Marcello Messori ha richiamato le implicazioni dell’intelligenza artificiale generativa: «Le potenzialità sono enormi, ma senza una solida base culturale rischiamo di non saperne governare gli effetti». Il tema riguarda la capacità dei sistemi europei di mantenere equilibrio tra innovazione, sostenibilità e coesione sociale. Sono intervenuti al convegno anche Claudio Strinati, direttore dell’Accademia Nazionale di San Luca, Angelo Doni di Reale Group, Paola Dubini dell’Università Bocconi e Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani.

Nelle conclusioni, Gianni Letta ha richiamato il senso complessivo del confronto, sottolineando la centralità della cultura come leva di sviluppo economico e come fattore di crescita civile del Paese.


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