10.35 – domenica 31 maggio 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Se potesse cambiare una definizione sarebbe quella con cui spesso si parla di lui, il “ministro della Guerra”. Perché Guido Crosetto, Fratelli d’Italia, il suo dicastero lo chiamerebbe “il ministero della difesa della Pace: pensare alla propria sicurezza, a come potersi difendere, a come costruire una deterrenza, è l’unico modo per far vivere noi e i nostri figli in pace. Peccato che alcuni, per interessi politici e immediati o per semplice demagogia, non lo riconoscano”.
A chi si riferisce, ministro Crosetto?
“Ci sono pezzi di opposizione ragionevoli e seri, ma in entrambi gli schieramenti c’è chi non capisce o non vuole capire. Ma io vado avanti e faccio il mio mestiere, che è quello di ministro della Difesa. Capisco che ci sia chi ha obiezioni e chi deve gestire un’opinione pubblica cui è quasi impossibile spiegare quanto sia importante e doveroso avere capacità di difesa autonome. Ma se tutti i Paesi del mondo le stanno rafforzando è possibile che siano tutti pazzi? Io sono il ministro della Difesa e dico quello che sarebbe giusto fare per costruire una Difesa seria, come lo fa — che so — quello della Sanità o della Scuola o di qualunque altro comparto su ciò che lo riguarda”.
E ha discusso, o litigato secondo alcuni boatos, con Giorgia Meloni per questo appena qualche giorno fa?
“Non c’è mai stata una lite in anni su questi temi importanti per l’Italia, mai. Abbiamo parlato, normalmente e liberamente, come sempre facciamo con tutti gli alleati, e abbiamo definito una posizione. Che io rispetto e comprendo. Poi a me tocca continuare a dire ciò che serve per garantire la sicurezza degli italiani in un quadro completamente diverso da quello che c’era un tempo. Tutti sono consapevoli che abbiamo preso degli impegni pluriennali e può essere che ci siano tappe diversificate, ma quello che dovremo fare lo faremo”.
Crosetto sta salendo in aereo per tornare in Italia dopo un’intensissima due giorni a Singapore, un forum sulla sicurezza asiatica aperto ai ministri del settore di tutto il mondo o quasi, fra loro il segretario alla Guerra degli Usa, Pete Hegseth, che è stato molto chiaro: “I partner della regione (e non solo) devono farsi avanti e fare la propria parte”. E lui non potrebbe essere più d’accordo: lo predica dall’inizio del suo mandato, compito per niente facile in un Paese come il nostro che considera la spesa militare come uno spreco di risorse pubbliche.
Tutto cambia ormai nel giro di ore. Due giorni fa l’attacco di un drone in Romania, ieri ancora missili e contro-missili tra Usa e Iran, resta aperto il fronte mediorientale. Come si reagisce e come si resiste?
“Insistendo sulla necessità di trovare, testardamente, spazi di diplomazia, dialogo, pace. Su Usa e Iran sembra si sia vicini a una riapertura di Hormuz dopo un accordo a cui manca solo la firma di Trump. E noi italiani siamo pronti subito dopo i passaggi parlamentari: le navi sono già nel Golfo per un’opera di sminamento che sarà utile nell’immediato a liberare un tratto di mare vitale per i commerci e i traffici internazionali. Ma lo sarà anche perché chi va direttamente a svolgere certe operazioni poi gode del ritorno di gratitudine di chi riceve aiuto”.
La Romania?
“Non è la prima volta che i droni russi sconfinano. È il nervosismo di Putin per quello che sta accadendo sul fronte ucraino: anziché trovarsi in una situazione di vantaggio, ora è in difficoltà per gli attacchi alla propria produzione di petrolio e gas, colpita dai raid ucraini. Si è parlato, per anni, di quanto avrebbe resistito l’Ucraina alla Russia, ora invece sembra che sia la Russia a essere in difficoltà di fronte alla crescita delle capacità dell’Ucraina”.
Ma intanto Trump ha abbandonato la trattativa. L’Europa che può fare? Aprire a un ingresso dell’Ucraina nella Ue, ipotesi che indigna Salvini e vede freddo anche FdI?
“Trump ha preso atto che la Russia non voleva la pace. La trattativa è difficile perché la Russia ha cambiato la propria Costituzione inglobando le 4 regioni ucraine contese e ha difficoltà sia a conquistarle che a fare marcia indietro. L’Ucraina, giustamente, non è disponibile a concedere i propri territori dopo anni di resistenza da soli, con migliaia e migliaia di morti. Perché è vero che noi li abbiamo aiutati, ma a morire ci vanno loro”.
Quindi?
“Ovviamente, bisogna arrivare a una tregua. Poi, bisogna prepararsi a blindare la pace. La Russia potrebbe anche fermarsi per un po’, ma se non vede che dall’altra parte si è preparati, potrebbe tornare ad attaccare. Tanto più che gli Usa hanno detto che non potranno più farsi carico della sicurezza dell’Europa da soli. E infatti i paesi Nato si sono impegnati ad alzare, nel breve, fino al 3,5% del Pil le risorse per la difesa. Impegno che, al di là delle congiunture economiche del momento, secondo me sarebbe giusto e prudente rispettare. Per noi, non per loro”.
Ucraina nella Ue o no?
“Tutti sanno, compresi i tedeschi, che è molto difficile. Non solo politicamente, ma perché se l’Ucraina entrasse in Europa, con la sua grandezza e il suo sistema economico, ci sarebbe immediatamente una crisi nel settore agricolo gravissima per molti paesi Ue che nessuno, neppure i tedeschi, può permettersi”.
C’è un’alternativa?
“Io ne ho parlato ai miei colleghi anche a Singapore e avevo inviato a tutti una riflessione un mese fa: è sempre più urgente organizzare un grande sistema di difesa comune europeo che vada oltre gli attuali confini Ue a 27, che comprenda Gran Bretagna, Norvegia, Balcani e anche Ucraina. D’altra parte, oggi loro hanno nettamente l’esercito più importante e forte. Non credo che a un sistema così qualcuno si potrebbe opporre perché garantirebbe tutti. Ovviamente, a tregua e pace raggiunta. Questo sì che sarebbe davvero un sistema di deterrenza efficace”.
La battaglia di Meloni però oggi in Europa non sembra essere quella sulla sicurezza, ma è quella per ottenere la flessibilità non solo sulle spese di Difesa ma anche sull’energia. I paesi frugali però si oppongono.
“Meloni ha assolutamente ragione e penso che i cosiddetti “frugali” parlano dall’alto delle loro riserve di energia, di petrolio, di enormi fondi sovrani o di un approccio ideologico al bilancio. Io credo che all’Europa si debba chiedere ancora di più delle risorse: bisogna togliere regole, lacci, che ci rendono lenti, inefficienti, elefantiaci. C’è troppa burocrazia e troppo poco pragmatismo. In America, per non dire a Singapore, dalla decisione alla realizzazione dei progetti passano 6 mesi, in Europa non ti bastano neppure per capire con quale funzionario devi parlare… Questo uccide l’Europa come entità politica perché chi lavora nel mondo la confronta e la sente lontana, sorda, lenta e nemica”.
E qual è allora secondo lei la battaglia che dovrete fare in questo ultimo anno di legislatura?
“La stupirò. Non è la difesa. L’emergenza prima è l’accelerazione della capacità produttiva del Paese e lo si fa rendendo più forte la parte produttiva nazionale ma anche attivando energie e investimenti dall’estero. Bisogna fare ponti d’oro a chi vuole investire qui, a chi si trasferisce in Italia. E bisogna far ritornare i nostri cervelli. Nei paesi che funzionano meglio i migliori ricercatori in circolazione vengono pagati — a Singapore tutta la burocrazia statale e persino i ministri — quanto i migliori della finanza. Non può essere che i giovani, che guidano l’innovazione e le nuove tecnologie, espatrino perché qui non ci sono le stesse opportunità di crescita e di guadagno. L’Italia avrebbe un’enorme capacità attrattiva, come luogo dove vivere bene. Dobbiamo assolutamente sfruttarla. E non parlo per la mia parte, lo dico per il Paese e per chiunque ci sarà dopo”.
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