L’uso metaforico del futuro anteriore nell’arte 


Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema delle identità, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

C’è chi il futuro lo ha immaginato, chi lo ha incontrato per vocazione e chi lo ha messo in scena grazie alle voci di demoni interiori. Lo ha raccontato una mostra, Fata Morgana (Palazzo Morando, Milano, fino al 30 novembre scorso), che ha indagato le contaminazioni tra arti visive e misticismo, fenomeni paranormali, spiritismo, esoterismo, teosofia e pratiche simboliche per comporre un atlante dell’invisibile, un mosaico di mondi interiori, utopie, derive mentali e alternative radicali alla razionalità dominante. I curatori Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini, hanno raccolto oltre 200 opere tra il XIX secolo e lʼetà contemporanea per mostrare lo sradicamento di convenzioni artistiche e sociali, di gerarchie di genere, di autorità scientifiche e del pensiero razionale, ma anche delle relazioni (pericolose) tra tecnologia, spiritualità e potere. 

Chiara Fumai, Judy Chicago, Chiara Camoni, Carol Rama e i surrealisti, sono solo gli artisti più noti che insieme agli altri aprono varchi verso altre dimensioni, quella temporale inclusa: il passato torna presente o parla di futuro, il futuro riflette il passato o prende la forma del futuro anteriore, quel che sarà stato, sarà accaduto che impone limiti certi all’imprevedibile. Maneggiare il tempo che verrà è qualcosa di spaventoso, ma anche di grandioso: apre le porte del possibile. Suzanne Treister, regina inglese dell’arte che guarda oltre il tempo, dice che «L’uso metaforico del tempo verbale nell’arte dà spazio al momento presente. Ciò suggerisce che la storia del futuro non è ancora stata scritta e che alla fine saranno le nostre azioni attuali a essere ripensate. Trasforma lo spettatore da osservatore passivo di un futuro immaginato a partecipante attivo alla storia che sarà stata».

Ritratto di donna in una meccanica di movimento, di Donato Piccolo (2018). Disegno a matita, spray, grafite, pennarello, acrilico su carta. Il disegno sottolinea il rapporto tra umano e artificiale attraverso l’identificazione di un ritratto immaginario di donna. Naturale e artificiale si completano. Courtesy of the artist

Del futuro si può avere nostalgia, come aveva dichiarato Luigi Nono o lasciare spazio a questo sentimento nel futuro anteriore, come fosse una stanza ad esso dedicata. Treister usa la nostalgia «come strumento per interrogarmi su come i nostri ricordi, le nostre ansie e le promesse tecnologiche possano influenzare positivamente le nostre speranze, visioni e azioni per un futuro migliore». Gli attuali strumenti tecnologici a nostra disposizione sono dispositivi molto sofisticati per giocare con il tempo, quasi che il presente fosse solo l’istante prima di un’accelerazione verso ciò che abbiamo programmato. Donato Piccolo è un artista italiano che mixa analogico e digitale in sculture-macchine che parlano di futuro. «Molte delle mie opere sono organismi sospesi tra arte e macchina, tra caos e intelligenza artificiale», spiega l’artista, «Sono entità con cui relazionarsi, in un dialogo sinaptico con lo spettatore. Il filosofo Bernard Stiegler parlava della tecnica come protesi dell’evoluzione, e oggi la protesi è diventata cosciente – almeno in un senso computazionale. Le mie sculture sono protesi poetiche del pensiero, punti di contatto tra l’umano e il post-umano».

Dunque, che cos’è il futuro? «Il futuro per me è una condizione mentale, una visione instabile del presente. M’interessa il futuro invisibile, quello che sfugge al calcolo, quello che ancora non ha nome. Il futuro è un errore creativo, una mutazione non prevista. È lo spazio dove la materia può cambiare comportamento. Mi piace lavorare sul concetto di “Butterfly Effect” dove un piccolo gesto, apparentemente insignificante, provoca una trasformazione più ampia e inattesa», spiega Donato Piccolo. Allora gli chiedo che ruolo ha l’arte. «L’arte è un bug che disallinea il futuro, lo scarta dalla linea principale, lo disturba. Per me l’arte è una macchina che genera condizioni di verità instabili. In questo senso plasma il futuro: non dicendo cosa accadrà, ma mutando la struttura della possibilità. Come diceva Merleau-Ponty: “L’opera d’arte non è mai spiegazione: è un’apertura nel reale”. Per me, è un’interruzione nel flusso del presente, un piccolo shock che modifica la percezione, e quindi la realtà. Parlare di “futuri anteriori” è necessario, perché ogni atto che compiamo porta in sé un’ipotesi di futuro che è già accaduta. L’arte è un radar: capta quei futuri multipli, li mette in scena, li distorce, li trasforma in esperienze sensibili».

OceanTech Pacific Garbage Clean, Suzanne Treister, della serie Institute of Mystical Earth System Science / Imessaitech (2025). Courtesy of the artist

Così Philip Toledano, artista inglese, ma americano d’adozione, fotografa i diversi futuri che ha immaginato per sé, in un lavoro sulle sue paure (e quelle di tutti noi), Maybe. Nel momento della perdita dei genitori, «il futuro aveva acquisito improvvisamente una linea d’orizzonte finita. Era spaventoso, e io apprensivo», racconta Toledano, che decide in quel momento di indagare il proprio futuro dal punto di vista artistico: «Ma come si fa a ricercare ciò che non è ancora accaduto? Ho fatto un test del Dna che mi ha detto quali malattie potrei contrarre. Ho consultato cartomanti, numerologi e chiromanti. Ho fatto ricerche sulle statistiche delle compagnie assicurative. Ho preso lezioni di recitazione per imparare a muovermi come un vecchio di 90 anni o come un uomo corpulento, quasi obeso, di 55. Infine, lavorando con un abile esperto di protesi, ho creato delle immagini basate sulle mie ricerche. Ed è successo qualcosa di straordinario. Il progetto è diventato un esorcismo».

Pubblicato nel 2015 da Dewi Lewis, il lavoro consiste in una serie di ritratti di un Toledano che non è ancora o che non sarà mai: anziano in sedia a rotelle, ubriaco fradicio, completamente rifatto, colpito da ictus, morto suicida… Uno shock. E con la trasformazione del reale gioca anche nel suo ultimo libro, Another England (L’Artiere, 2025), una fiction realizzata con l’AI che racconta per immagini un viaggio visionario nell’Inghilterra. Di oggi, di domani, di ieri… Sicuramente di un tempo interiore, che ubbidisce all’immaginario (super british) dell’autore: «L’intelligenza artificiale riflette chi sei, riflette l’utente. Quindi funziona esattamente come una matita», spiega Toledano, al suo terzo volume come coautore insieme all’AI, «Non valgono gli automatismi che si acquisiscono con l’esperienza del mestiere di fotografo, occorre invece essere vigili e attenti a tutti gli elementi che concorrono a realizzare l’immagine desiderata, dal tipo di luce fino all’epoca storica». E se il gioco ha una buona dose di umorismo, inclusa l’idea di presentare un gigantesco volto di Margaret Thatcher scolpito sulle scogliere di Dover, o di illuminare grosse arterie del traffico con gigantesche meduse e di lasciare che siano le volpi a popolare il territorio, in netta maggioranza rispetto agli umani (che per secoli le hanno uccise nelle battute di caccia), Toledano parla di politiche sociali, di ambiente, di tradizione, di…


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 Micol De Pas

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