Venticinque anni fa, a Boston, un’inchiesta cambiò il modo in cui il giornalismo racconta il potere. Non solo perché rivelò una serie di abusi, ma perché mostrò il sistema che li aveva resi possibili: protezioni, responsabilità istituzionali, omissioni, silenzi intorno alle vittime. Spotlight, l’indagine del Boston Globe sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti cattolici e coperti dall’arcidiocesi di Boston, resta una lezione di accountability. La prima pubblicazione arrivò il 6 gennaio 2002; l’anno successivo il giornale vinse il Pulitzer per il Servizio pubblico.
In seguito, la vicenda è stata raccontata nel film Il caso Spotlight, Oscar nel 2016. Martin Baron, all’epoca appena diventato direttore del Globe, è tornato su quella vicenda a Catania, ospite del workshop Il giornalismo che verrà, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo con l’Università di Catania e il Sicilian Post. Spotlight diventa una domanda sul presente: nell’era di Trump, dell’AI, delle piattaforme e della disinformazione, il giornalismo investigativo ha ancora la stessa forza? Per Baron, che successivamente ha guidato il Washington Post fino al 2021, non è una domanda astratta. Le redazioni da lui dirette hanno vinto 18 Pulitzer e nel 2023, con il libro Collision of Power, ha raccontato un altro intreccio: quello tra giornalismo, proprietà miliardarie e potere politico nell’America di Trump e Jeff Bezos. Da Boston a Washington, il filo resta lo stesso: capire se l’informazione sia ancora in grado di costringere il potere a rispondere.
Spotlight ha mostrato che un’inchiesta non serve solo a rivelare fatti nascosti, ma a ricostruire la catena delle responsabilità. È ancora questo il compito principale del giornalismo investigativo?
«Credo di sì. È raro che esista un solo caso isolato. Può accadere che una persona abusi di altri, ma spesso i casi sono dentro un sistema. Nel caso della Chiesa, il primo sacerdote su cui indagammo era accusato di aver abusato di circa ottanta bambini. Era stato spostato da una parrocchia all’altra senza avvisare nessuno: né il parroco, né i fedeli, né il pubblico. Era inconcepibile che fosse l’unico caso. La domanda era: è una prassi, una politica della Chiesa? Scoprimmo che lo era: non solo a Boston, ma negli Stati Uniti e, poi, in molte parti del mondo».
In Spotlight c’erano vittime, documenti, pressioni esterne e il rischio di essere battuti dalla concorrenza. Come si decide quando pubblicare e quando invece aspettare la storia più grande?
«Avevamo già una storia pubblicabile sui sacerdoti accusati. Scelsi di non farlo subito perché la domanda non era quanti fossero, ma che cosa avesse fatto la Chiesa quando lo aveva scoperto. Aveva protetto i bambini? Informato il pubblico? Rimosso quei sacerdoti dal ministero? O aveva coperto tutto per decenni? C’era ansia: avremmo potuto essere battuti da un concorrente. Ma decisi che avremmo atteso».
Come si tiene insieme ascolto del trauma e dovere della verifica? Un’inchiesta così richiede anche un rapporto delicato con le vittime.
«Molte di loro erano scettiche: in passato il Boston Globe non aveva indagato sulle loro denunce e temevano che anche questa volta non accadesse nulla. I reporter dovevano essere empatici, ascoltare, ma anche verificare ogni affermazione. Non possiamo accettare automaticamente ciò che ci viene detto. In un caso scoprimmo che un accusatore aveva una storia di falsificazioni. Lo riportammo, e alcuni rappresentanti delle vittime si arrabbiarono. Ma erano in gioco anche le reputazioni dei sacerdoti. Avevamo un dovere verso tutti: verificare i fatti prima della pubblicazione».
il caso
Washington Post, il giornale del Watergate nella crisi più nera: le cause e le reazioni dei reporter
In Collision of Power lei racconta un’altra forma di accountability: il rapporto tra una grande redazione, un presidente ostile alla stampa e un proprietario miliardario. Cosa rivela oggi il caso del Washington Post sul rapporto tra giornalismo e potere?
«Sono stato critico nei confronti della proprietà del Washington Post. Quando ero lì, Jeff Bezos fu un buon proprietario: ci sostenne, garantì indipendenza alla redazione e affrontò enormi pressioni da parte di Trump durante il suo primo mandato. Credo che qualcosa sia cambiato dopo il 6 gennaio 2021. In seguito all’assalto al Campidoglio, molti pensarono che la carriera politica di Trump fosse finita. Non era così. Quando apparve chiaro il possibile ritorno alla Casa Bianca, penso che Bezos abbia temuto conseguenze. Amazon è la fonte della sua ricchezza, Blue Origin l’oggetto della sua passione. Il Post non è né l’una né l’altra cosa. Penso abbia dato priorità agli altri interessi commerciali. Detto questo, la redazione continua a fare un lavoro straordinario. Bezos ha modificato le opinioni, ma finora non è intervenuto sulla copertura giornalistica. Sono deluso da molte scelte, ma grato che la redazione mantenga l’indipendenza».
Che cosa si perde quando una grande testata arretra dalla copertura internazionale?
«Sono amareggiato per i tagli allo staff estero. Quando ero direttore, avevamo ampliato molto la copertura internazionale. Per il Washington Post, coprire il mondo è essenziale. Trovo gravi i tagli in Ucraina e Medio Oriente. Credo che Bezos abbia deciso di non credere più nel modello esistente. Il giornale perdeva molto e lui voleva renderlo profittevole rapidamente. Per riuscirci sono stati fatti tagli: oggi il Post non ha più fotografi, sport né sezione libri, e ha ridotto arte e cultura. Si concentra su politica, governo e inchieste politiche. Penso sia stata una cattiva decisione e abbia fatto un danno enorme».
Se i grandi giornali sono più esposti alle pressioni, il futuro dell’inchiesta può passare da redazioni locali, indipendenti, radicate nei territori?
«Ci sono già segnali in questa direzione. Negli Stati Uniti esistono molte redazioni non profit locali e iperlocali, e in tutto il mondo molte piccole redazioni producono un giornalismo investigativo importante. Ma le persone non possono lavorare gratis. La motivazione giornalistica da sola non basta. Servono direttori disposti a sostenere quel lavoro, redazioni pronte a farlo, proprietari che lo sostengano e risorse per difendersi se si viene citati in giudizio. Il pubblico però si aspetta questo da noi: che il giornalismo agisca come suo rappresentante: che controlli se il governo opera con onestà, che sorvegli gli interessi forti, le imprese, le istituzioni religiose, le organizzazioni non profit e anche la stampa stessa. Per questo le testate locali devono offrire ogni giorno valore reale alla comunità. Il giornalismo investigativo richiede tempo, risorse, fatica. Non garantisce un risultato: si può scoprire che non c’è nulla da pubblicare. Ma non bisogna considerarlo tempo perso. Fa parte del processo».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
GIORGIO ROMEO
Source link



