Il settore delle telecomunicazioni in Italia è in sofferenza. I prezzi sono fra i più bassi del mondo. Serve un intervento pubblico per rilanciare gli investimenti ed evitare il degrado delle reti, sempre più sovraccariche e ormai fondamentali non solo per il sistema industriale ma anche per la Difesa. È l’appello di Gianluca Corti, co-ceo di Wind Tre dal 2022, vice presidente di Asstel, l’associazione che riunisce le compagnie telefoniche operanti in Italia, manager che lavora da anni nel comparto e ne conosce tutte le vicissitudini.
«Le telecomunicazioni non sono un settore come un altro ma l’infrastruttura e i servizi dai quali l’intero tessuto produttivo italiano dipende per l’innovazione e quindi la produttività – spiega Corti -. Tra il 2019 e il 2024 gli investimenti privati nelle telecomunicazioni sono diminuiti del 26%, al netto dell’inflazione. È chiaro che se questa tendenza non si invertisse avrebbe conseguenze sulla competitività di tutte le imprese, nel manifatturiero, nei servizi e anche nell’agricoltura».
Ma si tratta di una crisi improvvisa?
«No, la crisi si sta sviluppando sotto i nostri occhi da più di quindici anni, con un lieve recupero tra il 2015 e il 2017 e un’accelerazione a partire dal 2018 con l’arrivo del nuovo quarto operatore. Le cause sono numerose, dall’effetto sostitutivo di servizi che viaggiano su Internet alle politiche ipercompetitive dettate dalla Commissione europea, senza dimenticare qualche errore fatto dagli stessi operatori».
Si poteva fare qualcosa prima?
«Credo sia mancato un coordinamento tra livelli diversi, perché abbiamo legislatori e regolatori nazionali ed europei, ai quali si aggiungono leggi regionali e atti comunali. Per quasi trent’anni è stata applicata una ricetta che all’inizio ha reso i mercati dinamici, adesso rischia di distruggerli. Però è inutile parlare del passato, piuttosto guardiamo a cosa fare per il futuro. Le diagnosi sono state convergenti, da ultimo quella della Luiss in uno studio dal titolo “L’urgenza di agire” che in più identifica con precisione dove mettere le mani».
Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
«C’è un dialogo costruttivo con gli uffici dei ministri Adolfo Urso e Giancarlo Giorgetti, del sottosegretario Alessio Butti, con tutte le autorità. Tutti si stanno rendendo conto di quanto questo settore sia importante per la sicurezza interna del Paese e per la difesa. Credo che si sia capito che i problemi ci sono. Sicurezza e difesa sono beni pubblici ai quali contribuiamo con investimenti privati. Quando gli investimenti non hanno più un ritorno però, le risorse non si trovano più».
In concreto cosa chiedete?
«Ci aspettiamo che le istituzioni creino le condizioni per rilanciare gli investimenti privati. Bisogna mettere ordine nel quadro giuridico perché in passato si sono accumulati interventi estemporanei che hanno aggiunto oneri su oneri, rendendo ormai insostenibile il costo della burocrazia. Ci vuole un intervento organico, sistematico. E poi c’è la questione delle frequenze».
Se ne parla da tempo: oggi per usare le frequenze elettromagnetiche le compagnie telefoniche devono pagare l’erario mentre voi proponete un modello diverso. Di che cosa si tratta?
«Il governo italiano ha sempre considerato il settore della telefonia una cash cow. Mentre lo schema che proponiamo noi è frequenze gratis e impegno a investire».
Può spiegare meglio?
«La nostra proposta è la stessa avanzata dalla Commissione europea nel Digital networks act, diritti d’uso delle frequenze in cambio di investimenti sulla rete. Con impegni chiari e verificabili. Quello che risparmiamo in canoni lo investiamo in infrastrutture e l’impatto sul Pil produce valore aggiunto, quindi entrate addizionali per l’erario, che compensano i minori introiti».
Le casse dello Stato non ci rimetterebbero?
«Abbiamo portato studi da cui emerge che i mancati introiti verrebbero più che recuperati grazie agli investimenti. Se noi non investiamo i servizi inizieranno a degradarsi. La rete mobile è già un po’ in sofferenza e il traffico, non i clienti, aumenta del 20% l’anno. E lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale farà ulteriormente accelerare la crescita. Con la nostra proposta alla fine a guadagnarci sarà il sistema produttivo del Paese. E con la diffusione del 5G standalone poi si attiveranno servizi nuovi e maggiore sicurezza per le imprese».
Ma voi operatori invece cosa potete fare?
«Abbiamo lanciato nuovi servizi e cercato nuove fonti di ricavi. Abbiamo puntato sui servizi di sicurezza, sull’energia e sulle assicurazioni. Ci evolviamo. Abbiamo fatto accordi per condividere diversi asset, per esempio sulle torri e sulle frequenze, in modo da contenere la dinamica dei costi operativi. Però poi c’è l’inflazione, la crisi di Hormuz con l’impennata dei costi dell’energia, l’aumento del traffico che determina maggiori profitti per gli Ott e maggiori costi per noi. Adesso il principale fornitore di fibra ottica ha annunciato aumenti ingiustificati del prezzo all’ingrosso che gli operatori retail non sono in grado di assorbire. Se restassimo solo sulla telefonia mobile rischieremmo di dover mandare a casa le persone».
I grandi colossi del web utilizzano le vostre reti, come potrebbero contribuire?
«Loro pesano per il 75% sul traffico complessivo e fanno soldi. Ma c’è un pericolo di tenuta della rete. Stanno abilmente sfruttando la net neutrality che era stata pensata dal legislatore per i piccoli operatori. Dobbiamo sederci a un tavolo e discutere in buona fede».
Per la stretta sul telemarketing aggressivo c’è stata qualche polemica, cosa ne pensa?
«Va bene la stretta, ma siccome ci sono tanti marchi che hanno offerte integrate di energia, telecomunicazioni e altro, non è possibile che i vincoli riguardino solo la categoria dell’energia e non quella delle telecomunicazioni. La maggioranza si è impegnata due volte a porre rimedio a questa asimmetria intollerabile e siamo fiduciosi che presto le nuove regole saranno estese anche alla telefonia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link




