Merz e un’Europa che ha paura dell’integrazione dell’Ucraina


La lettera inviata il 21 maggio dal cancelliere tedesco Friedrich Merz ai leader europei rappresenta, sotto le mentite spoglie dell’innovazione istituzionale, uno dei più pericolosi passi falsi della recente storia comunitaria. Proponendo per l’Ucraina l’inedito status di «membro associato» all’Unione europea, Berlino non sta offrendo una scialuppa di salvataggio a Kyjiv, ma sta tentando di codificare giuridicamente una miopia strategica che affonda le sue radici nei disastri del secolo scorso.

Sul piano del realismo politico, la proposta di Merz delinea un’architettura in cui l’Ucraina parteciperebbe alle riunioni del Consiglio europeo senza diritto di voto, esprimerebbe un commissario privo di portafoglio e siederebbe all’Europarlamento senza poter incidere sui processi legislativi. Si tratta di un involucro vuoto che garantisce all’Europa i vantaggi geopolitici di un’Ucraina ancorata all’Occidente, ma solleva Berlino e il resto dei Paesi membri dai pericolosi costi politici, finanziari e agricoli di una vera integrazione.

Il punto più ambiguo e teoricamente fragile della lettera è l’offerta di estendere all’Ucraina l’applicazione dell’Articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, la clausola di mutua difesa. Il cancelliere la spaccia per una garanzia di sicurezza sostanziale, ma concedere garanzie di mutua difesa a uno Stato senza integrarlo pienamente nel nucleo decisionale dell’alleanza significa disaccoppiare la sicurezza militare dall’integrazione politica.

La mossa di Merz va letta per quello che è: un’operazione di politica interna mascherata da slancio geopolitico. L’amministrazione tedesca, subentrata con la promessa di archiviare i tentennamenti dell’era di Angela Merkel e Olaf Scholz, si dimostra prigioniera delle stesse dinamiche. Terrorizzato dall’opinione pubblica nazionale, dalle ripercussioni sul bilancio e dalle minacce dell’estrema destra, Merz sceglie la via dell’ingegneria istituzionale per non dover ammettere una cruda verità: l’allargamento costa, ma non farlo costa infinitamente di più. Il suo è un neo-bismarckismo conservatore di corto respiro, che subordina l’integrazione di sicurezza dell’Ucraina alla ricerca ossessiva di un minimo comune denominatore con una Francia altrettanto ripiegata sulle proprie fratture domestiche.

A un secolo esatto di distanza, i fantasmi dell’Europa interbellica sono tornati ad aggirarsi per le cancellerie del continente. L’epicentro di questa paralisi risiede a Berlino, ma infetta l’intero approccio europeo. Osservando la postura istituzionale assunta oggi, il parallelo con il disimpegno strategico che condannò gli Stati baltici negli anni Venti e Trenta non è solo un suggestivo esercizio storiografico: è un avvertimento politico di drammatica urgenza.

All’indomani della Conferenza di Parigi del 1919, l’Occidente concepì l’Europa orientale come una zona cuscinetto sacrificabile. Estonia, Lettonia e Lituania furono incoraggiate nella loro indipendenza per fungere da cordone sanitario, un argine geopolitico per contenere il revanscismo tedesco e, soprattutto, per isolare l’Europa dal contagio bolscevico e dalla spinta sovversiva della nascente Russia sovietica. Tuttavia, a questa assegnazione di responsabilità non corrispose mai una reale estensione dell’ombrello di sicurezza occidentale. Il punto di non ritorno istituzionale fu il Trattato di Locarno del 1925. Garantendo i confini occidentali della Germania ma lasciando deliberatamente indefiniti quelli orientali, Londra e Parigi istituzionalizzarono un’Europa a due velocità securitarie, degradando L’Est a zona grigia, dove l’aggressione era implicitamente tollerata pur di preservare la pace nel nucleo franco-britannico. Oggi proporre per l’Ucraina modelli di garanzie ibride o membership associate significa riproporre patti di carta destinati a crollare al primo urto sistemico. Nato e Unione europea rischiano di siglare una nuova, strisciante Locarno sulla pelle di Kyjiv.

L’Europa si trova davanti a un bivio. Da un lato c’è la paralisi conservatrice, oggi incarnato dalle titubanze della leadership tedesca, che concepisce la libertà in termini negativi: il diritto dell’Occidente di non essere disturbato dalle crisi periferiche. Dall’altro c’è la cruda logica di sopravvivenza dei Paesi baltici e di Kyjiv: l’assunto che l’Occidente debba smettere di arretrare e iniziare a usare il proprio peso economico e militare per blindare il fianco est, imponendo fisicamente le proprie linee rosse agli attori revisionisti.

L’Ucraina di oggi, esattamente come le repubbliche baltiche di ieri, è vittima della precisa volontà politica delle democrazie occidentali di gerarchizzare la sicurezza continentale. Questo collasso della volontà politica e l’incapacità europea di utilizzare l’integrazione istituzionale come strumento di stabilizzazione strategica non si esauriscono sul fianco orientale. Trovano una loro drammatica e speculare replica nel quadrante dei Balcani occidentali.

Anche nel sud-est europeo, Bruxelles ha storicamente sostituito la decisione geopolitica con la palude dei veti e dei regolamenti burocratici. Mantenendo per decenni i Balcani in un’eterna e sterile sala d’attesa comunitaria, l’Unione europea ha creato un pericoloso vuoto di potere, trasformando la regione in zona grigia strategica permeabile, permettendo l’infiltrazione e il radicamento di attori competitivi come Russia e Cina, che operano al di fuori di ogni framework democratico o di libero mercato.

Lasciare i partner periferici in una perpetua anticamera strategica per compiacere le prudenze domestiche delle capitali occidentali non evita le crisi, le rende semplicemente endemiche. Nel 2026, l’architettura istituzionale europea non può permettersi un’altra Locarno, né a Kyjiv né a Sarajevo. L’integrazione strutturale, completa e irreversibile, è l’unico linguaggio che un’autentica architettura di deterrenza tollera per stabilizzare un confine e salvare l’Europa dalle sue stesse fatali esitazioni.


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 Gianluca Eramo

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