Il pronto soccorso dell’ospedale Tatarella di Cerignola compare in uno degli episodi più emblematici dell’inchiesta che, nella mattinata di giovedì 28 maggio, ha portato all’arresto di sei persone tra Andria e Canosa di Puglia. Altre 26 persone sono state deferite in stato di libertà.
Al centro dell’indagine ci sono dodici presunti falsi sinistri stradali, pratiche assicurative costruite, secondo la ricostruzione degli investigatori, su incidenti mai avvenuti o rappresentati in modo non corrispondente alla realtà. Un sistema articolato, con ruoli definiti e una documentazione ritenuta capace di dare credibilità a eventi che, per gli inquirenti, non avrebbero avuto alcun fondamento reale.
Il caso Cerignola: visitati al Tatarella, ma erano in Romania
L’episodio che chiama in causa il pronto soccorso dell’ospedale Tatarella di Cerignola riguarda il 30 gennaio 2023. In quella data, due cittadini italiani risultano registrati come visitati dopo un presunto incidente stradale avvenuto a Canosa di Puglia.
Il punto, però, è dirimente: secondo la documentazione acquisita dagli investigatori, in quello stesso giorno i due si trovavano fisicamente in Romania. Nonostante ciò, risultano anche aver sottoscritto il modulo di constatazione amichevole con la controparte.
Un dettaglio che rende il caso particolarmente significativo all’interno dell’inchiesta: persone formalmente coinvolte in un sinistro in Puglia, referti medici prodotti in Italia, ma una presenza fisica documentata all’estero. Una frattura evidente tra le carte e la realtà, che per gli investigatori rappresenta uno degli snodi più chiari del presunto meccanismo fraudolento.
L’operazione: sei arresti e ventisei denunce
Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, di falso ideologico in concorso aggravato, frode e depistaggio in processo penale, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio e falsità ideologica in certificati.
Tra i destinatari delle misure figurano due appartenenti all’Arma dei Carabinieri, due avvocati e due medici. Per cinque di loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere; per uno, invece, gli arresti domiciliari.
Le indagini sono state coordinate dalla Procura di Trani e condotte dalla Compagnia Carabinieri di Andria tra ottobre 2024 e marzo 2025.
Il sistema dei sinistri fantasma
Secondo l’ipotesi investigativa, il meccanismo ruotava attorno alla falsificazione di incidenti stradali. L’obiettivo sarebbe stato quello di costruire pratiche assicurative artificiose per ottenere indebiti risarcimenti.
Gli incidenti, stando alla ricostruzione degli inquirenti, non sarebbero mai avvenuti oppure sarebbero stati descritti in modo difforme rispetto alla realtà. In più episodi, infatti, l’analisi del traffico telefonico e dei tracciati Gps avrebbe collocato gli indagati in luoghi del tutto diversi da quelli indicati negli atti relativi ai presunti sinistri.
Un elemento ricorrente era la presenza, tra i soggetti coinvolti nei presunti incidenti, di persone legate da rapporti di parentela o da relazioni personali. Le controparti risultavano spesso cittadini stranieri, in particolare romeni, alla guida di veicoli immatricolati in Romania o in Bulgaria.
Ruoli definiti: avvocati, medici e carabinieri
Il presunto sistema, per funzionare, avrebbe avuto bisogno di una filiera ben organizzata. Ciascun componente avrebbe avuto un ruolo preciso nella costruzione delle pratiche e nella produzione della documentazione necessaria.
Gli avvocati avrebbero gestito le pratiche risarcitorie, coordinandosi con i medici per ottenere le certificazioni utili a sostenere le richieste di indennizzo.
I carabinieri coinvolti, secondo gli investigatori, avrebbero invece fornito una copertura documentale attraverso false annotazioni di servizio e atti pubblici idonei a rendere credibili i sinistri agli occhi delle compagnie assicurative.
I medici, infine, avrebbero rilasciato certificati, prognosi e attestazioni di invalidità non collegate ad alcuna effettiva condizione clinica.
L’altro caso: l’auto con targa romena mai arrivata in Italia
Oltre all’episodio legato al pronto soccorso del Tatarella, un altro caso ritenuto significativo dagli investigatori riguarda un presunto incidente avvenuto il 16 ottobre 2023, sempre a Canosa di Puglia.
In quell’occasione, uno dei veicoli coinvolti, con targa romena, risultava non aver mai lasciato il territorio estero. Anche in questo caso, dunque, la documentazione del sinistro avrebbe raccontato una dinamica incompatibile con gli elementi raccolti durante le indagini.
Il medico ai domiciliari e i 19 certificati falsi
Particolarmente rilevante, secondo la ricostruzione investigativa, è anche la posizione di uno dei medici coinvolti. Pur essendo sottoposto agli arresti domiciliari e quindi impossibilitato a esercitare la professione, avrebbe emesso 19 certificati medici falsi.
Quei certificati, secondo gli inquirenti, sarebbero stati rilasciati senza che il medico avesse mai visitato nessuno dei pazienti indicati come coinvolti nei finti incidenti.
Un danno da oltre 100mila euro, ma il conto può salire
Il giro d’affari stimato dagli investigatori supera i 100.000 euro, somma riferita ai soli dodici falsi sinistri finora accertati.
La cifra, tuttavia, potrebbe aumentare in modo significativo. Altri venti episodi, caratterizzati da plurime incongruenze, sono infatti ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria.
Carte, timbri e firme: il peso della verità documentale
L’inchiesta mette al centro un punto cruciale: la capacità di un documento, di un certificato o di un’annotazione ufficiale di trasformare un fatto inesistente in una pratica apparentemente credibile. È qui che, secondo gli investigatori, si sarebbe innestato il presunto sistema.
Incidenti attestati, persone formalmente visitate, moduli sottoscritti, veicoli indicati come presenti sul territorio italiano. Ma dietro quella sequenza di carte, gli accertamenti avrebbero fatto emergere un’altra realtà: soggetti all’estero, mezzi mai arrivati in Italia, tracciati telefonici e Gps incompatibili con le versioni dichiarate.
Un meccanismo che, se confermato nelle sedi giudiziarie, avrebbe sfruttato proprio la forza apparente degli atti ufficiali per alimentare richieste risarcitorie indebite ai danni delle compagnie assicurative.
Resta fermo il principio della presunzione di innocenza: le accuse dovranno essere verificate nel corso del procedimento e gli indagati potranno far valere le proprie ragioni davanti all’autorità giudiziaria.
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