Mentre in Italia prosegue il confronto su immigrazione, disagio abitativo, invecchiamento della popolazione e nuove forme di vulnerabilità sociale, in un dibattito pubblico spesso condizionato da una polarizzazione che difficilmente favorisce l’individuazione di soluzioni condivise, esistono realtà che da decenni sperimentano sul campo modelli di inclusione capaci di generare valore non solo per le persone coinvolte, ma per l’intera comunità. La loro esperienza dimostra come sia possibile affrontare sfide complesse attraverso percorsi concreti di partecipazione, integrazione e coesione sociale. Una di queste è la Cooperativa L’Angolo, nata a Modena nel 1978 dall’intuizione di don Giancarlo Suffritti e di un gruppo di amici che decisero di dare risposte concrete là dove le istituzioni non riuscivano ancora ad arrivare. Oggi, a quasi cinquant’anni dalla fondazione, la cooperativa conta circa 200 dipendenti, dispone di 1.650 posti di accoglienza, ha accolto oltre 15.000 persone nella sua storia e opera in diversi ambiti del welfare: dal contrasto alle dipendenze all’accoglienza dei richiedenti asilo, dalla cura degli anziani all’inserimento lavorativo di persone provenienti da percorsi di marginalità, fragilità sociale o detenzione. Un’esperienza che racconta l’evoluzione dei bisogni del Paese e il ruolo sempre più strategico della cooperazione sociale nella costruzione di un welfare contemporaneo, fondato su accoglienza, autonomia e partecipazione. Un modello che nasce nel tessuto locale — con posti di lavoro, collaborazioni con imprese e istituzioni del territorio, servizi che restituiscono autonomia alle persone – ma la cui esperienza offre oggi un riferimento per ripensare, su scala nazionale, un welfare più integrato e sostenibile. Ne abbiamo parlato con Alberto Garetto, Direttore generale della Cooperativa.
In quasi cinquant’anni di attività nel sociale, quanto è cambiato il vostro modo di lavorare rispetto agli esordi?
Quando la Cooperativa è nata, alla fine degli anni Settanta, l’attenzione era concentrata soprattutto sul contrasto alle dipendenze e alle marginalità presenti sul territorio. Oggi il quadro è molto più complesso. Le fragilità raramente si presentano isolate: spesso si intrecciano percorsi migratori, difficoltà economiche, problemi abitativi, solitudine e vulnerabilità familiari.
Per questo non bastano più servizi standardizzati. Servono percorsi personalizzati, competenze multidisciplinari e una collaborazione stabile tra istituzioni, aziende sanitarie, servizi sociali, imprese e terzo settore. È un cambiamento profondo che richiede capacità di adattamento e visione condivisa.
Anche il fenomeno migratorio è profondamente cambiato negli ultimi decenni. Quali trasformazioni osservate oggi?
Oggi sappiamo che la migrazione non è un fenomeno emergenziale ma strutturale. Accogliamo persone che fuggono da guerre, persecuzioni, povertà estrema e violazioni dei diritti umani. Inoltre, stanno emergendo nuove forme di mobilità forzata legate ai cambiamenti climatici e al degrado ambientale.
Sono scenari che impongono strumenti diversi rispetto al passato e richiedono politiche di lungo periodo, capaci di accompagnare le persone verso una reale autonomia.
Nella pratica quotidiana, cosa significa fare integrazione?
Significa lavorare contemporaneamente su diritti e responsabilità. Accogliere vuol dire offrire protezione, ascolto, orientamento e supporto. Integrare significa invece accompagnare le persone nella conoscenza delle regole, nella partecipazione alla vita della comunità e nella costruzione della propria autonomia attraverso la lingua, la formazione e il lavoro.
Ogni giorno affrontiamo sfide molto concrete: iscrivere un bambino a scuola, aiutare una famiglia a orientarsi nei servizi, sostenere la ricerca di un’occupazione regolare. Sono piccoli passi che, nel tempo, diventano percorsi di inclusione duraturi.
Quali sono oggi gli ostacoli più rilevanti?
Il primo riguarda la discontinuità normativa e progettuale. Procedure che cambiano frequentemente, bandi di breve durata e risorse che arrivano in ritardo rendono difficile programmare interventi efficaci nel lungo periodo.
Un secondo tema riguarda la fase successiva all’accoglienza. Ogni anno accogliamo circa 500 nuovi richiedenti asilo e, una volta ottenuto il permesso di soggiorno, il passaggio verso percorsi di autonomia dovrebbe essere naturale, ma i posti disponibili nei programmi di seconda accoglienza sono spesso insufficienti.
Infine, esiste una sfida culturale e comunicativa. L’accoglienza viene spesso raccontata in modo semplificato o distorto, mentre la realtà quotidiana è fatta di percorsi complessi, risultati concreti e relazioni costruite nel tempo.
A Modena, attraverso il Residence Costellazioni, lavorate anche sull’emergenza abitativa. Qual è la situazione?
La crisi della casa rappresenta una delle principali fragilità sociali del Paese. Sempre più persone si trovano improvvisamente senza una soluzione abitativa a causa della perdita del lavoro, di problemi di salute o di difficoltà economiche.
Con il Residence Costellazioni abbiamo costruito una collaborazione efficace con le istituzioni locali che ci permette di intervenire rapidamente nelle situazioni di emergenza. Le strutture sono costantemente utilizzate, a testimonianza di un bisogno crescente.
L’obiettivo non è soltanto offrire un alloggio temporaneo, ma accompagnare le persone verso una nuova stabilità lavorativa, economica e abitativa, restituendo dignità e prospettive a chi attraversa una fase critica della propria vita.
A Torino gestite Cascina Torta, il più grande centro italiano dedicato ai profughi ucraini. Quali risultati state osservando?
Accogliamo persone che hanno vissuto esperienze traumatiche e che spesso presentano vulnerabilità sanitarie o disabilità. In questo contesto il coinvolgimento della comunità locale è stato fondamentale.
Le iniziative organizzate insieme a istituzioni e associazioni hanno favorito la creazione di relazioni e un forte senso di appartenenza. La principale incognita riguarda il futuro: molte famiglie non sanno ancora se potranno tornare nel proprio Paese. Per questo lavoriamo su percorsi di inserimento lavorativo, scolastico e abitativo che possano offrire stabilità e prospettive nel lungo periodo.
Quanto contano le comunità locali nei processi di inclusione?
Sono determinanti. L’integrazione non avviene all’interno delle strutture di accoglienza, ma nei quartieri, nelle scuole, nelle aziende e nei luoghi di vita quotidiana.
Quando una comunità si apre e partecipa, tutto diventa più semplice: i bambini costruiscono amicizie, gli adulti trovano opportunità e le famiglie sviluppano un senso di appartenenza. Allo stesso tempo, le istituzioni garantiscono continuità, coordinamento e sostenibilità ai progetti.
C’è un episodio che racconta in modo particolare il valore del vostro lavoro?
Un imprenditore modenese ci contattò perché riceveva numerosi curriculum provenienti dallo stesso indirizzo: Via delle Costellazioni. Non conosceva il nostro progetto di accoglienza.
Da quell’incontro è nata una collaborazione concreta. L’azienda ci comunica periodicamente il proprio fabbisogno di personale, mentre noi selezioniamo, formiamo e accompagniamo i candidati durante l’inserimento lavorativo.
I risultati sono stati estremamente positivi: inclusione stabile per le persone coinvolte e turnover praticamente azzerato per l’impresa. Non si tratta di un caso isolato: oggi lavoriamo con un network di circa venti-venticinque realtà — tra enti di formazione, agenzie per il lavoro e aziende che assumono i nostri candidati — e i nostri percorsi raggiungono un tasso di inserimento lavorativo intorno al 70%. È un esempio di come il welfare possa generare benefici sociali ed economici allo stesso tempo.
Quali sono i luoghi comuni più diffusi sull’accoglienza?
Il primo è che rappresenti soltanto un costo. Quando è progettata bene, l’accoglienza è invece un investimento che produce benefici per l’intera comunità.
Il secondo è che le persone accolte non desiderino integrarsi. La nostra esperienza dimostra il contrario: la maggior parte aspira semplicemente a una vita normale, fatta di lavoro, relazioni e autonomia.
C’è l’idea che l’accoglienza generi automaticamente insicurezza. Le esperienze più strutturate e i percorsi ben costruiti dimostrano invece che inclusione e coesione sociale possono rafforzarsi reciprocamente.
Guardando al futuro, quali sfide sociali vede all’orizzonte?
I prossimi anni saranno segnati da fenomeni sempre più complessi: nuovi flussi migratori legati a conflitti, instabilità economica e cambiamenti climatici; l’aumento della solitudine, soprattutto tra le persone anziane; e la crescente difficoltà di accesso all’abitazione.
La vera sfida sarà costruire un welfare capace di integrare competenze, risorse e responsabilità diverse, mettendo in rete istituzioni, terzo settore e mondo imprenditoriale.
In fondo, il principio che guida il nostro lavoro è lo stesso che animava i fondatori nel 1978: nessuna comunità può crescere davvero lasciando indietro una parte delle persone che la compongono. Costruire inclusione significa costruire futuro.
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Alessandro Diodato
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