C’è una solitudine di cui si parla poco. Non quella dell’anziano rimasto solo, non quella del migrante lontano dai suoi, non quella, pure reale, di chi non riesce a costruire legami affettivi. Una solitudine più silenziosa, più difficile da nominare, che attraversa le vite di milioni di persone in età lavorativa: la solitudine del pensiero in ambito professionale. Quella di chi, dentro una carriera, dentro una traiettoria di vita lavorativa, non trova con chi confrontarsi davvero. Non trova un interlocutore che possa offrire non consigli astratti ma esperienza incarnata.
È una solitudine che tocca il giovane laureato che non sa da dove cominciare, incerto su quale porta bussare in un mondo del lavoro che sembra parlare una lingua diversa da quella appresa sui libri. Ma tocca anche il cinquantenne di solida esperienza che si ritrova a un bivio, che sente di avere ancora molto da dare e non sa come orientare quella ricchezza accumulata in decenni di professione. Tocca il quarantenne nel mezzo di una trasformazione di settore che non capisce fino in fondo e in balia di aspettative che sembrano ancora assai lontane. Tocca, in definitiva, chiunque abbia bisogno — in un momento cruciale della propria vita lavorativa — di un interlocutore vero. Il paradosso è che questa solitudine esiste spesso dentro reti sociali apparentemente dense. Chi la vive ha amici, una famiglia, dei colleghi.
Eppure, quando si tratta di ragionare ad alta voce sul proprio percorso professionale — sui dubbi, sulle ambizioni, sulle paure, sulle intuizioni che si faticano a trasformare in decisioni — si scopre di essere soli. La famiglia, che pure è il luogo più naturale del sostegno emotivo, raramente riesce ad essere lo spazio giusto per questo tipo di confronto. Le dinamiche affettive, i ruoli consolidati, i timori reciproci di preoccupare e/o deludere, i pregiudizi che ogni famiglia porta con sé rispetto al lavoro e al successo: tutto questo complica, quando non impedisce del tutto, uno scambio aperto, sincero, libero da sovrastrutture.
I colleghi, d’altra parte, sono interlocutori che portano con sé il peso della competizione, dell’interesse reciproco, della necessità di preservare una certa immagine professionale. Difficile essere completamente onesti con chi condivide la stessa arena.
I dati confermano la portata del fenomeno, anche se lo descrivono spesso con il linguaggio tecnico del “disengagement” o del “burnout”, senza coglierne la dimensione più intima e filosofica.
Il Rapporto Gallup State of the Global Workplace 2025 offre una fotografia impietosa. A livello mondiale, il ventidue per cento dei lavoratori dichiara di sperimentare solitudine nella propria vita lavorativa quotidiana, mentre il quaranta per cento vive stress quotidiano e il ventitré per cento tristezza.
In Italia, solo il dieci per cento dei lavoratori si dichiara pienamente coinvolto nel proprio lavoro, uno dei dati più bassi d’Europa e molto al di sotto della media globale del ventuno per cento.
Questi numeri raccontano qualcosa di preciso: milioni di persone svolgono il proprio lavoro in una condizione di distacco emotivo e intellettuale. È spesso la mancanza di qualcuno che sappia ascoltare senza giudicare, orientare senza imporre, restituire esperienza senza trasformarla in lezione. La solitudine del pensiero non è un fenomeno nuovo, ma si è aggravato in modo specifico nella modernità contemporanea.
Alcuni dei pensatori più acuti del Novecento ne avevano intuito le premesse con decenni di anticipo. Richard Sennett, sociologo americano tra i più influenti del XX secolo, aveva descritto già nel 1998 – nel suo “La corrosione del carattere” come il “capitalismo flessibile” stesse erodendo non solo le carriere ma l’identità stessa delle persone.
Zygmunt Bauman, il grande sociologo e filosofo polacco scomparso nel 2017, aveva elaborato la categoria della “modernità liquida” per descrivere un’epoca in cui le strutture solide della società – famiglia, lavoro, identità, istituzioni – si sciolgono e diventano fluide, dinamiche, reversibili. Questa condizione, scriveva Bauman, «produce un forte senso di precarietà e solitudine».
Ma il sociologo aveva anche osservato qualcosa di paradossale: “Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione” (dal libro “Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido” – 2012).
La solitudine del pensiero, in questo senso, non è solo un problema: senza un interlocutore con cui comunicare, rischia di diventare una prigione.
È stata Hannah Arendt, filosofa e pensatrice politica tedesco-americana, a distinguere, con rara lucidità, – nella sua opera del 1978 “La vita della mente”- tra il pensiero come dialogo interiore e la sua necessità di ancoraggio nel mondo. Il pensiero autentico, per Arendt, non è mai del tutto solitario. Nella sua analisi della condizione umana, aveva messo in guardia contro quella che chiamava la “desolazione” – una forma di solitudine più radicale dell’isolamento fisico, in cui l’individuo è privato della possibilità di dare senso alla propria esperienza attraverso il confronto con gli altri. Una desolazione che, nel contesto lavorativo contemporaneo, trova terreno fertile.
La solitudine del pensiero in ambito lavorativo riguarda tutti: dai giovani che stanno entrando nel mercato del lavoro che spesso sono disorientati, che non hanno semplicemente bisogno di informazioni sul mercato del lavoro; hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a capire come poter mettere i propri talenti in relazione con il mondo lavorativo reale.
Il Censis, nel Rapporto 2025, segnala che tra i giovani cresce il disorientamento verso il futuro e che il 56,1 per cento vorrebbe dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro.
Al lavoratore maturo, il cinquantenne che ha accumulato decenni di esperienza e si ritrova a un bivio. Forse il suo settore è cambiato profondamente. Forse si è accorto di aver inseguito per anni obiettivi che in realtà non erano i suoi.
Forse sente di avere ancora molto da dare ma non sa come valorizzare quella ricchezza che gli anni gli hanno consegnato.
Anche per lui la solitudine del pensiero è acuta: è difficile ammettere il “disagio” con i colleghi più giovani (per non perdere autorità), con quelli della propria generazione (per non sembrare un fallito), con la famiglia (per non creare allarme e tensioni).
E allora quella riflessione rimane intrappolata dentro di sé, si fa più pesante col passare dei mesi e spesso sfocia in decisioni prese male, in fretta o non prese affatto. Di fronte a questo bisogno, la risposta della modernità è stata prevalentemente tecnologica.
Piattaforme di networking professionale, community online, forum di settore, chatbot di orientamento, intelligenza artificiale generativa. Strumenti utili, certo, per reperire informazioni, allargare reti di contatti formali, aggiornare curricula. Ma profondamente inadeguati rispetto alla natura di questo problema. La solitudine del pensiero non si risolve con più dati o più connessioni digitali. Si risolve con l’ascolto — quello vero, lento, paziente, che si costruisce nel tempo e richiede fiducia. Il mentoring è la risposta più strutturata che il mondo professionale ha elaborato a questo bisogno, e i risultati, dove praticato seriamente, sono significativi.
È la possibilità, per chiunque si trovi in un momento critico del proprio percorso professionale, di trovare qualcuno — una persona con adeguata esperienza e capacità di ascolto – con cui parlare liberamente, che metta a disposizione, senza secondi fini, quel bagaglio di esperienza di vita professionale che rimane una delle risorse più rare e più preziose di cui dispone una società: la memoria viva di come si navigano le complessità, di come si sopravvive agli errori, di come si trova il senso nel lavoro quotidiano.
Secondo Istat, nel 2024 in Italia l’82,1 per cento delle persone da quattordici anni in avanti dichiarava di poter contare sul supporto di parenti non conviventi, amici o vicini; ma solo il 22,5 per cento riteneva che «gran parte della gente» fosse degna di fiducia, dato in calo rispetto all’anno precedente.
Bauman aveva ragione: c’è una solitudine feconda, quella in cui ci si raccoglie per pensare, per capire, per riordinare l’esperienza, ma perché quella solitudine diventi feconda e non sterile, ha bisogno di un interlocutore, anche uno solo, con cui confrontarsi.
Pensiamo meglio quando qualcuno ci aiuta a vedere ciò che da soli non vediamo. La solitudine del pensiero nasce quando questo qualcuno manca. Il giovane che non sa da dove cominciare e il cinquantenne che non sa dove andare hanno in comune più di quanto pensino. Entrambi cercano qualcuno che li aiuti a trasformare il rumore in armonia, il caos in orientamento, la solitudine del pensiero in un dialogo che vale la pena fare. Trovare, costruire e moltiplicare gli spazi in cui questo dialogo è possibile non è un lusso: è una delle sfide più urgenti e più trascurate del nostro tempo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Danilo Broggi
Source link



