LA FORZA DELLA NOSTRA REPUBBLICA DEMOCRATICA NEL SUO 80° ANNIVERSARIO


LA FORZA DEL NOSTRO STATO DEMOCRATICO SI SOSTANZIA NELL’EQUILIBRIO DELLE FORZE CHE NE GARANTISCE STABILITA’, LIBERTA’ E INDIPENDENZA

di ANTONIO CALICCHIO

In occasione della celebrazione dell’80° annuale della nostra Repubblica democratica, quale votata a seguito del referendum tenutosi nel 1946, non vorrei esimermi dall’esigenza di svolgere due fondamentali considerazioni: la prima riguarda il concetto di democrazia e la sua evoluzione storica, la seconda concerne il rapporto fra sistema democratico e sistema informativo.

Il vocabolo “democrazia” è usato ed abusato da ogni sorta di schieramento politico, sovente di ispirazione opposta, ma nel suo senso letterale affonda le sue radici nella Grecia classica (“demos” il popolo e “kratein” esercitare il potere, governare), anche se, lungo il corso dei secoli, si è connotato in maniera sempre diversa. Si pensi:

-alle assemblee cittadine totalitarie, proprie delle poleis della Grecia classica, ma oggettivamente possibili soltanto laddove il numero dei partecipanti sia limitato;

-alle elezioni annuali che si effettuavano nell’antica Roma repubblicana, ma che vennero, poi, sostituite dai diversivi ludici dell’età imperiale, durante cui il popolo era governato con “panem et circenses” ed impossibilitato, quindi, ad esprimere la propria opinione;

-alle assemblee locali e alle corporazioni dei comuni medioevali, ai primissimi parlamenti degli Stati nazionali che nacquero in epoca moderna, sino a pervenire al tentativo della rivoluzione francese e a quello napoleonico di ribaltare il sistema nobiliare, rivoluzione che ebbe i suoi risvolti pure nelle Colonie americane e che dette luogo alla Guerra di indipendenza, con il motto “no taxation, without representation”; il tentativo napoleonico fallì nella Restaurazione, però, i suoi semi, nello sviluppo della politica sociale, sono arrivati sino a modellare le democrazie contemporanee, col suffragio universale – a prescindere dal sesso e dal censo – e, in taluni casi, con elementi di democrazia diretta, quali il referendum, abrogativo o propositivo.

Consegue l’interrogativo: il popolo ha capacità di assumere decisioni?

Orbene, il tema è spigoloso e controverso. Decidere, pianificare, organizzare, infatti, rappresentano attività complesse che implicano applicazione e competenze, oltre che capacità, esaminando il presente, di proiettarsi verso il futuro. Allorché tali attività debbono essere compiute non nell’ambito familiare o lavorativo, bensì nella sfera pubblica, la questione diviene ineluttabilmente più delicata, in quanto i membri degli organi elettivi, quali il Parlamento, il consiglio comunale o regionale, etc., debbono essere – non solamente onesti, ma anche – competenti nelle materie di cui debbono interessarsi, nel corso del loro mandato elettorale. Ma pure gli elettori dovrebbero essere, a loro modo, competenti, vale a dire che dovrebbero essere in grado di scegliere il rappresentante migliore fra i vari candidati ad una determinata carica.    

Il sistema ottocentesco di ammettere alla votazione “per censo” non era solo una derivazione dalla struttura aristocratico-nobiliare della società coeva, ma si proponeva la finalità di consentire di votare esclusivamente a chi fosse munito di un certo grado di discernimento che si presumeva nell’elettore facoltoso. Ma oggi? La cronaca trabocca di esempi in merito alla inesistenza di alcun collegamento tra le facoltà economiche e quelle di discernimento!

Un sistema identico è rimasto in vigore negli USA, sino agli anni Sessanta del secolo scorso: l’elettorato attivo non era sancito che per quanti dimostrassero di saper leggere e scrivere; ciò si riteneva il minimo discernimento onde poter scegliere il candidato alle elezioni. Sistema, questo, che venne improvvidamente adoperato allo scopo di impedire l’accesso al voto ai cittadini di colore che, in quegli anni, avevano difficoltà di entrare nelle scuole. Occorrerà attendere, quindi, la metà degli anni ’60 e il Presidente Lyndon B. Johnson, vice di Kennedy e a lui subentrato, che, ottenuta la riconferma nel 1964, introdusse una nuova normativa federale diretta a sanare il fenomeno ancora imperante della discriminazione razziale di fatto, promuovendo, con l’FBI e le Forze di Polizia dei diversi Stati – poiché le forze di polizia delle contee e delle cittadine erano ancora segregazioniste – l’ingresso alle scuole e al voto alla popolazione di colore.

Il sistema democratico in quale rapporto si pone rispetto a quello informativo?

Odiernamente, la questione della democrazia e della consapevolezza degli elettori è accostata in maniera analoga: sino alla c.d. Prima Repubblica, i partiti avevano ciascuno un suo giornale, quale organo informativo, così da conservare i contatti con la base elettorale; ma anche i giornali “indipendenti” cooperavano alla costruzione del consenso. Siffatto fenomeno trova le sue origini in epoca fascista, in cui si cercò di attirare nell’orbita del regime anche i principali organi di stampa. Giova rammentare, sul punto, che prima ancora dell’ascesa al potere, il Duce cominciò a conquistare la sua popolarità in qualità di direttore del quotidiano socialista “L’Avanti”, di cui fece raddoppiare le vendite fra il 1913 e il 1914, allorquando, dapprima, sostenne la neutralità dell’Italia nella Prima guerra mondiale, indi, passò, qualche mese dopo, a propugnare l’impegno interventista. E che lo stesso successivamente fondò il quotidiano “Il Popolo d’Italia”, nel momento nel quale, a causa delle sue posizioni interventiste, fu espulso dal partito socialista e rimosso dalla direzione del giornale di partito.

D’altronde, durante il regime, dall’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, eretto nel 1922 da un Mussolini ben conscio del potere del controllo delle informazioni, si passò, nel 1935, al Ministero per la stampa e la propaganda che, poi, assunse la denominazione di Ministero per la cultura popolare (MinCulPop).

Pure nel secondo dopoguerra, il sistema informativo è rimasto essenziale negli interessi del sistema di governo (italiano e non): una delle commissioni parlamentari permanenti è quella chiamata “Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi” che si prefigge l’obiettivo di sorvegliare l’equilibrato accesso delle varie istanze politiche nel sistema pubblico di informazione e che, di fatto, si traduce in uno strumento di controllo della struttura della radiotelevisione pubblica.

In questo contesto e in coincidenza coi venti di guerra che spirano da tempo nel mondo, si inscrive la funzione dell’informazione nel raggiungimento e l’amministrazione del potere.

Esistono colossi multinazionali che hanno determinato o, comunque, hanno permesso di determinare incidenze nel sistema di formazione della pubblica opinione: si ricordi il fenomeno di Cambridge Analytica.

Non meraviglia, dunque, verificare affatto che entità imprenditoriali o autorità governative straniere tentino di manipolare il pensiero dei cittadini: la democrazia occidentale è in pericolo e sotto attacco, e le uniche difese sono l’acquisizione di informazioni verificate o verificabili e un buon livello di discernimento in capo a tutti i cittadini. Non sta a me dire come la crisi si risolverà; però, appare chiaro che, se non si risolve con la conferma dei tradizionali equilibri di forze, come si è appreso da Polibio a Montesquieu, allora ne va della stessa sopravvivenza dello Stato democratico.

Auguri alla nostra Repubblica democratica, con l’auspicio che l’equilibrio delle forze sopraccennato possa assicurarne stabilità, mantenendosi libera ed indipendente, nell’attuazione del bene comune e nel rispetto dei diritti e della dignità dell’uomo, ricordando che la nostra tradizione nazionale ha la sua scaturigine nel Risorgimento e che senza Risorgimento non esiste una storia nazionale italiana.


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 Redazione OrticaWeb

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