Il balzo del titolo nel primo giorno di quotazione, il braccio di ferro con i vertici di Mediobanca che volevano uno sconto sul prezzo dell’ipo, il boom di ordini da parte degli investitori e tanti altri aneddoti su una storia che dura da tre decenni a Piazza Affari. Sono quelli raccontati questa mattina nella sede di Borsa Italiana, dove Banca Mediolanum ha tagliato il traguardo dei primi 30 anni di quotazione sul listino milanese. E’ stato un percorso che l’ha trasformata da realtà atipica del panorama finanziario italiano in uno dei principali gruppi bancari del Paese.
Era infatti il 3 giugno 1996 quando il titolo di Banca Mediolanum debuttava sul listino, a un prezzo di 12mila delle vecchie lire. L’accoglienza del mercato fu calorosa, con un rialzo del 33% in una sola seduta. A ripercorrere gli eventi è stato innanzitutto Fabrizio Testa, amministratore delegato di Borsa Italiana, che ha ricordato come la decisione di approdare in Piazza Affari, presa a soli 14 anni dalla fondazione della società, rappresentasse «una scelta di grande coraggio nell’aprire il capitale al pubblico degli investitori». Testa ha ricordato anche le performance del titolo sottolineando come la crescita di valore abbia superato il 1.000% nell’arco dei trent’anni e oltre il 4.000% se si considera il rendimento total return, cioè comprensivo anche dei dividendi distribuiti agli azionisti.
Il ceo di Borsa Italiana ha inoltre evidenziato la capacità della famiglia Doris di tramandare la cultura aziendale da una generazione all’altra, accompagnando una crescita costante del gruppo e consolidando nel tempo il rapporto con il mercato. Stefano Preda, noto economista e docente universitario che nel 1996 era presidente di Banca Mediolanum, ha ricordato il “braccio di ferro” di Ennio Doris con i vertici di Mediobanca di allora, momento della fissazione del prezzo. Il presidente Cuccia e l’amministratore delegato Vincenzo Maranghi, in qualità di advisor dell’ipo, avrebbero voluto applicare uno sconto sostanzioso ma trovarono la netta opposizione di Ennio Doris, soprattutto dopo che i titoli in collocamento registrarono un boom di ordini. “Perché dovremmo quotare le azioni a sconto”, disse Doris, “se l’ipo ha ricevuto un’accoglienza così favorevole?” Alla fine fu lui a prevalere e il prezzo del titolo fu fissato a 12mila delle vecchie lire, nella parte alta della forchetta”.
La storia della quotazione è stata poi ripercorsa da Alessandra Lanzone, responsabile Investor Relations di Banca Mediolanum, insieme a Giuseppe Lietti, chief financial officer del gruppo, e a Guglielmo Manetti, amministratore delegato e direttore Generale di Intermonte, una delle case d’investimento che nel 1996 seguirono da vicino l’operazione.
«Eravamo un unicum nel panorama finanziario», ha ricordato Lanzone. «Non avevamo sportelli, eravamo un po’ banca e un po’ compagnia assicurativa. Molti investitori faticavano a inquadrarci». Era un modello innovativo che, proprio per la sua originalità, dovette affrontare inizialmente anche una certa diffidenza da parte della comunità finanziaria milanese. Manetti ha sottolineato però come la storia di Borsa del gruppo di Basiglio sia un esempio che molti dovrebbero prendere a modello. «Il mercato è un ottimo compagno di viaggio per chi ha sempre mantenuto comportamenti corretti e trasparenti. Oggi assistiamo purtroppo a numerosi delisting. E invece di aziende come Banca Mediolanum ce ne vorrebbero a decine», ha osservato l’a.d. di Intermonte.
Anche Lietti ha evidenziato il valore della presenza in Borsa. «L’essere quotati a Piazza Affari ci ha dato molta disciplina», ha detto il manager, citando una frase spesso ripetuta da Ennio Doris: «Il mercato ci dà una consulenza gratuita». In altre parole, confrontarsi quotidianamente con la comunità finanziaria, analizzare le reazioni degli investitori e delle case d’affari è sempre stato un banco di prova che ha consentito alla banca di imparare a intraprendere il percorso più giusto verso la crescita.
Certo, in trent’anni non sono mancati i difficili. La fase più dura è stata forse la crisi finanziaria del 2008. Lanzone ha spiegato che, dopo il fallimento della casa d’affari americana Lehman Brothers che diede il via al crollo delle Borse internazionali, il titolo pagò il sentiment negativo dei mercati arrivò a perdere circa il 75% del proprio valore Per questo, all’interno del gruppo venne persino valutata l’ipotesi del delisting. «Alla fine prevalse la convinzione di restare quotati», ha raccontato Lanzone.
Tale scelta si è rivelata decisiva per il successivo percorso di crescita. Lo ha confermato anche Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, che ha ricordato la forte emozione vissuta nei giorni della quotazione. «Era un passaggio importantissimo perché ci rendeva un’istituzione», ha spiegato Doris. «La quotazione significa dotarsi di una struttura rigorosa sotto il profilo della governance e questo aiuta molto un’azienda. Ti obbliga a mantenere la rotta e a confrontarti continuamente con il mercato».
L’amministratore delegato di Banca Mediolanum ha inoltre ricordato come, nel pieno della crisi finanziaria del 2008-2009, la famiglia Doris abbia aumentato la propria partecipazione nel capitale dal 35% al 40%, confermando la fiducia nel modello di business del gruppo. All’evento è intervenuto Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, che ha sottolineato come Banca Mediolanum abbia registrato una crescita costante dal 1998 a oggi, sia in termini assoluti sia rispetto al resto del sistema bancario. Patuelli ha definito Doris «un interlocutore di altissima sensibilità» e ha elogiato l’attuale presidente di Banca Mediolanum, Giovanni Pirovano, definendolo persona «nitida, leale, schietta e rigorosa».
Lo stesso Pirovano ha ricordato il forte impegno di Ennio Doris all’interno dell’associazione bancaria e la sua volontà di contribuire alle grandi questioni del sistema-Paese. «Era sempre interessato ai temi all’ordine del giorno dell’Abi perché voleva dare il proprio contributo con idee e intuizioni», ha spiegato il presidente di Banca Mediolanum, richiamando anche il suo ruolo svolto durante le fasi più delicate della gestione delle crisi bancarie in Italia.
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Andrea Telara
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