Il discorso che papa Leone XIV ha tenuto il 14 maggio nella città universitaria della Sapienza di Roma mi ha molto colpito. Affronta un tema che mi appassiona da molti anni: il rapporto tra giovani e adulti e tra docenti e studenti, il dialogo, il confronto e la collaborazione intergenerazionale per immaginare, costruire, condividere le possibilità di un mondo nuovo. Un tema che è emerso anche nella nostra città, dopo la tragedia accaduta nei mesi scorsi in una scuola.
Consapevole che alle nuove generazioni si sta consegnando “un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra”, Leone chiama in causa gli adulti e sottolinea che si tratta di un “inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Da qui l’invito a non cedere a facili riduzionismi della storia, a riprendere in mano la Carta costituzionale, a riscoprire i valori su cui si fondano le democrazie e la libertà di popoli e individui:
La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.
La Chiesa, il popolo della Costituzione, i giovani: questi sono i componenti dell’”alleanza spirituale” che oggi è necessaria. Il papa parla a noi, non parla alle élite.
“Cura per la complessità” contro ogni semplificazione e “saggio esercizio della memoria” contro ogni “presentismo” dimentico del passato: sono parole chiave per chi, come me, si occupa di educazione e di memoria. Ma lo sono per tutti noi, se non vogliamo accontentarci del mondo così com’è.
Vent’anni fa ho lasciato la politica “tradizionale” perché ero sgomento per la perdita di “spiritualità” che la caratterizzava sempre più. Ho scelto di impegnarmi quotidianamente come attivista e come cooperante, e nel contempo di lavorare con una prospettiva più lunga, educativa e culturale: cambiare le idee e le coscienze, come presupposto per cambiare la politica e la società. Quando ho deciso di tornare alla mia passione giovanile per la storia mi sono dedicato al Sessantotto, poi alla Resistenza e a Ennio Carando: in entrambi i casi a esperienze morali con al centro l’educazione.
Mi ha colpito la consonanza straordinaria tra le parole sull’educazione di Ennio Carando e quelle del papa, ma nel contempo ho riflettuto su due differenze fondamentali, legate al nuovo tempo in cui viviamo.
La consonanza sta in questo obiettivo: il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. La scuola deve essere una comunità capace di costruire e di condividere strumenti per desiderare e costruire un mondo diverso, non un’istituzione che conserva lo stato delle cose ma un laboratorio di liberazione. Deve formare persone più che professionisti. Che senso avrebbe formare un professionista che non coltiva la propria coscienza?
Carando fu un grande educatore, nonostante insegnasse nelle scuole fasciste. Il suo fu una sorta di apostolato, per risvegliare le coscienze. Non indottrinava, ma tirava fuori la coscienza morale dei giovani. Per questo molti dei suoi allievi divennero combattenti per la libertà.
Anche per Leone c’è una responsabilità nel mestiere di insegnante che non può ridursi alla pragmatica nozionistica. Recuperare questo fondamento è essenziale e Leone lo fa con parole chiarissime:
Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita.
Entrambi sanno che c’è una inquietudine giovanile, che ha un volto anche triste, generatore di malessere. Ma oggi il segno di questa inquietudine ha un tratto diverso, legato al nostro tempo: è causata dalla pressione di una società che esaspera la competitività, nel ricatto delle aspettative e delle prestazioni. Il papa reagisce dicendo: “Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!”. Una esortazione, letta insieme al passaggio in cui proclama l’urgenza di vigilare sull’applicazione civile e bellica dell’intelligenza artificiale, che ricorda quel “Siamo esseri umani, non macchine” proclamato dal giovane attivista italo-canadese Mario Savio, leader del Free Speech Movement, nel 1964 a Berkeley. Ho voluto l’immagine di Savio mentre pronuncia quel discorso nella copertina del libro “Tra utopia e realismo. Appunti sul Sessantotto”. Leone ha dedicato la sua prima enciclica all’Intelligenza Artificiale. Circa i processi educativi si legge che:
hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente. La questione è radicale perché ogni tecnologia educa chi la utilizza. Educare all’uso dell’IA implica quindi educare e decidere quando e per cosa non usarla […]. Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario.
Qui sta la prima differenza fondamentale rispetto all’epoca di Carando. Come per Carando, la morale è al centro di tutto, e ha bisogno di una politica fondata su di essa per poter cambiare il mondo. Ma rispetto ad allora è diventato centrale il tema delle macchine, dell’equivalenza tra potenza della tecnica e diritto di governare, che cominciava ad essere presente in Savio, nei giovani del Sessantotto. Nell’enciclica il papa individua con chiarezza di quale morale e di quale politica c’è bisogno oggi:
Non basta invocare genericamente l’etica […]. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.
Ma torniamo a Savio. Anche allora si lottava contro la guerra in Vietnam, contro il rischio della catastrofe nucleare. Come oggi: perché, ha ammonito il papa alla Sapienza, l’ossessione per il riarmo nulla ha a che fare con il “bene comune”:
Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune.
Qui sta l’altra differenza fondamentale rispetto all’epoca di Carando.
Per l’insegnante del Liceo Costa il primato della coscienza portava alla Resistenza armata contro il male, il nazismo e il fascismo.
Per il papa il primato della coscienza porta alla pace, al rifiuto delle armi.
Questa svolta è maturata dopo la seconda guerra mondiale.
La Chiesa ha abbandonato la teoria della “guerra giusta” e ne sostiene l’inapplicabilità, a causa della difficoltà a spiegarne e giustificarne i motivi e a causa della trasformazione tecnologica che ha portato all’arma atomica. Nessuna guerra può oggi essere giustificata.
Ma anche i partigiani, diventati costituenti – se Carando non fosse stato ucciso dai fascisti nel febbraio 1945 probabilmente sarebbe stato tra loro – scelsero di ripudiare la guerra. “Ripudiare” vuol dire non riconoscere più come proprio qualcosa che pure è nostro, o lo era fino a quel momento. Il carattere micidiale assunto dalla guerra fu cioè compreso dai partigiani, che pure avevano vinto anche con le armi, quando divennero costituenti. Il discrimine furono le bombe di Hiroshima e Nagasaki, con cui si concluse la seconda guerra mondiale.
La nonviolenza è diventata oggi una parola chiave dei documenti della Chiesa.
Dovrebbe diventarlo anche per tutta la sinistra. Marcello Musto, uno dei maggiori studiosi al mondo del pensiero socialista, ne ha parlato nel corso di un incontro tenutosi a Spezia pochi mesi fa.
Nel congresso del 1868, i delegati della Prima Internazionale votarono una mozione che impegnava i lavoratori a perseguire “l’abolizione definitiva di ogni guerra”, dal momento che sarebbero stati soprattutto loro a pagare economicamente, quando non con il loro sangue – e senza alcuna distinzione tra vincitori e sconfitti –, le decisioni delle classi dominanti e dei governi che li rappresentavano. Renitenza alla leva, sciopero contro la guerra, internazionalismo erano le parole d’ordine del movimento dei lavoratori.
Poi si affermò la teoria della “guerra giusta”, fino alla prima guerra mondiale, quando il movimento dei lavoratori fu travolto dall’ideologia nazionalista.
In seguito Lenin sostenne la teoria della “guerra rivoluzionaria”. Ma le guerre si sono spesso rivelate come il modo peggiore per realizzare la rivoluzione.
Nelle “Riflessioni sulla guerra” (1933) la filosofa francese Simone Weil sostenne che la guerra rivoluzionaria si trasforma spesso nella “tomba della rivoluzione”, poiché la guerra incrementa, come nessun altro fenomeno sociale, l’apparato militare, poliziesco e burocratico. Cancella “l’individuo di fronte alla burocrazia statale con il sostegno di un fanatismo esasperato”, avvantaggiando la macchina statale e non i lavoratori. Pertanto, la Weil ne desunse che “se la guerra non termina al più presto e per sempre […] si avranno solo quelle rivoluzioni che, anziché distruggere l’apparato statale lo perfezionano” o, detto ancor più chiaramente, “si finirebbe per estendere sotto altra forma il regime che ci vuole sopprimere”. E’ per questo che, in caso di guerra, “bisogna scegliere tra l’intralciare il funzionamento della macchina bellica, della quale siamo un ingranaggio, e l’aiutare quella macchina a stritolare alla cieca le vite umane”.
Se la sinistra vuole tornare a essere una forza significativa e dimostrare di essere capace di declinare la sua storia per i compiti dell’oggi, partecipando alla “alleanza spirituale” che sta sorgendo, deve scrivere sulle proprie bandiere, in maniera indelebile, le parole “antimilitarismo” e “no alla guerra!”.
Post scriptum
Le fotografie di oggi mi sono state inviate da amici palestinesi.
La prima è stata scattata a Safed nel 2019 e ritrae un palestinese appena tornato per la prima volta dopo 71 anni. Aveva lasciato Safed, la sua città natale, nel 1948 – l’anno della Nakba – con la sua famiglia. La ricerca della sua casa non è stata facile. Sul cancello è scritto 1931, l’anno in cui la casa è stata costruita. Safed è dal 1948 una città dello Stato di Israele.
La seconda è l’invito per il matrimonio di Muhannad Othman Farwana, che si sarebbe dovuto celebrare ieri a Khan Younis, a Gaza. Poco prima Muhannad è stato ucciso in un raid aereo israeliano.
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Benedetto Marchese
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