perché la nuova enciclica fa tremare la Silicon Valley


È stata la prima enciclica della Storia firmata da un Papa statunitense. La prima licenziata da Leone XIV. Ma non sono questi elementi a rendere Magnifica humanitas così potente e interessante. Semmai, è il linguaggio che il Pontefice utilizza a renderla speciale e, soprattutto, sono i contenuti: una riflessione sull’Intelligenza artificiale e sulla tecnologia che, con frasi in fondo semplici e molto dirette, sorpassa la totalità dei tomi che in questi anni si sono interrogati sul tema. Quasi tutti gli analisti si sono concentrati, esaminando l’enciclica, sui temi dell’Ia e della guerra, che in effetti Leone tratta con decisione, con il chiaro obiettivo di incidere sulla politica internazionale odierna. Ma c’è anche tanto, tantissimo altro che vale la pena approfondire.

Questa lettera pastorale offre una visione del mondo, uno strumento culturale fondamentale per leggere la modernità. «Questo è veramente un testo importante», dice Giovanni Maria Vian, docente alla Sapienza e già direttore dell’Osservatore romano. «C’è la novità del Papa che viene dagli Stati Uniti, il Papa di Chicago, che è di formazione anche matematica e questo mi pare un dato rilevante. Tutto ciò contribuisce a fare di questo testo un nuovo modo anche di comunicare da parte della Chiesa di Roma. È un linguaggio molto più accessibile, meno distante dai testi classici pontifici». Un testo accessibile ma pregnante. Che parla di attualità ma tiene sempre Cristo radicalmente al centro.

Una svolta linguistica per leggere la modernità tecnologica

«La magnifica umanità celebrata dall’enciclica è in realtà l’umanità assunta da Cristo, quindi da Dio stesso che si è incarnato, questo è centrale nel documento. Leggendo le parole papali si coglie il forte respiro religioso… Si potrebbe quasi dire che, in pillole, è il De civitate Dei scritto da Agostino dopo il sacco di Roma. Per la prima volta Roma cade in mano ai barbari e Agostino, questo vescovo africano, riflette su tutta la storia ed è in questa linea che si colloca l’enciclica, che richiama all’inizio tutti i precedenti di analoghi documenti, partendo dal più importante, la Rerum novarum di Leone XIII, del 1891. Quest’ultima», prosegue Vian, «potremmo dire che è un po’ come il manifesto del Partito comunista, oppure il Capitale di Marx. Il paragone non è mio, ma fu coniato da un politico italiano importante, che è stato anche un uomo religioso importante, un deputato della Costituente, Iginio Giordani, che descriveva in questo modo l’importanza della Rerum novarum».

Quella dell’amato predecessore di Prevost fu una enciclica fondamentale, a cui l’attuale Papa si richiama proprio nel desiderio di affrontare «le cose nuove» che arrivano. Non è cosa inusuale. Altri Papi si confrontarono con la modernità. «Al tempo del crollo di Wall Street, Pio XI intervenne e, dopo di lui, Pio XII, che coniò il termine “dottrina sociale della chiesa” e poi via via i Papi del Concilio: Roncalli, Montini, Wojtyla e anche Ratzinger e Bergoglio», dice Vian. «Quindi c’è una continuità forte, però la novità secondo me qui è importante, il linguaggio è davvero nuovo: riesce a tenere insieme la Bibbia e la cultura digitale, che il Papa definisce correttamente quarta rivoluzione industriale».

Ed eccoci al cuore del problema. La prima immagine di enorme forza che Leone utilizza è quella della Torre di Babele, simbolo dell’assalto al cielo, tentativo di unificare l’umanità che nasconde una terrificante omologazione e che si risolve in una divisione e incomprensione ancora più profonda tra gli uomini. In pratica, è il modello della attuale globalizzazione tecnologica.

Il parallelismo biblico contro l’omologazione del mondo

«È proprio così», ci dice monsignor Antonio Suetta, vescovo di Sanremo-Ventimiglia. «Il Papa ha davvero indovinato questo incipit accostando due icone bibliche, da una parte – appunto – la Torre di Babele e dall’altra la ricostruzione del muro della città di Gerusalemme sotto Neemia. C’è da dire che la Torre di Babele è uno dei racconti più antichi della Bibbia, fa parte di una serie di dettati che fanno seguito a quello del peccato originale e vuole dimostrare una cosa: come la disobbedienza a Dio e l’allontanamento da lui, cosa che è il cuore del peccato, generi un male che va a ricadere su tanti aspetti. Le parole che il Papa usa per commentare il racconto della Torre di Babele», sostiene Suetta, «fanno venire in mente anche riferimenti culturali più vicini a noi, penso alla visione orwelliana del mondo omologato, che giace sotto una dittatura. Le dittature possono essere di tipo militare ed esercitare violenza fisica, ma possono essere anche ideologiche. Per esempio, come diceva Benedetto XVI, può esserci la dittatura del relativismo. Il riferimento a Orwell mi sembra abbastanza calzante, così come quello all’Anticristo di Solov’ev, dove troviamo un personaggio – l’Anticristo – che si presenta come un pacificatore universale, con una visione di pace tutta sua, che però purtroppo è quella che oggi domina».

Secondo Suetta, oggi «quando parliamo di pace, di inclusione, di dialogo purtroppo alludiamo, o concretamente produciamo, una uniformità che non è libertà, che non è valorizzazione della persona, del genio di ciascuno, ma che è invece una vera e propria forma di dittatura anche se talvolta è nascosta sotto una pretesa di libertà esasperata. Il Papa punta il dito contro questa forma di dominio del mondo ma prima ancora delle coscienze, e mi pare in sottofondo ci sia quel bel concetto che Sant’Agostino esprime nella famosa opera De civitate Dei, dove dice che l’amore di Dio è il disprezzo di sé fino all’esaltazione suprema di Dio, viceversa il peccato è il disprezzo di Dio fino all’esaltazione suprema di sé stessi. Ecco, questo è il grande equivoco, il grande peccato che è descritto nell’episodio della Torre di Babele e questa trappola, chiamiamo così, purtroppo è sempre a portata di mano per l’uomo di ogni tempo».

Il testo papale è, prima di tutto, uno straordinario manifesto contro l’omologazione, contro la globalizzazione livellante e la cancellazione del pensiero difforme, l’eliminazione della critica. È questo che si può leggere in controluce nelle pagine dedica alla tecnica e alla sua potenza che si pensa divina.

La trappola del transumanesimo e i limiti della tecnica

«Uno dei temi che percorrono l’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone», continua Suetta, «è l’individualismo. Egli mette in evidenza come la nostra civiltà contemporanea sia ferita, minata e inquinata dall’individualismo. Spesso le risposte a questo individualismo, lungi dal rappresentare una soluzione, non fanno altro che renderlo più acuto. Il Papa vede, ad esempio, nel transumanesimo un pericolo terribile che vuole scongiurare e che condanna gravemente. Tutte queste situazioni di sfilacciamento e di destrutturazione dell’uomo e della società hanno radici antiche. Hanno radici in quella modernità che è stata favorita da tre pensatori indicati da Jacques Maritain: per la filosofia Cartesio, per la teologia Lutero, per l’antropologia Rousseau. Sono tre esempi dell’azione della modernità che, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente, ha voluto separarsi da Dio. Il che ci fa ritornare alla Torre di Babele che, in qualche modo, rappresenta il rischio della presunzione umana che il Papa vede possibile anche nell’avvento dell’Intelligenza artificiale. Non perché essa sia in sei nociva o sia in sé un male, ma perché – in qualche modo – potrebbe anche agevolare e incrementare questa falsa concezione dell’uomo».

Il punto, dunque, è la falsa idea secondo cui l’uomo può diventare come Dio grazie alla tecnica. «Credo che della tecnologia si possa e si debba dire quello che si dice di tutti gli strumenti: che sono ottimi servitori ma sono pessimi padroni e il rischio che il Papa vede è proprio quello che la tecnologia possa fare da padrona sulla vita dell’uomo, sulla sua intelligenza e soprattutto sulla sua coscienza», dice ancora Suetta. «Io vedo in questo testo anche un modo molto delicato e nello stesso tempo molto chiaro di affrontare quelle che oggi sono ferite importanti per l’uomo contemporaneo. Quando egli si allontana da Dio, smarrisce la speranza e si rifugia in sicurezze false o provvisorie, surrogati. Talvolta queste sicurezze vengono esasperate e sviluppano la presunzione dell’individuo di bastare a sé stesso. Non è un caso che il Papa citi aborto e eutanasia. L’uomo moderno tende purtroppo ad avere un atteggiamento predatorio sulla vita, cioè a strapparla dalle mani di colui che gliela dona: vuole farsi padrone assoluto di essa. Ciò impoverisce l’uomo e lo sprofonda in quei drammi che purtroppo vediamo dovunque: solitudine, guerra, violenza».

Questo è il senso: senza Dio, l’umanità non può essere magnifica.


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 Francesco Borgonovo

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