Basta una notte per ricordarci quanto sia sottile, nel Medio Oriente di oggi, la distanza tra una guerra che pensavamo in via di esaurimento e una guerra pronta a ricominciare. Una tregua fragile, un raid su Beirut, la risposta iraniana, la replica israeliana sull’Iran: e ciò che sembrava destinato a rientrare torna improvvisamente a spalancarsi. Israele e Iran, dopo l’avvio di nuove schermaglie, hanno segnalato la disponibilità a chiudere l’escalation notturna che ha infranto, sia pure brevemente, un cessate il fuoco fragile di due mesi e riportato la regione sull’orlo di una guerra su vasta scala. È stato proprio Trump a chiedere a Teheran e Tel Aviv di “fermarsi immediatamente”, facendo pressione su Netanyahu perché rinunciasse a nuovi attacchi.
Il presidente che aveva accompagnato Israele dentro l’offensiva contro l’Iran si ritrova ora in una posizione rovesciata: non più soltanto sponsor politico e militare dell’escalation, ma arbitro affannato di una contesa che assume i connotati di una guerra senza fine. Ed è qui che emerge la contraddizione più scomoda per Washington: nel momento in cui Trump cerca di chiudere il conflitto, il suo peggior problema rischia di arrivare dal suo miglior alleato. Netanyahu sembra comprendere, ma sul terreno l’appello americano viene tradotto in una pausa, non in una rinuncia. Trump chiede di non riaccendere l’incendio; Netanyahu spegne una fiammata e lascia intatto il braciere libanese. Il primo promette un accordo definitivo con Teheran; il secondo rivendica l’autodifesa, avverte che la battaglia “non è ancora finita” e continua a considerare il Libano il fronte che non può, o non vuole, chiudere. “The Donald” può telefonare, irritarsi, avvertire.
Ma se Washington non ha imposto costi reali a Israele quando le sue scelte militari complicavano accordi più ampi, Netanyahu sa di poter forzare il limite. Una telefonata furiosa difficilmente basta a cambiare la strategia di un governo che vede nella guerra una necessità di sicurezza e una risorsa politica. La ripresa degli attacchi ha inoltre mostrato un paradosso nuovo per Netanyahu. Per qualche ora il premier israeliano ha potuto dimostrare alla propria base di non piegarsi del tutto alla volontà di Trump. Ma la cessazione rapida degli scontri, dopo meno di quindici ore e dopo la pressione americana, ha restituito un’immagine opposta: Israele appare più dipendente che mai dal presidente americano nella definizione dei tempi e dei limiti della guerra.
Se Netanyahu sperava di incrinare il processo negoziale con Teheran spingendo l’escalation oltre il punto di non ritorno, la richiesta di Trump di fermare il fuoco ha mostrato che il tentativo, almeno per ora, non è riuscito. E ancora una volta tutto gira attorno al martoriato Paese dei cedri. Per Washington, il Libano è il fronte da contenere per salvare il negoziato con Teheran. Per Israele è il terreno su cui ridefinire la sicurezza del nord, spingere Hezbollah oltre il Litani e costruire una profondità permanente. Non si tratta più solo di impedire i lanci contro la Galilea, ma di stabilire se il sud possa restare formalmente libanese e, al tempo stesso, militarmente condizionato da Israele. Per Teheran, Hezbollah resta uno degli ultimi strumenti capaci di tenere Israele sotto pressione e di pesare sul negoziato con gli Stati Uniti.
Per questo l’Iran collega il Libano all’accordo generale: non solo per difendere un alleato, ma per dimostrare che senza il suo consenso nessun fronte regionale può stabilizzarsi. Se volete la pace con noi, dovete passare da Beirut. Intervenendo con missili dopo gli attacchi israeliani sulla capitale libanese, l’Iran ha aggiunto un ulteriore livello: il Libano non è più soltanto un fronte di Hezbollah, ma una soglia di deterrenza regionale. Sullo sfondo resta Hormuz, la strozzatura che misura il costo globale della guerra. Gli ultimi dati sul traffico marittimo indicano quanto la crisi abbia già paralizzato una via vitale per petrolio e gas: nel fine settimana sarebbero transitate soltanto otto navi, contro le oltre centotrenta al giorno che attraversavano abitualmente lo Stretto prima della guerra. È la prova che il conflitto regionale è già diventato una guerra sulle arterie dell’economia globale. Il quadro diventa ancora più fosco se si guarda al Mar Rosso. Gli Houthi hanno minacciato di bloccare la navigazione israeliana e di colpire le navi considerate legate a Israele. Hanno anche rivendicato lanci di missili contro Israele in risposta agli attacchi contro Iran, Libano e palestinesi.
Finora erano rimasti ai margini della guerra diretta tra Stati Uniti, Israele e Iran, pur minacciando più volte di entrare nella partita. Ma la minaccia di lunedì segnala un possibile cambio di fase. Bab el-Mandeb è il gemello meridionale di Hormuz: uno stretto braccio di mare da cui passa una quota essenziale del commercio tra Asia, Medio Oriente ed Europa. E non serve un blocco totale per produrre effetti sistemici: basta un attacco, o anche solo la percezione credibile di un attacco, per far impazzire assicurazioni, armatori e rotte. Se Hormuz resta strozzato e Bab el-Mandeb si incendia, la guerra non è più soltanto mediorientale: diventa crisi globale della circolazione. È questa la follia di una guerra che ogni volta sembra fermarsi un attimo prima del baratro, ma poi trova un nuovo bordo da cui sporgersi. Israele e Iran possono annunciare la fine degli attacchi. Trump può ripetere che l’accordo è vicino. Ma finché il Libano resta il detonatore laterale del negoziato, finché Hezbollah rimane proxy iraniano e bersaglio israeliano, finché Bab el-Mandeb può diventare la replica marittima di Hormuz, la tregua resta solo una pausa armata.
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Alessia Melcangi
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