La mossa anti-francese di Intesa per la sicurezza del risparmio italiano



L’operazione in arrivo di Intesa-Unipol-Bper ha un evidente vantaggio di sistema: evitare che nell’operazione di aggregazione con Siena proposta ieri dalla milanese Banco Bpm abbiano un peso di rilievo i francesi di Crédit Agricole, oggi primi azionisti di Bpm con il 22,9%, ma già autorizzati a salire al 29,9%. E tutto questo a fronte del modesto 5% che il governo italiano detiene nel capitale di Mps. 

Dunque, dietro la mossa del consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che sbarra la strada a Bpm c’è una questione di sicurezza nazionale: mettere al sicuro il risparmio degli italiani. Una dote preziosa anche per la crescita del Paese. Tanto più ora che l’ennesima crisi energetica e le tensioni geopolitiche mettono a rischio la competitività di imprese e filiere un po’ ovunque nel mondo, mentre è in pieno svolgimento la sfida globale sull’Intelligenza artificiale. 

L’Italia non può mettere a rischio il suo risparmio. Al contrario, ha ora l’occasione di metterlo al sicuro con un’operazione solida destinata a ribattezzare il secondo gruppo bancario italiano e che ha come obiettivo il rafforzamento a livello europeo e la messa in sicurezza di Generali, confermano fonti finanziarie al termine del cda di Intesa.

IL BIVIO

L’intervento di Intesa, già definito nel suo schema di massima, è stato accelerato ieri proprio dalla singolare proposta di aggregazione di Bpm per bloccare l’avanzata di Parigi. L’istituto d’Oltralpe, infatti, pur diluendosi nel nuovo gruppo Bpm-Mps avrebbe comunque la forza finanziaria di crescere nel capitale, ipotecando così anche un’influenza su Generali, considerato il 13,5% del gruppo assicurativo detenuto da Mps attraverso Mediobanca. 

Vediamo i numeri. Secondo i calcolo di Deutsche Bank, un’operazione promossa da Bpm proietterebbe come primo socio del futuro istituto sempre Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio con una quota intorno all’11,6%. Un peso che la società confermerebbe nel ruolo che aveva già in Mediobanca e in Mps anche prima dell’Ops su Piazzetta Cuccia e la riaffermerebbe come interlocutore obbligato nelle partite del risiko nazionale, avendo Delfin anche il 2,7% di Unicredit (in fase di scalata su Commerzbank) e il 10% di Generali. Con un’incognita sul futuro, però, visto che il portafoglio partecipazioni della holding della famiglia che controlla EssilorLuxottica andrebbe proiettato anche in uno scenario di alleggerimento di alcune quote da parte di Delfin, all’occorrenza, impegnata in queste settimane nel riassetto del capitale destinato a ridefinirne il controllo a favore di Leonardo Maria Del Vecchio (che ha ottenuto un finanziamento da 11 miliardi con Unicredit capofila) a quattro anni dalla morte del fondatore e patron di Luxottica.
Alle spalle della finanziaria nel capitale dell’ipotetico gruppo Bpm-Mps, sempre secondo i calcoli di Deutsche Bank, figurerebbe proprio il Crédit Agricole, con circa il 6,5%. Un pacchetto rotondo, quello della Banque Verte, sufficiente già da solo a fare scattare più qualche dubbio sul controllo opzionato sul risparmio italiano. Figuriamoci dove potrebbero arrivare i rischi in caso di un successivo arrotondamento del pacchetto azionario. Un 29,9% di Bpm si diluirebbe in una quota intorno all’8,5% nel nuovo gruppo Bpm-Mps piazzando il Crédit Agricole come secondo azionista. 

Dunque, c’erano tutti gli ingredienti per far scattare l’ombra del Golden power da parte del governo, nonostante la recente spinta dell’Ue a ridimensionare i margini dei paletti a disposizione dell’esecutivo per blindare gli asset nazionali considerati di “interesse strategico” per il Paese. Ma una strada “di mercato” resta quella preferita. Soprattutto se ha il pregio di poter restituire stabilità alla governance di un nuovo maxi-conglomerato bancario-assicurativo, insieme alle sinergie e alle prospettive di sostegno all’economia. 
Non a caso, il governo, a quanto pare puntualmente informato ai massimi livelli del passo di Intesa Sanpaolo, avrebbe mostrato il suo favore all’operazione. O quantomeno, non ha dato segnali di ostilità in proposito. Anzi. L’attenzione resta alta dopo che l’istituto senese è diventato un player bancario risanato e ambizioso. 
Nel piano di Intesa Sanpaolo, Unipol, primo azionista di Bper con il 19,9% (più un’opzione per salire di un altro 5%), sarebbe il pivot nell’azionariato del nuovo conglomerato bancario e dovrebbe avere un ruolo importante di fornitore di servizi e prodotti assicurativi. Lì dove Banca Mps ha in scadenza nel 2027 gli accordi con la compagnia francese Axa e il gruppo presieduto da Carlo Cimbri potrebbe sostituirla. Un’altra mossa che va a favore della sicurezza nazionale, evidentemente. 

A sottolineare il nodo cruciale della questione, del resto, sono le parole di Giulio Tremonti. «Franza o Alemagna purché se magna, questa è la frase attribuita a Guicciardini dopo il trattato di Toledo all’inizio del 500», ha detto l’ex ministro dell’Economia, ora presidente della commissione Esteri della Camera. E ancora: «Venendo al risiko bancario di queste ore – ha aggiunto – l’impressione è che il risiko diventi un rischio e che il rischio sia per l’Italia nel suo insieme nazionale non più purché “se magna” ma “non se magna e basta”». 

Il rischio per Tremonti, «è quello di perdere tutto, a vantaggio tanto di Franza che di Alemagna. Per un Paese che ha ancora una massa enorme di risparmio e nella prospettiva, non remota, di una crisi finanziaria prossima ventura, forse è il caso di riflettere sull’interesse nazionale». Il messaggio è chiaro: la posta in gioco è alta e non basta costruire un nuovo colosso nazionale se il prezzo da pagare è la perdita di sovranità su un patrimonio prezioso come il risparmio degli italiani, così cruciale per muovere le leve della crescita futura. 


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