La vita è piatta perciò sogno un Medioevo folle


Paul è un arredatore svizzero che vive in solitudine su un’isola delle Orcadi, a cui viene chiesto di riverniciare un data center in Norvegia con il «bianco perfetto». Solo che, mentre si trova in questo luogo immenso dove viene «custodita la memoria dell’umanità», finisce risucchiato in un vortice che lo trasporta in un altro tempo, forse perfino su un altro pianeta, in ogni caso in un Paese rimasto al Medioevo, governato da un duca tirannico e terrorizzato da una pandemia. E lì incontra Ildr, la vera eroina di Air, il nuovo romanzo di Christian Kracht (La nave di Teseo). Svizzero, autore in lingua tedesca di successi come Imperium, I morti e Eurotrash (candidato all’International Booker Prize), Kracht era ieri a Milano, per la Milanesiana. Lo abbiamo incontrato in un giardino a due passi dalla Basilica di Santa Maria delle Grazie e dal Museo della Scienza e della Tecnica.

Christian Kracht, sa che arrivando qui c’era un cartellone del Museo con l’immagine della «vite aerea» immaginata da Leonardo da Vinci, proprio come quella di cui parla Paul nel romanzo quando descrive a Ildr le macchine volanti?

«Sono andato all’Ambrosiana a vedere i suoi disegni… Le carte di Leonardo da Vinci sulle sue macchine sono state molto importanti per scrivere il libro».

C’è un legame anche con il titolo, Air?

«Sì, il titolo è in risonanza con molte cose, in entrambi i mondi. La rivista che chiama Paul per l’incarico si chiama Kuki, che in giapponese significa aria; e l’aria rimanda anche alla musica, a una melodia leggera. Volevo un titolo molto semplice e nessun altro romanzo si intitola così… E poi c’è un’altra cosa. Mia figlia, che ha diciassette anni, mi ha aiutato ogni volta in cui ero bloccato nella scrittura, dandomi dei suggerimenti: qua metti una vite, qua una cometa, qui un cane; e quando ha sentito Air mi ha detto: come Ai romanzo, un libro scritto dall’Ia».

Come entra l’Ia nel libro?

«La parte in cui Paul è nell’era medievale, sull’altro pianeta, nell’originale tedesco è piuttosto piatta, come se fosse scritta dall’Ia: ho voluto andare alla scoperta della piattezza del testo e, man mano che la storia procede, Paul nota che tutto diventa sempre più piatto, fino a che lui stesso finisce per diventare un dipinto bidimensionale».

Che tipo è Paul?

«Un uomo di oggi, un hipster, attratto da quell’ultimo brivido del tardo capitalismo che è la ricerca della cosa unica e che ama il Nord, piatto e grigio. Una persona logora, disillusa, che non ha bisogni, desideri o passioni, per la quale essere trasportata in un mondo dove ogni cosa conta, perché è questione di vita o di morte, è come una fiaba. È, paradossalmente, la sua salvezza».

Ha detto di essere rimasto bloccato nella scrittura.

«Sono rimasto impanato per mesi, fino a che ho chiesto aiuto al mio amico Joshua Cohen, a Gerusalemme, e lui di fatto ha scritto il libro per me; così l’ho messo nel romanzo, nel personaggio di Cohen, un uomo molto cinico, a differenza di Joshua, e molto disilluso. Così disilluso da finire in un mondo illusorio, di sogni, su un altro pianeta e in un altro tempo. Alla fine però tutto diventa piatto e anche lui finisce in un quadro».

Che cos’è questo mondo piatto?

«È il testo, la bidimensionalità della pagina. Un classico della letteratura modernista».

È anche il digitale?

«Nel libro c’è questo data center enorme in Norvegia, il Green Mountain Data Center, dove è conservata la memoria dell’umanità: ogni matrimonio, funerale, guerra, gattino che abbiamo fotografato… Triliardi e triliardi di immagini, immagazzinate lì. L’ho visitato: è un luogo davvero strano, che necessita di così tanta energia da dover essere raffreddato nel fiordo. È il deposito del passato, del futuro e del presente dei nostri sogni».

E il bianco perfetto di cui Paul dovrebbe ridipingerlo?

«Non è importa. È solo un trucco. Invece mi è successa una cosa, dopo avere scritto il libro. Io non ero mai stato nelle Orcadi, quindi per descrivere la casa di Paul ho utilizzato internet e ne ho trovata una perfetta per lui; e all’inizio racconto un incubo in cui lui sogna l’Erebus e il Terror, due vulcani dell’Antartide. Poi sono andato davvero nelle Orcadi e, vicino alla casa che avevo scelto per Paul, ho visto un pozzo con una targa dedicata alla spedizione Franklin: lì avevano preso l’acqua per l’ultima volta gli uomini delle due navi, che si chiamavano Erebus e Terror… Un’altra risonanza inaspettata fra romanzo, realtà e sogno, che mi ha fatto venire i brividi».

E poi c’è Barnhill House, la casa dei sogni di Paul.

«Si trova sull’isola di Jura, nelle Ebridi, ed è estremamente difficile da raggiungere. Lì George Orwell scrisse 1984 ed è perfetta per Paul, così interessato alla solitudine: è la visione di un sogno, per qualcuno che è senza sogni».

Chi altri l’ha ispirata?

«Ursula K. Le Guin, che ha inventato la fantascienza femminista. Per me è fra i maggiori scrittori del ‘900, rileggo le sue opere ogni due-tre anni».

Un altro tema del romanzo è il bisogno di «ordine».

«Ah, io desidererei molto sistemare tutti gli oggetti in maniera specifica, come gli shintoisti, secondo cui c’è uno spirito in ogni cosa e in base a quello sono in grado di ordinarla in modo appropriato, ma sono confusionario e non ci riesco. È un problema che mi tormenta e non so neanche perché ne abbia così bisogno».

Forse perché è svizzero?

«Forse. Da noi è tutto pulito e preciso, e ci sono innumerevoli leggi e regolamenti; però se sono lo Stato o la società a imporre quest’ordine, allora ne soffro, e mi sento abusato da questo ordine obbligato. Per esempio, a casa mia non si può stendere il bucato di domenica, altrimenti i vicini chiamano la polizia. I servizi segreti ci spiano benevolmente… Fa parte di un contratto sociale ideale, una società perfetta. Completamente morta e noiosa. Non ci sono cinema, cultura, arte, non abbiamo nemmeno una lingua nostra: è un Paese fondato sull’avidità».

Perché non si trasferisce?

«Ho vissuto per anni con la mia famiglia in India, nella zona dell’Himalaya: un trionfo di colori, di persone, di grida. Con il Covid, però, siamo stati costretti a lasciare il Paese in quarantotto ore, e siamo tornati a Zurigo. L’India è il mio Paradiso perduto».

Ildr, l’eroina del romanzo, è un po’ sua figlia?

«Forse sì. Un uomo di mezza età e una ragazzina: alla fine, la mia è una storia di avventura. Vorrei scriverne di più, perché la vita normale è così noiosa e deprimente, che bisogna sognare. Ma forse è la Svizzera».

Forse sì.

«Ho viaggiato ovunque, ma ormai sono bloccato in questo Paese perfetto, e morto».


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 redazione@ilgiornale-web.it (Eleonora Barbieri)

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