L’utopia realizzata di Gibellina, rinata con l’arte. Intervista a Francesca M. Corrao


Una visione lungimirante può cambiare la storia. Quando Ludovico Corrao, intellettuale e sindaco di Gibellina (Tp) all’epoca del sisma che devastò la città e la valle del Belice nel 1968, fece dell’arte lo strumento di rigenerazione urbana, culturale e sociale stimolando la risposta della comunità chiamata a partecipare con gli artisti al processo di ricostruzione, indicò una strada. Una strada non facile, straordinaria, che ancora oggi offre un modello di sviluppo alle popolazioni devastate dal terremoto, soprattutto in Sicilia.

Rinati attraverso l’arte

Il riconoscimento di tale esempio, unico a livello nazionale e internazionale, è la nomina di Gibellina a Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Ne parliamo con Francesca Maria Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi e docente all’Università Luiss, figlia di Ludovico e sorella di Antonella Corrao, che presiede il comitato scientifico Orestiadi:

entrambe hanno raccolto e sviluppato l’eredità del padre.

Ludivico Corrao. Foto: Fabio Sgroi, Fondazione Orestiadi

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Ludivico Corrao. Foto: Fabio Sgroi, Fondazione Orestiadi

Francesca Corrao, cosa significa per Gibellina essere la prima città nominata Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, e cosa ha motivato il riconoscimento?

È una presa d’atto che l’utopia che ha guidato la rinascita della città terremotata attraverso l’arte si è realizzata. Per rigenerare il territorio non serve esclusivamente il lavoro, ma anche la bellezza che ispira l’amore per la vita e l’apprezzamento per l’infinita capacità degli esseri umani di creare valore. La nomina è una grande soddisfazione per i gibellinesi e un omaggio a Ludovico Corrao che con loro si è battuto per la rinascita economica e culturale della città.

Quale visione ha guidato suo padre Ludovico Corrao nel progetto che ha saputo fare rivivere una città e un’economia distrutte dal sisma del 1968?

All’indomani del terremoto, i cittadini della valle del Belìce hanno dovuto ritrovare la forza per lottare, per non rassegnarsi all’emigrazione e vedere riconosciuto il diritto di vivere dove erano le loro terre e i loro cari. Mio padre, al tempo sindaco di Gibellina, per richiamare l’attenzione del governo e degli italiani invitò gli artisti a lanciare un appello di solidarietà per i terremotati. Risposero Renato Guttuso, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Ernesto Treccani e tanti altri. Tra le baracche si organizzarono vari eventi culturali come la mostra di Pietro Consagra e lo spettacolo di Dario Fo. L’arte risponde al bisogno di speranza, di normalità ed è antidoto contro la disperazione e il dolore. La ricostruzione del nuovo centro urbano, in una zona ben collegata da autostrada e ferrovia, attivò l’economia necessaria, ma il sindaco non volle fermarsi alla sola costruzione delle case. Vide la necessità di creare luoghi di aggregazione per la cittadinanza e nuove memorie.

Gibellina Nuova. Foto: Wikimedia

In che modo il progetto ha trasformato la tragedia in una risorsa per lo sviluppo locale con il coinvolgimento della cittadinanza, degli artigiani al fianco degli artisti?

Era impossibile riavere le antiche piazze, le fontane, i monumenti distrutti dal terremoto e quindi furono chiamati artisti e architetti a immaginare soluzioni creative che colmassero il senso di spaesamento e di vuoto lasciato dal trasferimento nella nuova città. Gli artisti collaborarono con gli artigiani rigenerando gli antichi saperi locali: artigiani del ferro, del marmo, ricamatrici e ceramisti nel lavorare a nuovi progetti imparavano tecniche nuove e sperimentavano soluzioni creative. Piccole economie si riattivarono, intervenne anche il teatro che, richiamando pubblico, favorì lo sviluppo di nuovi mestieri. Corrao chiese al maestro Emilio Isgrò di scrivere un testo poetico da recitare in pubblico. La “Gibella del Martirio” ricordava il dramma vissuto per non dimenticarlo. A questa prima opera in versi fece seguito un secondo poema dedicato al protettore del paese, San Rocco: la festa veniva celebrata con la processione del “prisente”, il lungo drappo disegnato dall’artista Michele Canzoneri e ricamato dalle gibellinesi. Negli anni successivi altri artisti realizzarono altri “prisenti”.

Com’è nato, invece, il Festival delle Orestiadi?

Corrao chiese al maestro Isgrò anche di elaborare un’originale rilettura dell’Orestea di Eschilo: la trilogia venne messa in scena sullo spiazzo antistante le macerie della città terremotata. La popolazione partecipò costruendo le scene disegnate da Arnaldo Pomodoro, cucendo i costumi, portando le macchine in scena, lavorando come attori e comparse. Nasceva così il Festival delle Orestiadi, che da 45 anni celebra le antiche e le nuove storie del Mediterraneo e dell’umanità. E ancora oggi, con il suo museo, le mostre, gli spettacoli e gli incontri culturali, la Fondazione Orestiadi di Gibellina dialoga con i popoli del Mediterraneo proseguendo l’operazione culturale avviata da Ludovico Corrao.

Macchine sceniche per le Orestiadi di Arnaldo Pomodoro
Macchine sceniche per le Orestiadi di Arnaldo Pomodoro

Quale significato riveste per Gibellina il Grande Cretto di Alberto Burri?

Ludovico Corrao volle che le macerie della città distrutta non fossero destinate all’oblio e chiese al Maestro Alberto Burri di aiutarlo a trovare una soluzione. L’artista, dopo aver visto il luogo e visitato i reperti archeologici di Segesta, colse nelle fenditure della terra e della pietra quei tracciati della vita urbana che restavano e pensò di coprire quelle pietre con un sudario di cemento bianco lasciando in evidenza le strade principali. Oggi il Grande Cretto assieme alla Fondazione Orestiadi con il suo Museo delle Trame mediterranee e gli altri musei della città nuova, in particolare il Mac “Ludovico Corrao”, conservano la memoria di quel passato e mantengono vivi i principi che hanno dato vita a quell’utopia.

Il sogno mediterraneo di Ludovico Corrao voleva affermare la necessità di coniugare insieme l’antico sapere con il territorio e le nuove esigenze della modernità. La Fondazione continua a promuovere la collaborazione tra artisti e artigiani e le esperienze laboratoriali dei giovani con i creativi delle arti di nuova generazione. Mia sorella Antonella ha sviluppato il progetto Artensis, che riprende l’obiettivo di mio padre:

attraverso le opere d’arte contemporanee si offrono fonti di ispirazione agli artigiani locali e si stimola l’innovazione.

Mielizia


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 Francesca Piana

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