Identità termolesi: quando la radio era famiglia


TERMOLI. Lo spunto per questa puntata mi è arrivato leggendo le tante polemiche social sulla presenza a Termoli dell’artista partenopeo Geolier. Ma, come diciamo noi termolesi, le chiacchiere social se le porta il vento… e a Termoli il vento non manca mai.

Io, invece, voglio tornare indietro nel tempo. Voglio riportarvi a quando, nel 1975, iniziai la mia avventura da speaker radiofonico nella prima radio del Centro-Sud Italia nata a Termoli: TRT 103 Adriatica.

Era un’altra vita. Un altro mondo.

I social non esistevano e la radio era famiglia. Chi stava davanti a un microfono entrava nelle case dei termolesi e di tanti amici dell’hinterland. Bastava girare una manopola sulla scala delle frequenze e diventavamo parte della loro quotidianità.

Per quarant’anni, ogni domenica mattina e in tutte le feste comandate — Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto — dalle 6.30 alle 11.00 ero lì. Sarò mancato forse un paio di volte per colpa dell’influenza. Per il resto, cascasse il mondo, non potevo deludere i miei radioascoltatori.

Alle 6.30 in punto partiva la sigla del programma. E tutti stavano tranquilli. Chi ancora sotto le coperte, chi con un caffè fumante tra le mani, chi facendo colazione al bar.

Arrivavano le telefonate per le dediche, per gli auguri, per una canzone speciale da regalare a qualcuno. Era una catena di amicizia che viaggiava in modulazione di frequenza.

Tra un disco e l’altro raccontavamo fatti, barzellette, leggevamo l’oroscopo, organizzavamo quiz con premi bellissimi. La gente non aveva ancora sviluppato quella cattiveria che spesso oggi si incontra sui social, dove basta avere un’opinione diversa per sentirsi rispondere con un vaffa, quando va bene.

Allora no.

Si ascoltava. Si parlava. Ci si rispettava.

D’estate le automobili si fermavano in Piazza Sant’Antonio con le radio a tutto volume. Sembrava un concerto collettivo.

Ricordo ancora le canzoni più richieste: “Ti Amo” di Umberto Tozzi e “Non si può morire dentro” di Gianni Bella. Noi le trasmettevamo e la gente le cantava a squarciagola.

La radio era vita. Per chi la faceva e per chi l’ascoltava.

E c’è un ricordo che ancora oggi riesce a commuovermi.

Domenica 11 maggio 1986. Festa della mamma.

Ero in diretta, impegnato con giochi e telefonate dei radioascoltatori. Alle 9.31 arriva una chiamata insolita.

— «Pronto, parlo con Michele?»
— «Sì.»
— «Volevo darti una notizia: pochi minuti fa è nata Enrica, tua figlia.»

Era un’infermiera del reparto ostetricia del San Timoteo. Forse non sapeva nemmeno di essere in diretta.

Io rimasi immobile. Microfono aperto.

Per qualche secondo non riuscii a parlare. Riuscii soltanto a dire: «Grazie».

Quando la telefonata terminò, il centralino della radio andò letteralmente in tilt. Decine e decine di chiamate. Amici che avevano ascoltato in diretta quella notizia e volevano farmi gli auguri.

Non sapevo se ridere o piangere.

E alcuni ascoltatori vollero dedicarmi una canzone di Fabio Concato che da allora accompagna ogni compleanno della mia secondogenita Enrica, che oggi ha compiuto quarant’anni.

Quelle parole ancora mi emozionano:

“Tu che sei nata dove c’è sempre il sole, sopra uno scoglio che ci si può tuffare, e quel sole ce l’hai dentro il cuore, sole di primavera, su quello scoglio è nato un fiore…”

Una domenica indimenticabile.

Ecco perché la radio era amicizia. Era famiglia.

Grazie alla radio ho conosciuto la donna che da quarantotto anni condivide con me gioie e dolori. Grazie alla radio ho incontrato persone straordinarie: Dani Caruso, Enzo Nucci, Marco Fiorelli, Edenio Rosati, Cristina Colitto, Giorgio Buscaglia, Pino Cravero, Antonio Lanzone, Angelo Santagostino, Gianluigi Di Simio, Raffaele De Dominicis, Aldo Ciccone, Rino Macario, Nicola Montuori, Giorgio Giovannetti, Franco Storto, Nicolino Colino e tanti altri che sarebbe impossibile elencare tutti.

E poi c’era Mario Ianieri.

Una vera coppia di fatto radiofonica. Lui talento naturale del cabaret. Io la sua spalla. Ci bastava uno sguardo per capirci.

Quando registravamo la macchietta domenicale “Arti e Mestieri” non ripetevamo mai una scena. Era tutto spontaneo.

Indimenticabili le sue perle linguistiche:

— «Attenzione che tutti i petti vengono a nuoto!»
(ovviamente al posto di: «Tutti i nodi vengono al pettine»).

Oppure:

— «Moglie frigorifera con cubetti!»
(invece di: «Moglie fedifraga e concubina»).

E il tormentone:

— «Scusate… c’è qualcosa per i pescatori?»

Ancora oggi qualcuno conserva quelle cassette come fossero reliquie.

Come dimenticare il termolese emigrato in America che torna dal barbiere e si vanta della modernità americana:

— «Noi facciamo la carrozzeria a Detroit e il motore a New York… siamo globalizzati!»

Il barbiere, ormai esasperato, lo insapona per la barba e poi si ferma:

— «Ecco fatto.»
— «Come sarebbe? Mi lascia così?»
— «Certo. Anche noi a Termoli siamo globalizzati. Il sapone te lo mettiamo qui. Per tagliarti la barba vai a Guglionesi!»

A quel punto ridevamo così tanto che spesso eravamo costretti a fermare la registrazione.

Oggi tutto questo non esiste più. Le radio hanno dovuto lasciare spazio a Facebook, Instagram, TikTok e YouTube.

Strumenti straordinari, per carità. Ma spesso diventati palestre dell’assurdo e della maleducazione.

Noi invece costruivamo empatia. Costruivamo amicizie. Rapporti veri.

Molti di quegli amici non ci sono più.

Aspettavo la domenica mattina la telefonata di Don Tarcisio Floro prima della messa. Ricordo con affetto Angelo Benaduce, storico presidente Avis Termoli, che nel periodo natalizio arrivava perfino con prosciutti interi da regalare.

La radio era famiglia. Lo ripeto con convinzione.

E Termoli fu all’avanguardia anche in questo. Grazie all’intuizione di pionieri come Icilio Capriolo, Dani Caruso, Orazio Maltese e tanti altri, TRT 103 Adriatica divenne nel 1975 la prima radio del Centro-Sud e la sessantatreesima emittente privata d’Italia.

Poi arrivarono altre realtà: Super Termoli Sud, diventata successivamente Radio Canale 102, Tele Radio Zero, Punto Radio, Radio In, Antenna Adriatica.

Eravamo social prima dei social.

Ma con una differenza fondamentale.

Eravamo educati.

Eravamo un mondo dove l’amicizia valeva ancora qualcosa. Dove una voce alla radio poteva diventare un amico. Dove una città riusciva a sentirsi una grande famiglia.

E forse è proprio questa una delle identità più belle che Termoli abbia saputo costruire e conservare nel tempo.

Perché le frequenze si possono spegnere. I ricordi no.

Michele Trombetta




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