Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l’ok della Procura generale, all’affidamento in prova ai servizi sociali per Alberto Stasi, che così può uscire dal carcere dopo circa 10 anni e mezzo. Era entrato a Bollate nel dicembre 2015 e da poco più di un anno era in semilibertà, ossia doveva rientrare nella casa di reclusione la sera. Condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrà scontare gli ultimi circa due anni di pena con la misura alternativa al carcere.
Bollate, i detenuti spiazzano i giornalisti: “Stasi non è qui, è a casa”
Sabato mattina, parcheggio del carcere di Bollate. I giornalisti assiepati fin dalle prime ore davanti all’ingresso dell’istituto vengono avvicinati da alcuni detenuti in uscita per recarsi al lavoro. Il messaggio è lapidario: “Cosa aspettate qua davanti? Stasi non è qui ma a casa in licenza, fino a domenica sera non torna, qui perdete tempo”. La circostanza viene confermata anche da un agente della polizia penitenziaria. Alberto Stasi, 42 anni, condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione per l’omicidio di Chiara Poggi, è già fuori. Non ancora libero in senso giuridico, ma a tutti gli effetti lontano dalle sbarre, in attesa che la magistratura di sorveglianza compia il passo definitivo.
L’udienza segreta e il parere favorevole
Nel pomeriggio di venerdì 12 giugno, in un’aula tenuta nascosta ai giornalisti all’interno del Palazzo di giustizia di Milano, si è celebrata l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza. A presiederla il presidente Marcello Bortolato. Stasi ha risposto alle domande – poche, come da prassi in questo tipo di procedimenti – legate alla sua vita in carcere, al lavoro esterno, ai comportamenti tenuti dopo l’ottenuta semilibertà nell’aprile 2025. La sua presenza fisica in aula, secondo chi segue il procedimento, ha avuto un peso non trascurabile nella valutazione complessiva.
La sostituta procuratrice generale Valeria Marino, della procura diretta da Francesca Nanni, ha espresso parere favorevole motivandolo con la buona condotta tenuta da Stasi in questi anni, con le relazioni positive dell’area educativa del carcere di Bollate e con il comportamento tenuto dopo la controversa intervista televisiva a Le Iene del marzo 2025, realizzata poco prima di ottenere la semilibertà. Il Tribunale si è quindi riservato di decidere dopo la camera di consiglio: l’ordinanza dovrebbe essere depositata entro cinque giorni.
Va detto che, anche se formalmente l’inchiesta in corso a Pavia non è entrata nel procedimento davanti al Tribunale di Sorveglianza, in aula vi sono stati riferimenti a questi mesi particolarmente densi sul piano mediatico e alle attese legate a una possibile riscrittura della vicenda. La procuratrice Nanni sta studiando le carte trasmesse dai magistrati pavesi: se ne parlerà, prevedibilmente, dopo la fine dell’estate.
La vicenda di Alberto Stasi
Dal 2015 Stasi è detenuto a Bollate, per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, nel Pavese. Condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione, ne deve ancora scontare soltanto due. Dietro di lui, 548 settimane di detenzione. Al suo fianco, costantemente, la madre Elisabetta e la storica legale Giada Bocellari, che della dimostrazione della sua innocenza ha fatto una missione oltre che una professione, resistendo alle condanne in terzo grado e alle bocciature di un’istanza di revisione e di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, come riporta il Corriere della Sera.
Dal 2023 esce ogni giorno dal carcere per lavorare all’esterno, rientrando in istituto in serata. Il suo impiego è presso uno studio nel centro di Milano, dove svolge mansioni amministrative e contabili. Un percorso di reinserimento graduale che, sul piano normativo, porta quasi automaticamente alla misura successiva. Il parere favorevole della procura generale, unito ai tempi residui di pena e ai benefici già progressivamente concessi – prima il lavoro esterno, poi la semilibertà – configura quello che gli addetti ai lavori descrivono come una sorta di automatismo verso l’affidamento in prova ai servizi sociali.
Nuova vita lontano da Garlasco
Secondo quanto anticipato da La7, Stasi non tornerà a vivere nel paese che porta il peso simbolico della vicenda giudiziaria. Prenderà in affitto una casa nell’hinterland milanese, vicino agli zii. Con sé porterà solo i vestiti, avendo scelto di lasciare alcuni beni personali – un frigorifero e un ventilatore – ai compagni di cella con cui ha condiviso oltre un decennio di reclusione. Un gesto che, al di là del valore materiale, suona come una chiusura definitiva con quel capitolo di vita, insieme ai saluti al direttore Giorgio Leggieri e al responsabile dell’area educativa Giorgio Bezzi, come scrive il quotidiano di via Solferino.
Lo attende una routine tutta da costruire, con un sapore insieme inedito e antico: diverso persino da quello della vita anteriore al 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi era viva e i progetti comuni ancora intatti.
Il nodo della revisione del processo
L’eventuale concessione dell’affidamento in prova non ha alcun collegamento con la richiesta di revisione del processo, che la difesa di Stasi non ha ancora formalmente presentato. Si tratta di due binari distinti: uno penale-esecutivo, l’altro – eventuale – di riapertura del merito. Per la legge Stasi è, e rimane, il colpevole del delitto di Garlasco, e lo sarà fino all’eventuale intervento di un giudizio di revisione. Il suo legale ha precisato che al momento il suo assistito non è “né formalmente né sostanzialmente un uomo libero”. Se lo diventerà da semplice ex detenuto o da innocente riconosciuto, è la domanda che in molti si pongono.
Cosa succede ora
Una volta depositata l’ordinanza, passaggio atteso entro i prossimi giorni, Stasi potrà raccogliere i propri effetti personali e lasciare definitivamente il carcere di Bollate, avviando un programma di reinserimento controllato.
Vent’anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco – che ha diviso l’opinione pubblica italiana più di qualsiasi altro processo degli ultimi decenni – si avvia verso una nuova fase. Silenziosa, burocratica, lontana dai riflettori. Come quella mattina davanti a Bollate, quando a dare la notizia non sono stati i legali né i magistrati, ma i compagni di cella che andavano a lavorare.
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redazione@ilgiornale-web.it (Ignazio Riccio)
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