La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione


Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.


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 Andrea Fioravanti

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