quali sono e quale scegliere


Prevenire è meglio che curare, si sa, ma le parole futuro e pensione evocano scenari talmente incerti che ogni scelta richiede la massima prudenza. Il 2025, intanto, ha sorriso a tutti coloro i quali hanno scelto di investire nei fondi di previdenza complementare. Numeri positivi per tutte tipologie di comparto delle forme pensionistiche complementari sono stati registrati da Covip nella relazione annuale, appena presentata. Ecco quali sono le principali forme di pensione integrativa, quando e a chi conviene aprirli.

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Pensione integrativa, quali sono i principali fondi di previdenza complementare

I principali fondi di previdenza complementare si dividono in tre categorie principali: fondi negoziali (chiusi), fondi aperti e PIP (Piani Individuali Pensionistici). I fondi negoziali sono riservati ai lavoratori di specifiche categorie o aziende e sono istituiti tramite contratti collettivi. Offrono i costi di gestione più bassi in assoluto. Fonte (per i lavoratori del commercio, turismo e servizi); Cometa (per i lavoratori dell’industria metalmeccanica); Fondapi (per i lavoratori delle piccole e medie imprese); Previmoda (per i lavoratori del settore tessile e abbigliamento).

I fondi aperti sono accessibili a chiunque (lavoratori dipendenti, autonomi, liberi professionisti e persino non occupati) e sono istituiti da banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio (SGR);

I piani individuali pensionistici (PIP) sono contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziali. Possono essere sottoscritti individualmente e sono altamente personalizzabili, sebbene a volte presentino costi leggermente superiori rispetto ai fondi aperti.

Le forme pensionistiche operanti in Italia oggi sono 273: 33 fondi negoziali, 38 fondi aperti, 71 piani individuali pensionistici (Pip) e 131 fondi pensione preesistenti. Per effetto del consolidamento del settore il numero delle forme è in calo da oltre vent’anni. Infatti, segnala la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, rispetto al 1999 si è più che dimezzato, soprattutto per la riduzione dei fondi preesistenti, scesi da 618 a 131 unità. 

È aumentata, invece, la dimensione media dei fondi, rafforzando la capacità di risposta alle sfide richieste da scenari sempre più complessi. “In un contesto macroeconomico difficile, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e da un clima di elevata incertezza, il sistema della previdenza complementare continua a mostrare una sostanziale solidità”, ha commentato il presidente della Covip, Mario Pepe, illustrando alla Camera la relazione annuale della Commissione di vigilanza sui fondi pensione. 

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Fondo pensione, quale scegliere?

Per quanto riguarda le forme di previdenza complementare, la scelta ottimale di dipende dal proprio settore lavorativo, dall’età e dal profilo di rischio. Il fondo negoziale (chiuso) è quasi sempre la scelta migliore per il lavoratore dipendente che ha un CCNL poiché consentono spesso di beneficiare anche del contributo del datore di lavoro oltre a quello del dipendente, rendendoli una delle forme di previdenza complementare più convenienti. Per aderire è necessario verificare che il proprio settore o contratto preveda un fondo pensione negoziale e presentare la domanda di adesione secondo le modalità stabilite dal fondo. 

I fondi pensione aperti sono invece adatti a lavoratori autonomi, professionisti, dipendenti senza un fondo negoziale di riferimento o a chi desidera maggiore libertà nella scelta del gestore finanziario; l’adesione avviene direttamente tramite banche, società di gestione del risparmio o compagnie assicurative che li distribuiscono. 

I PIP (Piani Individuali Pensionistici), infine, sono prodotti previdenziali assicurativi pensati per chi cerca una soluzione individuale e flessibile, accessibile sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi; per sottoscriverli è sufficiente rivolgersi a una compagnia assicurativa o a un intermediario autorizzato. 

A conti fatti, la scelta tra fondo negoziale, fondo aperto e PIP, dovrebbe tenere conto della propria situazione lavorativa, dei costi, delle opportunità di contribuzione aggiuntiva e degli obiettivi di pensione integrativa nel lungo periodo. I costi si confermano competitivi per i fondi pensione negoziali: su un orizzonte temporale di dieci anni – spiega Covip – l’Indicatore Sintetico dei Costi (Isc) è pari allo 0,47%. L’Isc sale all’1,36% per i fondi pensione aperti e al 2,17% per i Pip (piani individuali pensionistici), prodotti per i quali gioca un ruolo rilevante la remunerazione delle reti di vendita.

Ecco perché sono i fondi negoziali e i fondi aperti a registrare i tassi di crescita superiori alla media: i primi contano 4,4 milioni di iscritti (+6,1% rispetto al 2024); i secondi sono 2,2 milioni (+8,7%). I Pip (Piani Individuali Pensionistici) nuovi contano 3,8 milioni di iscritti (+2,9%), mentre i fondi pensione preesistenti registrano 666mila aderenti.

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Quanto costa un fondo di previdenza complementare

La previdenza complementare è un sistema volontario di risparmio e investimento che si affianca alla pensione pubblica. Con i versamenti fatti ad un fondo pensione, è possibile costruire una rendita aggiuntiva che aiuta il lavoratore a mantenere un tenore di vita adeguato quando andrà in pensione.

Alla fine del 2025 le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano complessivamente a 262 miliardi di euro (+7,7% rispetto al 2024), soprattutto per la dinamica positiva dei mercati finanziari. Le risorse accumulate sono pari all’11,6% del Pil e al 4% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Secondo Covip, gli iscritti versanti nel 2025 sono 7,4 milioni, il 73% del totale (10,5 milioni). La contribuzione media di questi iscritti è di 2.990 euro. La quota più alta riguarda i lavoratori dipendenti (3.110 euro), che possono beneficiare anche dei flussi di Tfr, rispetto ai lavoratori autonomi (2.780 euro). 

L’importo esatto della pensione integrativa non è determinabile a priori, poiché dipenderà da quanti anni mancano alla pensione, dai rendimenti netti del fondo e dal coefficiente di trasformazione al momento del pensionamento. 

Ipotizzando un versamento di 3.000 euro l’anno, è possibile ottenere una stima affidabile considerando alcuni scenari basati sull’orizzonte temporale:

  • a 10 anni dalla pensione, con un capitale accumulato di circa 30.000 euro, si può ottenere una rendita vitalizia aggiuntiva stimata tra i 1.300 e i 1.800 euro lordi all’anno (circa 100-140 euro lordi al mese);
  • a 20 anni dalla pensione, versando la stessa cifra, il capitale salirebbe a circa 60.000 euro (al netto dei costi di gestione e al lordo dei rendimenti), generando una rendita annua stimata tra i 3.000 e i 4.000 euro lordi (circa 250-330 euro lordi al mese);
  • a 30 anni dalla pensione, con 90.000 euro o più di montante finale, la rendita annua potrebbe superare i 5.000- 6.500 euro lordi (circa 400-550 euro lordi al mese).

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L’identikit di chi sceglie la previdenza complementare e il gender gap

Prossimo al pensionamento, di sesso maschile e appartenente al ceto medio: è questo il profilo ricorrente di chi sceglie le forme pensionistiche complementari. La Commissione di vigilanza sui fondi pensione segnala squilibri nel livello di partecipazione alla previdenza complementare e conferma la presenza di un gender gap. Gli uomini, infatti, rappresentano il 61,2% degli iscritti, mentre le donne sono il restante 38,8%. 

“Il gender gap – si legge nella relazione – si conferma anche guardando all’importo della contribuzione versata: per le donne il contributo medio è del 16% inferiore a quello degli uomini. Nelle regioni del Nord e in alcune del Centro i contributi sono più elevati della media, si dimezzano in molte aree del Mezzogiorno”.

In base all’età, gli iscritti risultano concentrati nelle classi intermedie e più prossime al pensionamento. Il peso della componente più giovane (sotto i 35 anni) è tuttavia salita dal 17,5% del 2020 al 20,8% del 2025. Rispetto alle forze di lavoro, la partecipazione alla previdenza complementare continua a crescere, soprattutto nelle fasce più giovani (9,8 punti percentuali in più in cinque anni nella fascia d’età 15-34 anni). Quanto all’area geografica, il tasso di partecipazione supera la media nazionale nelle regioni settentrionali, dove si concentra il 57,3% degli iscritti. Valori più bassi, inferiori alla media, si registrano in gran parte delle regioni meridionali.


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 Patrizia Penna

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