«Senti, fammi un fischio quando stai per fare questa cosa, perché se possibile vorrei vedere lo streaming». Quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Trapani aprono il telefono sequestrato a un dodicenne di San Vito Lo Capo, non trovano soltanto le tracce di un progetto che avrebbe potuto trasformare una normale mattina di scuola in una tragedia. Trovano soprattutto un pubblico. In quella conversazione non c’è un ragazzino che fantastica da solo davanti a uno schermo. C’è qualcuno che non prova a dissuaderlo e che non gli dice di fermarsi. Pochi minuti dopo compare un’altra domanda: «Posso partecipare?». Finché non arriva il conto alla rovescia. «Quando pensi di farlo?». La risposta: «Cinque minuti da adesso». Con un casco da moto pieno di riferimenti ad autori di stragi nelle scuole americane e due coltelli. E il sospetto che qualcuno dovesse assistere all’azione in diretta.
Tutto si consuma in un gruppo Telegram composto, fino a pochi minuti dopo il fallimento del piano, da sei persone. Poi succede qualcosa che incuriosisce gli investigatori. L’account del dodicenne viene rimosso. Qualcuno lo cancella. Qualcuno, evidentemente, si preoccupa delle tracce. Nei verbali i carabinieri annotano che il contenuto della chat non è più visibile. E a quel punto l’inchiesta cambia perimetro. Non riguarda più soltanto il ragazzino siciliano. Riguarda chi gli stava attorno. Fra gli utenti, infatti, compare «Euno», un nickname già emerso in un’altra indagine aperta a oltre mille chilometri: a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove il 25 marzo scorso un tredicenne ha accoltellato la propria insegnante di francese, coincidenza, dopo aver lanciato una diretta Telegram. Un dettaglio che ritorna continuamente nelle storie della nuova criminalità minorile.
I ragazzi non sono più isolati. Hanno un pubblico. Hanno qualcuno che guarda e, talvolta, qualcuno che incoraggia. Anche a Taranto, del resto, la storia continua ben oltre il delitto. Il 9 maggio Bakari Sako, trentacinquenne maliano, sta attraversando la città vecchia spingendo la sua bicicletta. Sulla sua strada incrocia un gruppo di giovani. Dopo l’inseguimento scatta l’aggressione e, infine, le tre coltellate sferrate da un ragazzo di 15 anni. Nel fascicolo finiscono sei persone. Quattro sono minorenni. Poi compare un video su TikTok. Precede l’agguato solo di pochi istanti. Due dei ragazzi finiti nella ripresa sono coinvolti nell’inchiesta. Ma a colpire non sono tanto le immagini quanto la frase che accompagna il filmato: «Quello che non ti uccide, ti fortifica».
Per anni la violenza giovanile ha cercato di nascondersi. O almeno di non lasciare tracce. Oggi, invece, sembra voler fare l’esatto contrario. È molto visibile. Cerca riconoscimento. E pubblico. È una trasformazione che colpisce anche gli inquirenti. Perché mentre aumenta il bisogno di mostrarsi, diventa sempre più difficile comprendere la ragione di certi gesti. La scena del crimine appare sempre più visibile, il movente, al contrario, particolarmente opaco.
A Pavia, per esempio, l’omicidio di Gabriele Vaccaro colpisce non soltanto per la giovane età dell’accusato, un sedicenne, ma per l’assenza di un vero movente. Secondo la ricostruzione della Squadra mobile tutto sarebbe nato da una discussione per una fetta di pizza. Per la Procura si è tradotto in «futili motivi». Il ragazzo avrebbe estratto un cacciavite o un punteruolo e colpito il venticinquenne originario dell’Agrigentino che si era trasferito in Lombardia per lavorare. I «futili motivi» tornano anche a Casoria, dove un sedicenne è stato accoltellato mentre cercava di sedare una lite fra giovani. Ritornano ad Afragola, nell’inchiesta sull’omicidio della quattordicenne Martina Carbonaro, per la quale l’ex fidanzato Alessio Tucci è stato di recente rinviato a giudizio.
Si ripetono continuamente nelle cronache che hanno per protagonisti adolescenti armati. Sembra quasi che la violenza abbia progressivamente abbassato la propria soglia d’ingresso. Basta una discussione, un’offesa, una provocazione o un rifiuto. La sproporzione fra il motivo scatenante e la risposta violenta appare impressionante.
Come a Massa, dove in piazza Felice Palma, a pochi passi dal Municipio, Giacomo Bongiorni, 47 anni, muore dopo un’aggressione nata, secondo la ricostruzione investigativa, da un diverbio fra gruppi di giovani. Le telecamere avrebbero ripreso un primo contatto fisico, poi il pugno che lo avrebbe fatto cadere a terra e una successiva fase dell’aggressione, con ulteriori colpi inferti mentre la vittima era già a terra. Anche in questo caso la differenza tra il presunto motivo scatenante e le conseguenze finali appare impressionante. Due indagati sono maggiorenni. Ma c’erano anche tre minorenni. E, tra loro, anche un diciassettenne descritto negli atti come una promessa della boxe toscana.
A Casal del Marmo, tra i palazzi di via Villastellone 32, l’ultima lite sarebbe esplosa addirittura per la spazzatura. Ma dietro c’era un conflitto che, secondo chi vive nella zona, andava avanti da tempo. Da una parte Luca Di Vito, romano di 54 anni con precedenti per droga e altri reati, dall’altra un appena diciottenne colombiano incensurato armato di coltello. Un fendente alla gola. Mortale. A Palermo un sedicenne uccide un infermiere in pensione di 69 anni e poi si costituisce affermando che aveva subito un approccio sessuale.
Anche questa storia entra nelle statistiche. Ma letta accanto a Trapani, Taranto e Pavia racconta soprattutto un’altra cosa: l’età dei protagonisti continua a scendere. La sera del 27 maggio Gianluca Ibarra Silvera arriva alla stazione Certosa di Milano insieme al fratello e al cugino. Ha 22 anni. Secondo la ricostruzione investigativa viene circondato da un gruppo di circa dieci giovani (tra i quali con molta probabilità dei minorenni). Volano bottiglie. Compaiono coltelli. Partono i colpi. Uno dei fendenti recide l’arteria femorale. Gianluca morirà poco dopo. Gli aggressori fuggono salendo su un treno. Il fratello racconta agli investigatori di non conoscere nessuno di loro. Anche Gianluca, dice, non li aveva mai visti. Eppure il padre della vittima è convinto di avere riconosciuto uno degli aggressori: «Ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Una delle storiche gang di latinos. E infine aggiunge: «Questo è il loro territorio».
Quando pronuncia quella frase sembra quasi riportare Milano indietro di 20 anni, ai tempi delle pandillas latinoamericane che si contendevano stazioni ferroviarie, giardini pubblici e quartieri periferici. Gli inquirenti non sanno ancora se dietro quell’aggressione ci sia davvero una banda strutturata. Ma quella parola, territorio, continua a comparire spesso quando si prova a ricostruire la geografia della violenza giovanile. Le stazioni ferroviarie diventano punti di ritrovo. I sottopassi si trasformano in confini da attraversare o da difendere. Alcuni spazi urbani finiscono per assumere un valore simbolico che va ben oltre la loro funzione reale.
Il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, questi ragazzi li vede arrivare nei fascicoli da anni. Quando prende la parola all’inaugurazione dell’Anno giudiziario non usa formule prudenti. Davanti a lui ci sono otto procedimenti per omicidio, 40 per associazione camorristica, 468 per reati in materia di armi e perfino quattro per terrorismo. Perché accanto ai minori coinvolti nei reati più classici cominciano a comparire adolescenti intercettati per percorsi di radicalizzazione ideologica. È un fenomeno numericamente ancora contenuto, ma che gli investigatori osservano con crescente attenzione. Poi pronuncia una frase che ha l’aria di essere un’allerta: «I ferimenti e gli omicidi tra giovanissimi non erano mai stati così frequenti né così giovani gli autori e le vittime». Napoli continua a essere il laboratorio della criminalità organizzata minorile. Le vedette, i corrieri, i ragazzi arruolati dai clan. Giovani che spesso vengono coinvolti nella violenza criminale quando sono ancora adolescenti. Anche per le incursioni armate nei quartieri rivali, che rappresentano le manifestazioni più evidenti della violenza giovanile di matrice camorristica. «E quando un quindicenne entra in una dinamica criminale è la società intera a fallire», ha osservato Policastro.
A Catanzaro il procuratore generale, Giuseppe Lucantonio, osserva un fenomeno diverso e per certi aspetti ancora più difficile da spezzare. Parla di «aumento del coinvolgimento dei minori nelle attività criminali» della ’ndrangheta. E segnala la crescita dei procedimenti civili aperti per proteggere i figli dei clan mafiosi. Non sono ragazzi che entrano nella criminalità, ma che ci nascono dentro. È il lato ereditario del fenomeno. Quello che si trasmette all’interno delle famiglie e che rende più difficile distinguere il destino individuale dal contesto in cui si cresce.
Poi ci sono gli altri. Quelli che non hanno un’organizzazione alle spalle. E che arrivano ai fascicoli delle Procure seguendo strade completamente diverse. Secondo il rapporto (Dis)Armati di Save the Children, nel 2014 i minori denunciati o arrestati per porto abusivo di armi erano 690. Dieci anni dopo sono quasi 2 mila. Gli omicidi e tentati omicidi passano da 102 a 193. Le rapine da 1.921 a 3.968. Le risse da 433 a 1.021.
Il fenomeno non cresce ovunque allo stesso modo. Alcune città sembrano funzionare come laboratori anticipatori della nuova violenza giovanile. I dati mostrano che il porto abusivo di armi tra i minorenni è aumentato in quasi tutte le aree metropolitane italiane, ma con accelerazioni particolarmente significative a Milano e a Roma.
I numeri raccontano una crescita della violenza. Che si sviluppa nelle metropoli in modo diverso. Gli psichiatri forensi provano a raccontarla questa trasformazione. Secondo la Società italiana di psichiatria e psicopatologia forense, gli omicidi commessi da minori sarebbero passati da 14 a 35 in un anno (+150%). Oggi rappresenterebbero circa il 12% del totale degli omicidi. Gli specialisti parlano di disagio, fragilità relazionali, assenza di figure adulte, dinamiche di gruppo, droghe sintetiche e poly-drug use. Descrivono una violenza che sempre più spesso sfugge alle categorie tradizionali. Una violenza che non nasce necessariamente dentro un’organizzazione criminale e che, proprio per questo, diventa più difficile da prevedere. Anche gli istituti penali minorili registrano il cambiamento. Le presenze sono aumentate di oltre il 30%. Crescono gli ingressi legati alle misure cautelari. Crescono i ragazzi che entrano nel circuito penale ed escono dalla scuola. «I miei principali bersagli sono tre sprovveduti musulmani nella mia classe, un altro immigrato musulmano in un’altra classe e una ragazza nera, non so però che classe frequenti», anticipava in chat il ragazzino di San Vito Lo Capo dopo aver citato anche due suprematisti responsabili di massacri compiuti «per difendere la razza bianca» e riprendendo i deliri ideologici che avevano accompagnato quelle azioni. Poi, però, non ha colpito i suoi compagni, bensì il professore che l’ha bloccato in tempo.
Ma dopo un lungo ragionamento che il dodicenne aveva già condiviso sulle conseguenze penali del suo piano: «Teoricamente io vorrei essere ritenuto penalmente responsabile, ma in Italia i minori di 14 anni non possono essere trattenuti in un Tribunale penale». Dall’altra parte arriva una risposta secca: «Abbastanza giusto». Poi il ragazzino continua, quasi come se osservasse se stesso dall’esterno: «Secondo la legge italiana il cervello di un minore di 14 anni non si è letteralmente sviluppato abbastanza per comprendere le proprie azioni». La sua cinica consapevolezza deve aver impressionato anche gli inquirenti. Sulla soglia d’età per l’imputabilità di un minorenne c’è chi sta già ragionando.
In Svezia, Paese travolto dal reclutamento dei minorenni da parte delle gang criminali, il governo ha proposto di abbassare l’età della responsabilità penale da 15 a 13 anni per i reati più gravi, compresi omicidi e attentati, con voto parlamentare atteso a giugno. Una scelta contestata ma rivelatrice: quando i ragazzini diventano manovalanza criminale o progettano la violenza – sapendo già dove finisce il Codice penale – bisognerebbe chiedersi se le vecchie soglie siano ancora attuali. «Ti ucciderai dopo?», chiedono ancora in chat al dodicenne di San Vito Lo Capo. «No», risponde lui aggiungendo che sarebbe un gesto «contro la religione cristiana». Poi, però, aggiunge un’ultima frase: «Probabilmente verrò solo mandato in un istituto psichiatrico per qualche tempo». La prova che la paura delle conseguenze, ora, non rappresenta più un vero deterrente.
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Fabio Amendolara
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