Carceri, la sfida del sovraffollamento: le riforme necessarie per un sistema a misura d’uomo


Quali misure per cercare di decongestionare le carceri? Occorre pensare a dei rimedi che siano innanzitutto strutturali. Primo tra tutti, un serio intervento di edilizia penitenziaria, attraverso una riqualificazione degli spazi esistenti sulla base di una progettazione conforme alla finalità rieducativa della pena.

Non occorrono, quindi, semplicemente nuovi contenitori, ma strutture che siano realmente a misura d’uomo: luoghi in cui vi sia spazio per il lavoro, quale stimolo per restituire dignità e speranza ai detenuti; in cui le opportunità di reinserimento passino attraverso percorsi di formazione e crescita personale; in cui gli incontri con le famiglie siano agevolati, così da non mortificare l’affettività e il bisogno relazionale che caratterizza ogni essere umano. Le carceri devono essere, insomma, luoghi in cui l’educazione, la cultura e il rapporto umano siano parte integrante del percorso detentivo.

Del resto, la realizzazione di carceri “a misura d’uomo” rappresenta un efficace strumento non solo per prevenire proteste e rivolte interne, ma anche per investire sulla prevenzione, al fine di ridurre il ricorso allo strumento repressivo, nella consapevolezza che solo un ambiente dignitoso può contribuire a ridurre le tensioni e favorire percorsi di recupero.

Posto ciò, deve essere accolto con favore l’impegno del Ministero della Giustizia volto all’ampliamento della capienza delle carceri entro il 2027. Nel dettaglio, il programma del Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, adottato con d.P.C.M. del 9 luglio 2025, mira alla creazione di oltre 10 mila nuovi posti letto nel triennio 2025/2027.

Sennonché, anche laddove venissero realizzati tutti i circa 10 mila posti preventivati, il problema del sovraffollamento non sarebbe del tutto risolto, poiché i detenuti in esubero sono più di 17.000.

Occorre poi intervenire sul fronte più squisitamente processuale, atteso che il ricorso frequente, talvolta eccessivamente disinvolto, all’applicazione delle misure cautelari personali, e in particolare della custodia cautelare in carcere già durante la fase delle indagini preliminari, concorre ad aggravare il problema.

Non sono, infatti, rari i casi in cui la carcerazione preventiva si rileva sproporzionata rispetto all’esito finale del giudizio, sia perché quest’ultimo può concludersi con una sentenza di assoluzione, sia perché, anche in caso di condanna, l’imputato risulta spesso beneficiario della sospensione condizionale della pena.

L’utilizzo distorto della custodia preventiva comporta, inoltre, conseguenze gravi tanto sul piano personale, incidendo sulla libertà dell’indagato, quanto sul piano istituzionale, potendo determinare la condanna dello Stato all’indennizzo per ingiusta detenzione. Senza trascurare che ciò alimenta la progressiva sfiducia dei cittadini nella giustizia.

Su questo versante si impone una rimeditazione del sistema processuale, nel senso di una migliore attuazione della garanzia costituzionale della presunzione di innocenza. Sul piano cautelare, in linea con l’impianto del sistema processuale accusatorio, la presunzione opera come divieto di anticipare, in qualsiasi forma, la sanzione penale. Nel pieno rispetto di questo principio e dei criteri di adeguatezza, proporzionalità e gradualità sanciti dall’art. 275 c.p.p., il ricorso alla custodia in carcere dovrebbe, pertanto, costituire una extrema ratio cui ricorrere soltanto nel caso di inadeguatezza di qualunque altra misura cautelare.

In ragione di ciò, appare altresì necessario dare concreta attuazione al principio di sussidiarietà della sanzione penale e temperare il carattere repressivo del sistema sanzionatorio penale.

In altri termini, persistere in una visione “carcero-centrica” della pena non solo non garantisce risultati migliori sotto il profilo della prevenzione generale e speciale, ma ostacola anche la complessiva funzionalità del sistema, aggravando la già esistente situazione di sovraffollamento carcerario.

Sempre in un’ottica volta a trovare delle soluzioni, il Governo ha di recente presentato un disegno di legge volto all’introduzione di una nuova forma di detenzione domiciliare terapeutica per autori di reato tossicodipendenti e alcoldipendenti, che devono scontare una pena detentiva non superiore a 8 anni (o a 4 anni per i reati ostativi ex art. 4-bis ord. pen.), da eseguirsi in strutture residenziali di tipo terapeutico.

Su questo piano, il rapporto tra l’eccessiva pressione detentiva e la tutela della salute assume rilievo con riferimento ai casi di detenuti affetti da patologie gravi, per i quali il ricorso a percorsi esterni potrebbe contribuire sia a garantire cure più adeguate sia ad alleggerire il sovraccarico del sistema penitenziario.

Una prospettiva concreta di miglioramento non può, poi, prescindere dalla necessità di incrementare le risorse, soprattutto sotto il profilo del personale amministrativo e della magistratura, al fine di garantire una gestione più efficace e tempestiva dei procedimenti, nonché delle complesse dinamiche connesse all’esecuzione della pena. Sarebbe, infatti, un errore pretendere di migliorare le condizioni dei detenuti senza migliorare quelle del personale penitenziario.

In questo senso, risulta fondamentale investire nella formazione, assicurando gli strumenti necessari per affrontare con competenza e sensibilità le complessità del sistema.

Di fronte a un quadro così allarmante, non è più possibile limitarsi a interventi emergenziali o meramente palliativi. Le criticità del sistema penitenziario, con specifico riguardo al sovraffollamento carcerario, possono essere superate solo attraverso un intervento sinergico di tutti gli attori istituzionali. Occorre, invero, che CSM, Ministero della Giustizia e DAP operino in modo coordinato, al fine di trovare soluzioni condivise alle problematiche connesse alla funzionalità degli uffici di sorveglianza, all’esecuzione della pena e, soprattutto, alla tutela dei detenuti e degli internati.

Si impone una riforma tanto normativa quanto culturale: da un lato, il carcere deve

tornare a rappresentare una extrema ratio; dall’altro, gli istituti penitenziari devono evolvere in luoghi effettivamente orientati alla rieducazione e al reinserimento sociale.

Bernadette Nicotra, membro togato del CSM


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 redazione@ilgiornale-web.it (Bernadette Nicotra)

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