Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno con Spazio pubblico, Elisabetta Gualmini in Azione, Marianna Madia con Italia Viva, Lia Quartapelle e Simona Malpezzi rimaste nel Partito democratico – si siedono allo stesso tavolo sotto un titolo che è quasi un programma: “C’è ancora domani”. Mario Lavia, che su Linkiesta quell’incontro ha contribuito a sollecitare, ne coglie la vitalità ma anche il rischio: sul merito dicono quasi le stesse cose, eppure restano divise da una frattura tattica che lui chiama «non ricomponibile», tra chi vuole stare nel campo largo e chi equidistante dai due poli. E avverte: è l’ultimo tram.
C’è un prezzo, in questa divisione, che si paga ancora prima delle urne. Quando l’elettore vede più forze che dicono le stesse cose ma si presentano separate, non ne deduce ricchezza di offerta: ne deduce che non fanno sul serio. Capisce che a tenerle divise non sono le idee (quelle coincidono) ma qualcosa che con le idee non c’entra, e allora smette di ascoltare il merito: vota utile, ripiega sul male minore, o non vota affatto. La frammentazione non disperde soltanto i voti per via aritmetica; brucia la credibilità prima ancora del conteggio.
Ha ragione su tutto, tranne forse su quella parola. Perché la divisione, oggi, non è di principio: è di orgoglio. E l’aritmetica la punisce senza appello. Con lo Stabilicum in arrivo e il premio di coalizione, chi corre da solo viene schiacciato, e i due poli viaggiano appaiati poco sotto il quarantacinque per cento, separati da meno di un punto. Il centrosinistra senza l’area riformista perde: la differenza tra vincere e perdere, per quel campo, è esattamente la quota riformista. Lo ha detto Matteo Renzi a Trento («senza di noi perdono, è una questione di aritmetica») e ha ragione. Ma una quarta gamba da sola non basta: servono tutte e quattro le strade, e serve che diventino una gamba sola. Lo abbiamo già imparato a nostre spese: nel 2024, alle europee, Stati Uniti d’Europa e Azione corsero separate, entrambe sotto la soglia del quattro, entrambe fuori dal Parlamento europeo. Insieme sarebbero entrate. Lo aveva spiegato bene Benedetto Della Vedova: che senso ha dividersi, se poi gli eletti finiscono comunque nello stesso gruppo? Nessuno. Lo si sapeva, e ci si divise lo stesso.
Ecco perché il 25 giugno può essere più di un convegno: può essere il giorno di un gesto. Resta, certo, il nodo delle ruggini personali, che nessun ragionamento aritmetico scioglie da solo. Ma c’è una misura a cui riportarle, e la richiamo da tempo. Nelson Mandela, dopo ventisette anni di carcere, si sedette al tavolo con de Klerk, l’uomo che incarnava il regime che lo aveva privato della libertà, e ne fece il suo vicepresidente, perché il bene del Sudafrica veniva prima del suo legittimo rancore. «Per fare la pace con un nemico bisogna lavorare con quel nemico, e quel nemico diventerà il tuo socio», diceva. Se quella riconciliazione fu possibile lì, tra chi aveva sofferto l’apartheid e chi lo aveva amministrato, è difficile accettare che dei riformisti che condividono lo stesso programma non sappiano sedersi allo stesso tavolo per antipatie reciproche.
Il gesto, dunque, è questo, ed è dirompente: non l’ennesima foto di gruppo, non un altro documento d’intenti, e nemmeno l’ennesimo contenitore perché ne nascono già troppi, l’ultimo tre giorni fa con il partito dei sindaci di Onorato, altra sigla nello stesso spazio già affollato. Il gesto è l’impegno pubblico e congiunto dei leader riformisti a fare, tutti nello stesso istante, lo stesso passo indietro. Nessuno il leader per diritto di sondaggio; tutti pronti ad affidarsi a una figura di garanzia: un federatore che non sia in competizione con nessuno, che non ambisca a Palazzo Chigi, il cui unico compito sia tenere insieme il patto e arbitrare le tensioni. Non un leader da incoronare, ma un garante da riconoscere: è la differenza che fece la fortuna dell’Ulivo, e la sua assenza la rovina di tutto ciò che venne dopo.
Qualcosa, di recente, si è mosso: più di un leader ha lasciato intendere di essere pronto a contare meno, a stare in panchina, pur di non consegnare il Paese a un’altra stagione di destra. È il punto di partenza giusto. Ma un passo indietro annunciato da uno solo è un gesto magnanimo che non vincola nessuno; diventa politica soltanto quando è reciproco, simultaneo, verificabile. C’è chi obietterà che un nuovo Romano Prodi non si trova per decreto, e ha ragione: ma il punto non è clonare un uomo, è recuperarne la funzione, quella di chi sta sopra le parti proprio perché non gioca la loro stessa partita. Servirà individuare chi sappia incarnare questa postura, e non è detto sia il più votato o il più noto: è chi gli altri sono disposti a riconoscere senza sentirsi sconfitti. Quel riconoscimento – io rinuncio a essere il capo, tu rinunci, ci affidiamo a chi può tenerci insieme – costa a ciascuno una porzione di orgoglio e rende a tutti la possibilità di vincere.
Vale per tutti, a cominciare dai liberali del centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin, gli Europeisti riuniti al Parenti il 15, che di questa cultura sono tra le voci più competenti e che proprio per questo sarebbero indispensabili. La loro coerenza europeista è fuori discussione; ma una coerenza che, frazionata, non elegge nessuno, e unita potrebbe spostare il Paese, chiede di essere messa in comune. Il modello, del resto, esiste già e funziona: è Renew Europe, il gruppo che a Strasburgo riunisce liberali di provenienze diverse facendoli votare uniti, senza che nessuno sciolga il proprio simbolo. Chiamiamolo il Patto di Strasburgo: non un nuovo partito, ma un patto di disciplina comune tra forze che restano distinte, vincolate solo sui contenuti non negoziabili, l’ancoraggio europeo e atlantico, un welfare che accompagni le transizioni invece di risarcirle con i bonus, una politica industriale ed energetica seria. E non è teoria lontana: proprio in queste settimane Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le protagoniste sia dell’incontro del 15 sia di quello del 25 a Milano, è entrata nel gruppo Renew, a riprova che la strada è già praticabile e qualcuno ha cominciato a percorrerla.
E la posta non è una sigla, ma il Paese. Nella prossima legislatura si eleggerà il successore di Sergio Mattarella: la più alta carica dello Stato non può diventare il bottino di una maggioranza sbilanciata sul proprio fianco più estremo. E c’è una corsa contro il tempo che il 2024 non conosceva: la rivoluzione tecnologica ridisegna interi mestieri a una velocità che non concede secondi tempi, e chi non costruirà per tempo gli strumenti di protezione e riqualificazione lascerà sole centinaia di migliaia di persone. Una divisione riformista, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i nodi sono un blocco unico, non si protegge il lavoro senza politica industriale, non c’è industria senza energia e competenze, niente di tutto questo si fa fuori dall’Europa, e lo stesso vale per chi dovrebbe portarli in Parlamento. Tutto si tiene, o niente regge.
Le quattro strade ci sono, il modello pure, e ha persino un nome. Manca un gesto solo: che ciascuno faccia, nello stesso istante, un passo indietro, e riconosca chi può tenere insieme gli altri. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, c’è ancora domani per compierlo, ma il tram, questa volta, non ne lascia passare un altro.
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Paolo Costanzo
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