La nuova partita tra Stati e Big Tech


C’è un momento, quando si guarda un bambino correre verso il mare, in cui anche il genitore più liberale sente il bisogno di alzarsi dalla sdraio. Non perché voglia impedirgli di nuotare, ma perché ha finalmente capito che l’acqua non è un tappeto azzurro, ma un ambiente. Ha correnti, profondità, meduse e, ogni tanto, qualcuno che con il gommone decide di passare troppo vicino alla riva.

Qualcosa di simile sta accadendo con l’intelligenza artificiale. Per anni abbiamo lasciato che il digitale crescesse come una città edificata di nascosto: strade, ponti, piazze, quartieri interi costruiti da soggetti privati mentre gli Stati guardavano, spesso con l’aria di chi pensa che basti arrivare all’inaugurazione per mettere una targa. Poi ci siamo svegliati dentro quella città e abbiamo scoperto che lì passano il denaro, le relazioni, la politica, la guerra, la scuola, la sanità, la memoria e una parte non trascurabile della nostra identità. A quel punto il taglio del nastro era già avvenuto da un pezzo.

Ora il Leviatano Inquieto, come definisco lo stato nel mio ultimo libro “Guerre diffuse”, sembra non voler ripetere l’errore. Negli Stati Uniti, almeno stando alle ultime notizie, Trump firma provvedimenti che rifiutano regolazioni considerate troppo pesanti, ma al tempo stesso rivendicano centralità federale, supremazia americana, sicurezza nazionale e uso strategico dell’IA in ambito militare e di intelligence. Dall’altra parte, alcuni senatori democratici propongono paletti sull’uso militare: niente macchine chiamate a decidere da sole il lancio di armi nucleari, niente sorveglianza domestica di massa, niente forza letale autonoma senza autorizzazione umana. Insomma, due musiche diverse, ma suonate nello stesso teatro: lo Stato è tornato in sala e non intende più restare in piedi vicino all’uscita.

Naturalmente non dobbiamo confondere questo ritorno con una conversione mistica alla prudenza. Non siamo davanti a un sovrano che si è improvvisamente ricordato dei diritti dei sudditi mentre accarezza il gatto davanti al camino. Siamo al cospetto di un potere che ha compreso una cosa molto più semplice: l’IA non è soltanto un settore industriale, è una leva di comando. Chi controlla i modelli, i dati, le infrastrutture, i chip, le regole di accesso e gli usi militari non è padrone di un mercato, ma di una parte della realtà o almeno della sua rappresentazione operativa, che nella società dell’informazione è quasi la stessa cosa, solo con più server e meno poesia.

La differenza rispetto al digitale delle origini è anche estetica. Internet, per molti anni, è sembrata una faccenda da smanettoni, adolescenti, pubblicitari entusiasti e aziende con nomi simpatici. L’intelligenza artificiale invece entra in scena con un costume più teatrale: scrive, parla, disegna, consiglia, classifica, riconosce, simula. Non resta nascosta dietro innocue icone e questo la rende più comprensibile e quindi più inquietante. Un algoritmo che ottimizza la pubblicità può apparire noioso; un sistema che suggerisce un bersaglio militare, valuta un rischio o partecipa alla produzione di decisioni pubbliche diventa improvvisamente materia da gabinetto di crisi.

Il punto vero, però, non è se lo Stato voglia rientrare in partita perché questo sembra abbastanza chiaro. La questione è se le grandi piattaforme tecnologiche siano ancora semplici giocatori o siano diventate proprietarie dello stadio, dei tornelli e forse anche del tabellone luminoso. Negli ultimi vent’anni le big tech, oltre al denaro, hanno accumulato infrastruttura, competenze, dati, capacità di calcolo, dipendenza collettiva e un’enorme influenza sulle abitudini quotidiane. Chiamarle aziende è corretto sul piano giuridico, ma insufficiente sul piano politico. Sono poteri privati con effetti pubblici e se una volta li avremmo definiti fornitori; oggi, in certi casi, somigliano più a signorie digitali.

Per questo la domanda “cederanno?” è formulata male, anche se comprensibile. Non si tratta di immaginare una resa con bandiera bianca e verbale di consegna. Più probabilmente assisteremo a una lunga trattativa, fatta di regolazioni leggere, cooperazioni volontarie, eccezioni per la sicurezza nazionale, contratti pubblici, standard tecnici e qualche utile dichiarazione sul bene dell’umanità. Lo Stato ha bisogno delle imprese perché non possiede la macchina e le imprese hanno bisogno dello Stato perché nessuna macchina, per quanto potente, vuole ritrovarsi senza licenza, senza energia, senza appalti, senza protezione geopolitica e con troppi giudici alla porta. Sarà meno una battaglia campale e più una “cena di famiglia” in cui tutti sorridono, mentre sotto il tavolo si tirano calci.

Il prezzo, allora, potrebbe essere quello di una sovranità condivisa, di un’opacità tollerata, di una responsabilità distribuita fino a diventare, nei casi peggiori, irriconoscibile. Quando, poi, qualcosa andrà storto, il gioco antico sarà sempre lo stesso: la politica dirà che si è affidata agli esperti, le aziende affermeranno di avere rispettato le indicazioni, i tecnici sosterranno che il sistema funzionava secondo parametri approvati, e il cittadino scoprirà di essere stato, come spesso accade, il collaudatore finale. Gratis, naturalmente; anzi, pagando l’abbonamento.

Non c’è da invocare il panico e nemmeno da aspettare il salvatore. La questione è più sobria e più difficile: servono regole che non siano teatro, controlli che non siano burocrazia ornamentale, responsabilità che non evaporino appena compare la parola “innovazione”. L’IA non va fermata come non si ferma una centrale elettrica perché l’alta tensione è pericolosa. La si progetta, la si isola, la si sorveglia, si decide chi può entrare nella sala di controllo e soprattutto si stabilisce chi risponde quando qualcuno prende la scossa.

Forse il Leviatano Inquieto ha finalmente capito che il digitale non è più un giocattolo lasciato in salotto, ma l’impianto elettrico della casa. Resta da vedere se saprà governarlo o se si limiterà a discutere con chi possiede l’interruttore generale. Il potere, oggi, non sta solo in chi decide dove andare: ma anche chi in quel luogo ti può portare.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Alessandro Curioni

Source link

Di