Il mito del libero mercato: il piano strategico della Cina e la pericolosa passivitΓ dell’Europa
Il drammatico campanello d’allarme di Draghi: l’industria europea ha ancora una possibilitΓ ?
La competizione economica globale Γ¨ entrata in una nuova, implacabile fase, e l’Europa rischia di rimanere indietro per sempre. Mentre la Cina, con una politica industriale strategicamente solida, un massiccio sostegno statale e chiari piani quinquennali, sta rimodellando il mercato mondiale in settori chiave come l’energia solare e l’elettromobilitΓ , l’Unione Europea rimane impantanata in una pericolosa paralisi istituzionale. Accecato da un dogma del libero scambio in parte obsoleto e ostacolato da infiniti ostacoli burocratici, il continente preferisce dibattere sulla legittimitΓ teorica della politica industriale piuttosto che plasmarla attivamente nella pratica. Il risultato amaro: nella competizione asimmetrica con il capitalismo di Stato cinese, il libero mercato si sta rivelando sempre piΓΉ un tallone d’Achille, che Γ¨ giΓ costato all’Europa centinaia di migliaia di posti di lavoro. L’analisi che segue svela senza mezzi termini perchΓ© misure puramente difensive come i dazi punitivi siano inefficaci e perchΓ© il vero problema di fondo non sia la Cina, bensΓ¬ la mancanza di volontΓ politica dell’Europa. Γ giunto il momento di un radicale riorientamento della nostra politica di localizzazione, prima che la finestra di opportunitΓ per una rinascita industriale europea si chiuda per sempre.
Burocrazia al posto della strategia: perchΓ© le aziende voltano le spalle all’Europa come sede per le proprie attivitΓ
La dura veritΓ sulla nostra economia: perchΓ© i dazi doganali non possono piΓΉ salvarci
Il conflitto commerciale tra Europa e Cina viene spesso discusso nel dibattito pubblico in termini di deterrenza reciproca: dazi contro dazi, sussidi contro cause legali, restrizioni contro dazi di ritorsione. Questa impostazione, tuttavia, non coglie il vero problema: la Cina non Γ¨ il problema strutturale che l’Europa deve risolvere. Il problema strutturale Γ¨ l’Europa stessa. PiΓΉ precisamente: Γ¨ la radicata incapacitΓ o la mancanza di volontΓ politica di rappresentare i propri interessi industriali con la stessa coerenza che altre regioni economiche danno per scontata da decenni.
Almeno dagli anni ’90, e intensificata e sistematizzata dal lancio del programma “Made in China 2025” nel 2015, la Cina ha perseguito una politica industriale coordinata dallo Stato, volta all’indipendenza tecnologica e alla leadership del mercato globale in settori chiave. L’UE, e la Germania in particolare, hanno a lungo resistito a una politica industriale classica, ideologicamente legata al dogma del libero mercato e alla convinzione ordoliberale che l’intervento statale nei processi di mercato sia intrinsecamente inefficiente. Questa contraddizione β un’Europa basata su regole e orientata al mercato che compete con un capitalismo di Stato gestito strategicamente β non Γ¨ nuova. Ma ha assunto una nuova, minacciosa dimensione.
La logica strategica della Cina: la crescita come interesse nazionale
Chiunque fraintenda la politica economica cinese, considerandola espressione di un’agenda espansionistica o addirittura imperialista, non coglie la logica interna del sistema. La Cina stessa Γ¨ sottoposta a un’enorme pressione economica. La crisi immobiliare, che per lungo tempo ha rappresentato un motore di crescita, non Γ¨ stata superata a livello strutturale. La domanda interna Γ¨ stagnante, l’economia Γ¨ sull’orlo della deflazione e la disoccupazione giovanile si attestava al 16,3% nell’aprile 2026, una cifra che rappresenta milioni di giovani senza adeguate prospettive di lavoro. Il paradosso dell’economia cinese nel 2025 Γ¨ stato rappresentato da un surplus commerciale record di quasi 875 miliardi di dollari, accompagnato da un crollo della domanda interna e da una diminuzione dei prezzi al consumo.
In questo contesto, l’aggressivo orientamento all’esportazione delle aziende cinesi non Γ¨ espressione di sete di potere, bensΓ¬ una strategia di sopravvivenza economica. Le imprese che non riescono piΓΉ a trovare vendite sufficienti nel surriscaldato mercato interno cinese cercano β con l’incoraggiamento e i sussidi statali β i mercati internazionali per ridurre la loro sovraccapacitΓ produttiva. Questa dinamica Γ¨ visibile nell’industria siderurgica, cosΓ¬ come nel settore solare, nella produzione di batterie e, sempre piΓΉ spesso, nei veicoli elettrici. Nel giugno 2026, l’OCSE ha esplicitamente messo in guardia contro un peggioramento della crisi globale dell’acciaio, derivante dalla sovrapproduzione sovvenzionata, originatasi principalmente in Cina.
Il 15Β° Piano quinquennale cinese per il periodo 2026-2030 prosegue su questa linea e si concentra esplicitamente sulla sovranitΓ tecnologica, ovvero sulla sostituzione della tecnologia straniera con sviluppi nazionali in settori quali semiconduttori, calcolo quantistico, intelligenza artificiale e tecnologie per le energie rinnovabili. Lo Stato non gestisce questo processo attraverso una rigida pianificazione centralizzata, bensΓ¬ tramite quella che gli osservatori definiscono “concorrenza controllata”: le imprese statali si confrontano in situazioni competitive controllate, generando guadagni di efficienza senza rinunciare al controllo statale. In quest’ottica, i mercati non sono un fine a se stessi, ma strumenti al servizio degli obiettivi di sviluppo statale.
La risposta europea: dibattito anzichΓ© decisione
Per lungo tempo, l’Europa ha reagito a questa sfida con quella che si potrebbe definire una paralisi istituzionale. Il dibattito normativo sulla legittimitΓ della politica industriale ha avuto un effetto paralizzante in Germania e in alcune parti dell’UE. Per decenni, l’interventismo statale Γ¨ stato bollato come un ritorno a obsolete errate politiche economiche. Le norme dell’Unione europea sugli aiuti di Stato, concepite come baluardo contro le distorsioni della concorrenza nel mercato interno, si sono rivelate un ostacolo strutturale a risposte coordinate in materia di politica industriale alle ondate di sussidi esterni.
L’ironia ideologica di questa situazione Γ¨ notevole: per decenni, l’evitamento di politiche industriali Γ¨ stato giustificato con l’argomentazione che i mercati liberi fossero piΓΉ efficienti dell’intervento statale. Ora si scopre che il risultato di questa fiducia nel libero scambio Γ¨ una competizione in cui il capitalismo di Stato strategicamente gestito sta guadagnando sistematicamente quote di mercato, lasciando le imprese europee senza protezione sotto la maschera dell’efficienza del mercato. Il libero mercato si sta dimostrando troppo debole per competere con il mercato strategico.
Sotto la pressione derivante da questa consapevolezza, la Commissione europea ha iniziato a riorientare la propria politica economica. Il Rapporto Draghi del settembre 2024, di oltre 300 pagine e redatto personalmente da Mario Draghi, ha diagnosticato senza mezzi termini la debolezza strutturale della competitivitΓ europea e ha raccomandato investimenti drastici in innovazione, infrastrutture e settori industriali strategici. Il rapporto richiedeva un intervento di tale portata da essere considerato da molti un vero e proprio cambio di paradigma nella politica economica europea. Nel marzo 2026, la Commissione europea ha presentato l’Industrial Accelerator Act, una legge volta a introdurre requisiti “Made in EU” per gli appalti pubblici e i programmi di finanziamento, con l’obiettivo di costruire catene di approvvigionamento resilienti nei settori strategici. L’ironia, tuttavia, rimane: mentre la Cina ha giΓ agito da tempo, l’Europa sta ancora definendo le condizioni alle quali potrebbe essere autorizzata ad agire.
Il settore solare come esempio da manuale di fallimento delle politiche industriali
Il settore solare Γ¨ forse l’esempio piΓΉ lampante di come l’ingenuitΓ delle politiche industriali europee possa causare danni gravi e potenzialmente duraturi. La Cina non solo ha sovvenzionato e abbassato i prezzi nel settore solare, ma, secondo gli esperti del settore, ha anche violato sistematicamente i diritti di brevetto e costretto i produttori europei di moduli a uscire dal mercato attraverso pratiche di dumping mirate. Il risultato: oltre 250.000 posti di lavoro nella produzione di moduli in Europa, una quota significativa dei quali nella sola Germania, sono andati persi. Entro il 2026, l’88% dei moduli fotovoltaici importati in Germania proverrΓ dalla Cina.
L’ironia della storia: la stessa espansione delle energie rinnovabili, considerata un obiettivo centrale della politica climatica europea e massicciamente sovvenzionata dalla Legge sulle Energie Rinnovabili (EEG), ha cofinanziato l’industria solare cinese, mentre i suoi concorrenti europei sono falliti. Per i produttori europei di pannelli solari, si Γ¨ trattato di una doppia sconfitta: hanno perso il mercato interno e, attraverso le tasse, hanno indirettamente finanziato l’instaurazione del dominio cinese sul mercato.
Il fatto che i responsabili politici non abbiano a lungo preso sul serio la strategia di espansione cinese nel settore automobilistico, non considerando la crisi del solare come un segnale di allarme strutturale, ha aggravato la situazione. La Commissione europea ha imposto dazi compensativi definitivi sui veicoli elettrici provenienti dalla Cina solo nell’ottobre del 2024, quando l’offensiva cinese sul mercato automobilistico europeo era giΓ in fase avanzata. E persino questa misura Γ¨ stata accolta con notevole scetticismo in Germania, poichΓ© molti produttori temevano che i dazi di ritorsione cinesi potessero danneggiare le loro esportazioni: un dilemma che esemplifica quanto profondamente l’economia tedesca dipenda dal mercato cinese.
Prezzi dell’energia, burocrazia ed erosione della base competitiva
Oltre alla passivitΓ in materia di politica industriale, l’Europa soffre di svantaggi competitivi strutturali in gran parte autoinflitti. I prezzi dell’energia per i consumatori industriali in Germania sono tra i piΓΉ alti al mondo. Nell’aprile 2026, il prezzo medio dell’elettricitΓ per le piccole e medie imprese industriali era di 16,7 centesimi di dollaro per kilowattora, un livello che rende i processi produttivi ad alta intensitΓ energetica fondamentalmente meno attraenti rispetto a localitΓ come la Cina, gli Stati Uniti o altre regioni energetiche. Il governo tedesco ha avviato una prima risposta con la sovvenzione del prezzo dell’elettricitΓ per l’industria a partire dal 2026, ma gli esperti la considerano, nella migliore delle ipotesi, una misura di contenimento dei danni, non una soluzione strutturale.
Il Green Deal dell’UE, che sulla carta incarna una visione di politica industriale, in pratica ha indebolito anzichΓ© rafforzare la competitivitΓ dell’industria europea in diversi settori. Normative climatiche piΓΉ severe, l’aumento delle imposte sulla COβ e una densitΓ di regolamenti senza precedenti a livello internazionale hanno influenzato le decisioni di investimento. Il progetto Northvolt a Heide, concepito come fiore all’occhiello della produzione europea di celle per batterie, esemplifica le difficoltΓ di tradurre ambiziosi obiettivi di politica industriale in realtΓ economica. Chiunque in Europa desideri investire in settori strategici del futuro si trova di fronte a un groviglio di procedure di approvazione, restrizioni sugli aiuti di Stato e incertezza normativa inaudita altrove.
Il confronto Γ¨ illuminante: la Cina, con il suo piano quinquennale, definisce chiare prioritΓ tecnologiche e mobilita le risorse statali per la loro attuazione. Gli Stati Uniti, con il loro Inflation Reduction Act, hanno lanciato un programma di reindustrializzazione da 370 miliardi di dollari. L’Europa Γ¨ ancora indecisa. Gli investimenti affluiscono dove la certezza della pianificazione e le condizioni economiche sono piΓΉ favorevoli, e questa competizione per gli investimenti Γ¨ reale.
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Β Konrad Wolfenstein
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