Nel fruscio delle lenzuola di seta, si mischiavano i sospiri del piacere e le maldicenti insinuazioni dei potenti del Terzo Reich che si detestavano l’un l’altro.
Gli ufficiali della Wehrmacht chiamavano Quasimodo il ministro della propaganda Joseph Goebbels per via di un piede che, camminando, tendeva ad allargarsi, facendolo zoppicare. Il ministro degli esteri Joachim von Ribbentrop era considerato “imbecille come un elefante”. E Wilhelm Canaris veniva sbeffeggiato dai suoi marinai secondo i quali – altro che ammiraglio – valeva «meno di un bucaniere».
Nella Berlino con la svastica, un bordello (di lusso) – al numero 11 di Giesebrechtstrasse, nel quartiere Charlottenburg – venne trasformato in una centrale di spionaggio. Era gestito da Katharina Schmidt la quale, riposte le sottane della prostituta attiva, si era riciclata nel ruolo di maîtresse.
La chiamavano – confidenzialmente – con il vezzeggiativo di Kitty per cui la sua casa di tolleranza diventò “Salon Kitty”. Lì, con chilometri di fili, attraverso dozzine di microfoni e su centinaia di dischi, venne schedata una quantità formidabile di pettegolezzi – talora scabrosi, talaltra ridicoli – comunque inutili per un progetto significativo di Intelligence. Il “grande orecchio” venne a sapere che Albert Speer – l’architetto del regime – considerava Martin Bormann «insopportabile». Che Bormann – segretario di Adolf Hitler – criticava il generale Adolf Eichman per il suo «essere propenso alla superficialità». Che il numero uno delle SS, Heinrich Himmler, non si fidava del tutto nemmeno del suo “vice” Kurt Daluege. E che Bormann, Himmler e Daluege vedevano in Speer un uomo «rigido come il marmo» che impiegava nella costruzione dei palazzi del Reich.
Malignità buone per alimentare guerre di potere all’interno dei cerchio magico del Führer. Efficaci per accrescere la diffidenza fra i gerarchi. Ma improbabili nel sostegno al peso della guerra.
A mettere insieme i frammenti di storie dove gli intrighi politici sono intrecciati ai peccati carnali è il giornalista Giorgio Ferrari che, per l’editrice Neri Pozza (240 pagine, 20 euro), firma il libro significativamente intitolato L’alcova delle spie. Salon Kitty, sesso e spionaggio nel Terzo Reich.
Il progetto di trasformare un bordello in una centrale per il controspionaggio fu elaborato dai vertici della Gestapo: Reinhard Heydrich, al quale era attribuito il titolo gerarchico di Gruppenführer, e il suo vice, Walter Schellenberg. Sembravano le due facce della stessa medaglia. Senza riserve mentali, s’identificavano nella religione del nazismo che ritenevano di consolidare attraverso una pedanteria burocratica che toglieva il fiato. L’uno e l’altro si mostravano con una facciata d’impeccabile cultura ma non riuscivano a nascondere una personalità border-line, al confine con la paranoia. Ed entrambi, prima di ordinare in dossier le dicerie riferite ad altri, avevano dovuto schivare quelle che li toccavano personalmente.
Heydrich fu costretto a fronteggiare gli avversari che – di nascosto – lo indicavano con il nome Moises, insinuando una sua discendenza ebraica. Allusione beffarda che, nel clima di ostilità razziale, valeva una vergogna senza attenuanti. Gli fu necessario incaricare una commissione per accertare che il suo palmarès genealogico risultava ariano al mille per mille. Schellenberg, per ragioni analoghe, divorziò dalla moglie – Kathe Kortekamp – che gestiva una piccola sartoria ma – colpa irreparabile – contava troppe di clienti ebree.
Quella di attrezzare una casa di piacere per tentare di scoprire i sentimenti più intimi degli avventori non era nemmeno un’idea del tutto originale. A leggere Svetonio, nell’antica Roma, ci aveva provato Messalina con l’arruolare alcune amiche perché indagassero sulle convinzioni politiche dei loro clienti. Nell’alcova, sfuggono confidenze che, normalmente, restano dietro comportamenti più compostamente formali.
Analoghe iniziative furono promosse da Teodora, a Costantinopoli, dalla zarina di Russia o dal Consiglio dei Dieci della Serenissima che “comprava” le confidenze carpite dalle cortigiane di Venezia. E il Giappone feudale disponeva di “agenti donna” – le kunoichi – che usavano le grazie femminili per assicurare informazioni al controspionaggio. Risultati? Trascurabili. Come a Berlino, del resto, a dispetto del dispiegamento di un apparato tecnologico formidabile.
La casa di appuntamenti Salon Kitty c’era già. Era sopravvissuta all’avvento del nazismo. Nella stagione precedente della Repubblica di Weimar, con la Germania sconfitta, affamata e depressa, potevano convivere il senso della disperazione e il desiderio di godere dell’ultimo istante. A Berlino, esistevano 500 mila linee telefoniche anche se la maggior parte restava muta. Gli ascensori funzionavano ma le case restavano al freddo. I sigari, pur presentandosi con i nomi pretenziosi di “Avana” o “Brasile”, erano confezionati con foglie di cavolo. Si contavano però 120 mila prostitute che, per mezz’ora d’amore posticcio, chiedevano 6 milioni di marchi (buoni per acquistare mezza pagnotta) e una sigaretta.
Hitler spazzò via tutto con qualche indulgenza per chi sapeva stare in un cono d’ombra, senza farsi troppo notare.
I sotterranei di Salon Kitty diventarono un centro d’ascolto con turni di soldati che si davano il cambio ogni quattro ore. Nelle stanze, lavoravano ragazze “militarizzate”. Il casting, per scegliere le migliori, avvenne a Stoccarda. Ognuna doveva essere giovane e – ovviamente – bella, con la capacità di risultare intrigante senza apparire volgare. Si muovevano con eleganza, erano intelligenti e, a dispetto di qualche debito con la giustizia, fedeli all’ideologia nazista.
Del centinaio che vennero esaminate, ne risultarono idonee 22. Al corso di formazione, s’impratichirono sul modo di porre le domande giuste, con la necessaria naturalezza, come si trattasse di innocente curiosità, buttata lì, più per riempire il tempo rimasto vuoto che per ottenere davvero una risposta compiuta.
Sbirciando dal buco della serratura, Heydrich e Schellenberg catalogarono vizi, manie, tendenze sessuali e perversioni. I malumori confidati fra le lenzuola portarono una quarantina di colonnelli sul fronte orientale, il che equivaleva (quasi) a una condanna a morte. Sepp Dietrich fu degradato nonostante occupasse il ruolo di comandante della guardia del corpo di Hitler. Il capo di Stato Maggiore Werner von Fritsch fu costretto alle dimissioni per un’intercettazione che dava conto di un suo rapporto omosessuale, consumato in un vicolo di Potsdam. E venne redatto un elenco di 1.200 inglesi «da arrestare una volta occupata la Gran Bretagna».
L’alcova delle spie fu un capolavoro di voyeurismo di Stato tanto impegnativo quanto inconcludente. I bisbigli critici al governo tedesco causarono l’espulsione di Thompson Dorothy che, accreditato come giornalista del New York Herald, venne dichiarato «non gradito». Così come, in tempi differenti, accadde a Norman Butt del Times e a Louis Lochne dell’Associated Press.
Quelle convinzioni, sussurrate a mezza bocca, come potevano influire sul conflitto mondiale? Poteva risultare utile sapere che il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, era affascinato dalle grazie di Hildegard, alla quale chiedeva di indossare l’abito lungo color smeraldo? «Il tuo Führer», si confidava, accusando, «mente come respira. Si dichiara nostro amico ma anche amico degli inglesi. Si vede che non conosce né noi né loro». Giudizi imbarazzanti (per i tedeschi) ma inutilizzabili. A cosa serviva l’assicurazione del ministro degli Esteri Ramòn Serrano Suner secondo il quale la Spagna non avrebbe affiancato la Germania in guerra? O che i diplomatici ungheresi, riferendo le opinioni del loro governo, commentavano che l’alleanza con Hitler era «scomoda» ma che non si stava trattando un passaggio di alleanze con il fronte nemico?
Nello spionaggio, il fallimento tedesco risulta certificato al confronto con l’intraprendenza degli omologhi britannici. A Londra, un matematico polacco trovò la chiave per leggere le comunicazioni che avvenivano con il codice Enigma considerati «a prova di penetrazione». Gli Alleati riuscirono a decifrarlo e a non fare capire di averlo scoperto in modo da conoscere le intenzioni del nemico e conservarsi il vantaggio della prima mossa. Il resto è Storia.
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Lorenzo Del Boca
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