Uno scheletro umano dell’Età del Ferro, manipolato in maniera inquietante, mostra un tipo di rituale funerario della Scozia preistorica mai visto finora dagli archeologi. I resti furono scoperti nel 2000 all’interno di un piccolo tumulo di pietre nei pressi di Loch Borralie, sulla costa nord-occidentale della Scozia. All’epoca gli scavi portarono alla luce due individui: una donna adulta e un ragazzo adolescente.
Oggi, grazie a nuove analisi osteologiche (studio scientifico di ossa), isotopiche (studio degli isotopi) e genetiche pubblicate sulla rivista Antiquity, gli studiosi hanno ricostruito una storia molto più complessa e sorprendente.
La lavorazione delle ossa
La donna aveva almeno trent’anni al momento della morte. L’analisi del DNA mitocondriale estratto dall’osso dell’orecchio interno ha rivelato che era imparentata con il ragazzo sepolto accanto a lei, probabilmente un cugino di secondo grado per linea materna. La vera sorpresa, però, è emersa dall’esame delle sue ossa. Almeno quattro ossa lunghe degli arti (gli omeri, un’ulna e un femore) mostrano segni di lavorazione intenzionale.
Gli archeologi hanno osservato che le estremità sono state assottigliate e modellate fino a formare punte affilate. In passato queste alterazioni erano state attribuite all’azione di roditori, ma le nuove indagini hanno escluso questa ipotesi: mancano infatti i tipici segni di rosicchiamento, mentre sono presenti tracce compatibili con l’uso di strumenti taglienti. Una particolare incisione a forma di U sull’omero sinistro suggerisce che le ossa siano state scolpite deliberatamente con lame o utensili affilati. In altre parole, parti del suo scheletro sembrano essere state trasformate in strumenti.
Utilizzo o rito?
L’aspetto più enigmatico della vicenda è che queste ossa lavorate non furono separate dal corpo o conservate altrove. Dopo la manipolazione, vennero infatti ricollocate nella loro posizione anatomica originaria e sepolte insieme al resto dello scheletro. Un comportamento che suggerisce un significato rituale più che pratico. Anche il cranio racconta una storia insolita. Sulla superficie interna delle ossa craniche gli studiosi hanno individuato una serie di striature che oggi interpretano come possibili tracce della rimozione intenzionale del cervello dopo la morte.
Se confermata, questa pratica rappresenterebbe uno dei rarissimi esempi documentati di trattamento post mortem di questo tipo nell’Età del Ferro britannica. «La motivazione alla base di una manipolazione così estesa dei resti scheletrici è molto difficile da interpretare», spiega Laura Castells Navarro dell’Università di York, autrice principale dello studio. «Tuttavia, la cura con cui il corpo è stato ricomposto e deposto nel tumulo suggerisce che questa donna godesse di una particolare considerazione all’interno della sua comunità».
Un culto complesso
Gli studiosi sottolineano che non si tratta necessariamente di un atto di profanazione. Al contrario, la ricomposizione accurata del corpo potrebbe indicare una forma di venerazione degli antenati o un complesso rituale funerario oggi sconosciuto.
Alcuni esperti ipotizzano che le ossa trasformate in strumenti possano essere state utilizzate durante le cerimonie funebri prima di essere restituite alla defunta, anche se al momento non esistono prove definitive. Entrambi gli scheletri risultano incompleti. Della donna manca gran parte della metà inferiore del corpo, mentre del ragazzo si è conservato soltanto circa un quarto dello scheletro. Parte dei danni è dovuta all’erosione naturale e alle attività umane successive: nel corso dei secoli alcune pietre del tumulo furono infatti rimosse per costruire un muro nelle vicinanze.
Le analisi isotopiche hanno inoltre rivelato che i due individui probabilmente trascorsero l’infanzia circa 80 chilometri a sud-est del luogo di sepoltura, prima di trasferirsi nell’area di Loch Borralie.
Ancora più sorprendente è quanto emerso dal DNA antico: i loro legami genetici si estendevano lungo una vasta rete di comunità costiere che collegava la regione di Applecross, sulla costa occidentale della Scozia, fino alle Isole Orcadi a nord. Secondo i ricercatori, questi risultati dimostrano che le popolazioni marittime della Scozia dell’Età del Ferro erano molto più mobili e interconnesse di quanto si pensasse. Piccoli gruppi familiari si spostavano regolarmente lungo le coste e tra le isole, mantenendo vivi legami di parentela, tradizioni culturali e pratiche rituali comuni.
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