Ha senso costruire centrali nucleari in Italia? Dopo l’approvazione da parte della Camera dei deputati del Ddl che riapre questo capitolo, il dibattito tra favorevoli e contrari è già partito ed è destinato ad infiammarsi nei prossimi mesi. Per fare un po’ di chiarezza abbiamo chiesto ad un esperto, Marco Ricotti, docente di impianti nucleari al Politecnico di Milano, di spiegarci perché il contributo dell’energia nucleare sarebbe utile e positivo per l’ambiente.
C’è un po’ di confusione tra le varie generazioni, potrebbe spiegarci oggi quelle in costruzione nel mondo di che tipo sono e in che cosa sarebbero diverse rispetto alla quarta generazione in arrivo? E che cosa sono gli Small Modular Reactors (Smr) su cui punta l’Italia?
In effetti parlare di generazioni può essere fuorviante. Guardiamo allo sviluppo delle tecnologie nel tempo. Oggi abbiamo già a disposizione nuovi reattori di grande taglia pressoché tutti di tipo PWR, ad acqua pressurizzata. Avessimo avuto quei reattori a Fukushima, non sarebbe successo l’incidente che è si è verificato. I piccoli reattori modulari (SMR) sono una evoluzione “in piccolo” di questi, alcuni sono raffreddati ad acqua bollente (BWR), portano la novità della progettazione e costruzione in moduli (pezzi assemblati in officina, poi trasportati sul sito e montati), diversi di loro usano sistemi di sicurezza passivi (funzionano senza l’intervento dell’operatore e senza necessità di energia elettrica). In Cina e Russia sono già in funzione, in Occidente arriveranno nei primi anni 2030. I reattori modulari avanzati (AMR), invece, sono raffreddati non più dall’acqua ma da metalli liquidi come sodio o piombo, oppure da sali fusi. Il rendimento di queste macchine sarà maggiore di quelle raffreddate ad acqua, ma soprattutto consentiranno di pensare al riciclo e bruciamento dei rifiuti ad alta radioattività e a lunga vita. Il primo di questi (BREST-300) entrerà in funzione verso il 2028 in Siberia, mentre in Occidente saranno disponibili verso la fine degli anni 2030 o l’inizio del 2040.
L’Italia vorrebbe coprire con gli impianti nucleari tra il 10 e il 20% della domanda di elettricità: è fattibile farlo con gli Smr o ci vuole anche qualche centrale di taglia normale?
L’obiettivo minimo è coprire almeno il 10% del fabbisogno elettrico italiano al 2050, meno di questa quota non avrebbe senso. Gli effetti positivi offerti dal nucleare (decarbonizzazione, aumento della competitività e riduzione delle dipendenze strategiche geopolitiche) saranno certamente più sensibili se la quota coperta dal nucleare sarà maggiore (20-30%) ma si vedrà col tempo: ora è indispensabile partire. Gli SMR possono essere una buona tecnologia per riavviare il settore nucleare in Italia. Ma anche i grandi reattori di ultima generazione potranno essere considerati dopo il riavvio.
Che cosa si intende per nucleare sostenibile?
La sostenibilità del nucleare è offerta dalla sua bassissima produzione di CO2 nell’intero ciclo di vita (meno di 20 grammi di CO2 per kWh di elettricità prodotta, pari all’eolico, addirittura inferiore a fotovoltaico e idroelettrico), dalla sua alta compatibilità con l’ambiente e il territorio (pochissimo suolo impiegato, un cinquantesimo di quanto serve al fotovoltaico; basso consumo di materiali critici e terre rare, un ventesimo di quanto consumato dall’eolico), ma anche dalla sua produzione di energia elettrica programmabile, continua (un reattore può funzionare per oltre il 90% delle ore dell’anno a piena potenza), a costi stabili e facilmente prevedibili. Infine, e non è un aspetto da poco oggi, il nucleare è una tecnologia al 90% “nostra”, europea. Solo il materiale grezzo, l’uranio naturale, viene preso da fuori Europa: ma possiamo approvvigionarci da paesi non critici, come Australia e Canada.
Quanti impianti Smr sono in funzione in questo momento nel mondo , cioè collegati ad una rete elettrica e non solo sperimentali? E dove sono?
Come accennato prima, da alcuni anni sono in funzione 2 reattori russi (KLT40s) da 35 MWe l’uno, montati su una nave attraccata al porto di Pevek, un importante sito minerario vicino al circolo polare artico, al quale forniscono non solo elettricità ma anche calore. Altri due reattori di tecnologia differente (HTR-PM) da 105 MWe l’uno sono da tempo operativi in Cina, a Shidao Bay, anche questi producono elettricità e calore. Un altro piccolo reattore cinese (ACP100) da 125 MWe entrerà in funzione a Changjiang tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo, per produrre elettricità, calore, vapore ed acqua desalata per un grande impianto petrolchimico cinese presente nelle vicinanze. I primi in occidente, invece, sono in costruzione in Canada, a Darlington: sono 4 reattori da 300 MWe (BWRX-300).
Se invece dovessimo costruire centrali da un gigawatt di potenza di che tipo sarebbero?
Reattori di nuova generazione da oltre un giga sono già operativi in Cina, Russia, USA, Finlandia, Francia, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, fra qualche anno anche nel Regno Unito, in Turchia, in Egitto, in India. Hanno taglie diverse, da 1200 a 1600 MWe, ma sono tutti dello stesso tipo: reattori raffreddati ad acqua pressurizzata (PWR).
Quali sono le prossime tappe da superare in Italia per arrivare alla posa della prima pietra di una centrale e poi quanto tempo ci vuole per costruirla (Smr o da oltre un gigawatt)?
Il primo, fondamentale mattone sarà l’approvazione della legge-delega di riordino del settore nucleare, ma soprattutto la scrittura e l’adozione dei decreti attuativi. Poi la nascita di un’autorità di sicurezza nucleare, indipendente e ben dotata di risorse umane e finanziare. Quindi l’attivazione degli strumenti normativi e finanziari a supporto del nuovo programma nucleare (ad es. finanziamenti agevolati, garanzie, contratti di lungo termine). A seguire, la firma di accordi di fornitura delle tecnologie nucleari che saranno valutate idonee e interessanti per il mercato italiano: è realistico pensare che saranno accordi con la Francia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada. Ma prima di tutto ciò, il passo più importante: quello dell’avvio di un programma di informazione, comunicazione e coinvolgimento della popolazione e di tutti i corpi sociali, che non terminerà mai, dovrà proseguire anche dopo l’avvio dei futuri reattori. Sarebbe utile anche l’avvio a breve di un paio di “cabine di regia”, quale che sia la loro struttura: una politica, tra l’attuale maggioranza e l’attuale opposizione, che dovrà proseguire anche dopo le prossime elezioni, e una tecnico-operativa, di coordinamento tra governo, ministeri coinvolti e principali stakeholder delle infrastrutture legate al nucleare. La nascita di un comitato o agenzia per il nucleare, nel caso, sarebbe pienamente coerente con quanto suggerito da IAEA, l’agenzia dell’ONU per l’energia atomica. Sarebbe anche una replica di quanto accaduto n Italia negli anni ’60, quando il nucleare partì per la prima volta, grazie anche a Enrico Mattei. Circa i tempi di costruzione: circa 5 anni per gli SMR, 8-10 per i grandi reattori.
I precedenti in Occidente non sono favorevoli: la centrale di Flamanville ha accumulato un ritardo di una dozzina di anni con costi quadruplicati. In Asia invece i tempi sono decisamente più stretti…
Esatto. Per raggiungere e mantenere le performance sui tempi indicate prima, e di riflesso anche quelle sui costi, bisogna copiare coreani, cinesi e russi che costruiscono senza ritardi ed extra-costi esorbitanti: bisogna programmare nel tempo la costruzione di reattori, con continuità, per mantenere efficiente e allenata l’intera supply chain industriale. L’occidente, invece, è rimasto fermo per 20-30 anni prima di riprendere la costruzione di nuovi reattori, e ovviamente la capacità realizzativa non poteva essere quella dei decenni precedenti. Serve allenamento, che solo una programmazione può garantire.
Per evitare l’effetto Nimby si potrebbero costruire le nuove centrali dove c’erano quelle in fase di smantellamento?
Prima di pensare ai siti delle vecchie centrali nucleari italiane, che andrebbero comunque riqualificati, occorre prendere sul serio la faccenda del “non dietro casa mia” ed esiste solo una possibilità per superarla: informare correttamente e coinvolgere la popolazione italiana, tutti, nessuno escluso. Perché il nucleare, se lo faremo, sarà una scelta strategica di lungo termico per il Paese, sarà una decisione che apparterrà a tutti. Per questo è indispensabile una forte condivisione da parte dei cittadini e anche dei politici, di tutti gli schieramenti, o almeno di una larga maggioranza. Questo processo di approfondimento e di coinvolgimento sarà da diffondere sui territori, anche e soprattutto quelli che potrebbero essere idonei ad ospitare una futura centrale nucleare. I criteri per la scelta dei siti sono già noti: basta seguire le migliori pratiche internazionali ed europee e le linee guida della IAEA. Sappiamo che le paure ci sono per ogni infrastruttura grande o piccola che sia: l’alta velocità, gli inceneritori e le discariche, i rigassificatori, il ponte sullo stretto, anche per le pale eoliche e il fotovoltaico. È comprensibile, non bisogna preoccuparsi ma occuparsene nel modo corretto: con costanza, grande trasparenza e coinvolgendo il territorio nelle decisioni. E censurando e cercando di limitare il più possibile coloro che invece non sono interessati a comprendere, ma ad utilizzare l’infrastruttura a fini ideologici o politici: il loro obiettivo è lo scontro e un tornaconto di parte, non il bene comune.
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Guido Fontanelli
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